TEMPO DI PASQUA
10 Maggio - 6° Domenica di Pasqua
Le Letture Bibliche: Atti degli Apostoli 8,5-8.14-17; 1Pietro 3,15-18; Giovanni 14,15-21
Tra le belle parole e i fatti è come tra la primavera e l’autunno: in primavera è tutta un’esplosione di fiori e di foglie, in autunno maturano i frutti. Ma son più le foglie, che i frutti. Anche perché ci sono certi alberi che fiori e foglie ne germogliano tanti, ma frutti…niente.
E’ così anche per noi, uomini e donne di questo mondo: belle parole… tante, bei sentimenti…pure, anche tante promesse, ma fatti: eh, qui è un po’ più critica la cosa. A volte ci sono anche fatti, a volte sono piuttosto scarsi, a volte: zero. Pensate, per esempio, alla parola “amore”: è una di quelle più ripetute, ma è anche una di quelle che può restare sospesa per aria, senza trovare conferma nei fatti. “Ti amo…ti voglio bene… ti amerò per sempre”: c’è un’espressione che è risuonata più di questa nella storia di questo mondo? (E speriamo che possa risuonare ancora, sia chiaro!). Sì, è vero, molti hanno tenuto fede alla parola, e lo fanno anche al giorno d’oggi. Ma forse sono molti di più quelli che dopo averla detta e ripetuta l’han messa sotto i piedi…
Qualcuno a volte si permette di aggiungere (rivolto al proprio partner, o al figlio, o a un amico): “Se mi ami, dimostramelo… Se mi volessi bene davvero, faresti quello che ti chiedo!”. Io penso che questo modo di parlare, sulle labbra di un uomo o di una donna, sia un po’ ambiguo; quello che chiede può essere giusto sì, ma può anche essere sbagliato. E se è sbagliato, questo modo di dire è semplicemente un ricatto: ci sono di quelli che, per amore di qualcuno, hanno fatto del male o addirittura ucciso qualcun altro. No, i ricatti non vanno mai bene, neanche se sono motivati dall’amore: è un amore malato quello dei ricatti. Tuttavia – a parte il rischio dei ricatti – c’è un’esigenza giusta dietro l’esperienza dell’amore: se è amore che si rispetta lo si deve vedere dai fatti; le parole non bastano.
Oggi parla chiaro anche il Signore a questo riguardo: “Se mi amate, osservate i miei comandamenti… Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama”. Se fosse un uomo o una donna qualsiasi a parlare così, noi avremmo tutto il diritto di sospettare che ci stia ricattando… Ma è Gesù Cristo che parla, e allora è diverso: Lui ci ha fatto sperimentare un amore che noi non conoscevamo – quello di Dio (perché l’amore, al suo massimo grado di limpidezza, è Dio stesso!). Gesù non ce n’ha parlato tanto… ma ce l’ha dimostrato con i fatti: “per noi …per la nostra salvezza, è disceso dal cielo…per noi fu crocifisso sotto Ponzio Pilato…”: “per noi” vuol dire: “perché ci vuole bene”.
Che c’è di strano, allora, se anche a noi domanda – anzi, pone come condizione – i fatti? “Se mi amate, osservate i miei comandamenti…”. Dio lo sa bene come siamo, ci conosce tutti quanti. Sa benissimo che siamo più propensi a dire tante belle parole (magari anche a cantarle) che non a rimboccarci le maniche per dimostrare il nostro amore nei fatti: a Lui e al prossimo. E’ per questo che oggi mette i puntini sugli i: “Mi amate? Mi fa piacere… Ma se mi amate, osservate i miei comandamenti. Perché l’amore, quando è vero, crea comunione: Io sono nel Padre e voi in me…Ma se voi state con me a parole, mentre con i fatti state da un’altra parte, allora no, non c’è comunione tra noi. Io vi ho amati con i fatti, non a parole”.
E ha ragione il Signore. Ha ragione.
Ma basta dire che una cosa è vera, giusta e bella, per riuscire a farla? No, sappiamo tutti che non basta… Quante cose vere, giuste e belle vorremmo fare, ma poi sentiamo che sono aldilà della nostra portata. La coerenza, ad esempio. Basta davvero volere per essere coerenti? No, non basta. C’è sempre il momento in cui, o perché siamo stanchi, o perché siamo fragili, o perché abbiamo la luna per traverso… non facciamo come vorremmo, e i nostri buoni propositi fanno fiasco… mentre le nostre belle parole vanno in fumo…
Eh,sì fratelli! Noi abbiamo bisogno di quel sovrappiù di forza, di vigore, di coraggio, che Gesù oggi chiama con questo bel nome: il Paràclito. “Se mi amate…se osserverete i miei comandamenti… io pregherò il Padre e lui vi darà un altro Paràclito, lo Spirito di verità che rimarrà con voi per sempre”. Ma perché questo nome “Paràclito”? La parola non fa parte del nostro vocabolario, ve ne sarete accorti… E’ tipica della lingua greca infatti, ma l’hanno lasciata tale e quale anche nella nostra lingua perché ha un significato piuttosto ricco e complesso: “Consolatore” si traduce spesso; sì infatti conforta e consola lo Spirito di Dio, ma fa dell’altro: “Avvocato difensore”, ah certo, se non è lui che ci sostiene di fronte alle insidie del male, saremmo perduti… Ma è anche Colui che ci scuote, ci sprona, ci pungola quando battiamo la fiacca… Ecco, tutto questo è il Paraclito, lo Spirito Santo.
Ovviamente può essere tutto questo se glielo permettiamo, se lo lasciamo entrare e abitare nella nostra vita. Perché, è vero: la stragrande maggioranza dei giovani, degli adulti, degli anziani…l’hanno ricevuto: e nel Battesimo e nella Cresima… sì ma in molti casi ha potuto fare solo una toccata e fuga perchè non ha trovato posto per abitare nella loro vita… Troppo pieni di se stessi e il Paràclito, con le sue preziose competenze, ha dovuto andarsene… Insomma, tutto primavera, fiori e foglie, ma frutti…pochi o niente.
Del resto, Gesù nel vangelo di oggi parla chiaro: non tutti possono avere questo prezioso inquilino che abita stabilmente nella loro vita, non tutti possono godere di questa presenza che consola quando si è giù di corda, che difende quando il male è più forte di noi, e che ci infonde quel coraggio che noi non abbiamo: non tutti possono goderne. “Il mondo per esempio – dice oggi Gesù – non lo può ricevere…”. E perché non lo può ricevere il mondo? Perché – alla prova dei fatti – non lo vuole, non lo ascolta, non sa che farsene; e se tu condividi le logiche e gli ideali di cartapesta che regnano a questo mondo, potrai anche aver ricevuto il Battesimo e la Cresima; lo Spirito Paraclito sarà pure venuto, ma se n’è anche dovuto andare ben presto. In una bottiglia già piena non ci sta più niente. Se sei pieno di te stesso, non hai posto per nessun altro.
Fratelli, qual è la conclusione allora? Nonostante i nostri limiti, anzi, diciamo pure: nonostante i nostri peccati, magari sempre quelli… c’è comunque un legame forte d’amore tra noi e Gesù Cristo? Un amore che non si accontenta di fiori e foglie, ma che cerca di produrre frutti (pochi, forse, ma veri e gustosi…). C’è questo legame? La condizione perchè ci sia è questa in fondo: che ci lasciamo guidare non dalle logiche del mondo ma del vangelo di Gesù. Allora sì, allora lo Spirito Paraclito può abitare nella nostra vita e stare con noi per sempre.
Fiduciosi che possa essere davvero così, anche oggi ci salutiamo con il consueto saluto pasquale: Cristo è risorto!
E' veramente risorto!
Le Letture Bibliche: Atti degli Apostoli 8,5-8.14-17; 1Pietro 3,15-18; Giovanni 14,15-21
Tra le belle parole e i fatti è come tra la primavera e l’autunno: in primavera è tutta un’esplosione di fiori e di foglie, in autunno maturano i frutti. Ma son più le foglie, che i frutti. Anche perché ci sono certi alberi che fiori e foglie ne germogliano tanti, ma frutti…niente.
E’ così anche per noi, uomini e donne di questo mondo: belle parole… tante, bei sentimenti…pure, anche tante promesse, ma fatti: eh, qui è un po’ più critica la cosa. A volte ci sono anche fatti, a volte sono piuttosto scarsi, a volte: zero. Pensate, per esempio, alla parola “amore”: è una di quelle più ripetute, ma è anche una di quelle che può restare sospesa per aria, senza trovare conferma nei fatti. “Ti amo…ti voglio bene… ti amerò per sempre”: c’è un’espressione che è risuonata più di questa nella storia di questo mondo? (E speriamo che possa risuonare ancora, sia chiaro!). Sì, è vero, molti hanno tenuto fede alla parola, e lo fanno anche al giorno d’oggi. Ma forse sono molti di più quelli che dopo averla detta e ripetuta l’han messa sotto i piedi…
Qualcuno a volte si permette di aggiungere (rivolto al proprio partner, o al figlio, o a un amico): “Se mi ami, dimostramelo… Se mi volessi bene davvero, faresti quello che ti chiedo!”. Io penso che questo modo di parlare, sulle labbra di un uomo o di una donna, sia un po’ ambiguo; quello che chiede può essere giusto sì, ma può anche essere sbagliato. E se è sbagliato, questo modo di dire è semplicemente un ricatto: ci sono di quelli che, per amore di qualcuno, hanno fatto del male o addirittura ucciso qualcun altro. No, i ricatti non vanno mai bene, neanche se sono motivati dall’amore: è un amore malato quello dei ricatti. Tuttavia – a parte il rischio dei ricatti – c’è un’esigenza giusta dietro l’esperienza dell’amore: se è amore che si rispetta lo si deve vedere dai fatti; le parole non bastano.
Oggi parla chiaro anche il Signore a questo riguardo: “Se mi amate, osservate i miei comandamenti… Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama”. Se fosse un uomo o una donna qualsiasi a parlare così, noi avremmo tutto il diritto di sospettare che ci stia ricattando… Ma è Gesù Cristo che parla, e allora è diverso: Lui ci ha fatto sperimentare un amore che noi non conoscevamo – quello di Dio (perché l’amore, al suo massimo grado di limpidezza, è Dio stesso!). Gesù non ce n’ha parlato tanto… ma ce l’ha dimostrato con i fatti: “per noi …per la nostra salvezza, è disceso dal cielo…per noi fu crocifisso sotto Ponzio Pilato…”: “per noi” vuol dire: “perché ci vuole bene”.
Che c’è di strano, allora, se anche a noi domanda – anzi, pone come condizione – i fatti? “Se mi amate, osservate i miei comandamenti…”. Dio lo sa bene come siamo, ci conosce tutti quanti. Sa benissimo che siamo più propensi a dire tante belle parole (magari anche a cantarle) che non a rimboccarci le maniche per dimostrare il nostro amore nei fatti: a Lui e al prossimo. E’ per questo che oggi mette i puntini sugli i: “Mi amate? Mi fa piacere… Ma se mi amate, osservate i miei comandamenti. Perché l’amore, quando è vero, crea comunione: Io sono nel Padre e voi in me…Ma se voi state con me a parole, mentre con i fatti state da un’altra parte, allora no, non c’è comunione tra noi. Io vi ho amati con i fatti, non a parole”.
E ha ragione il Signore. Ha ragione.
Ma basta dire che una cosa è vera, giusta e bella, per riuscire a farla? No, sappiamo tutti che non basta… Quante cose vere, giuste e belle vorremmo fare, ma poi sentiamo che sono aldilà della nostra portata. La coerenza, ad esempio. Basta davvero volere per essere coerenti? No, non basta. C’è sempre il momento in cui, o perché siamo stanchi, o perché siamo fragili, o perché abbiamo la luna per traverso… non facciamo come vorremmo, e i nostri buoni propositi fanno fiasco… mentre le nostre belle parole vanno in fumo…
Eh,sì fratelli! Noi abbiamo bisogno di quel sovrappiù di forza, di vigore, di coraggio, che Gesù oggi chiama con questo bel nome: il Paràclito. “Se mi amate…se osserverete i miei comandamenti… io pregherò il Padre e lui vi darà un altro Paràclito, lo Spirito di verità che rimarrà con voi per sempre”. Ma perché questo nome “Paràclito”? La parola non fa parte del nostro vocabolario, ve ne sarete accorti… E’ tipica della lingua greca infatti, ma l’hanno lasciata tale e quale anche nella nostra lingua perché ha un significato piuttosto ricco e complesso: “Consolatore” si traduce spesso; sì infatti conforta e consola lo Spirito di Dio, ma fa dell’altro: “Avvocato difensore”, ah certo, se non è lui che ci sostiene di fronte alle insidie del male, saremmo perduti… Ma è anche Colui che ci scuote, ci sprona, ci pungola quando battiamo la fiacca… Ecco, tutto questo è il Paraclito, lo Spirito Santo.
Ovviamente può essere tutto questo se glielo permettiamo, se lo lasciamo entrare e abitare nella nostra vita. Perché, è vero: la stragrande maggioranza dei giovani, degli adulti, degli anziani…l’hanno ricevuto: e nel Battesimo e nella Cresima… sì ma in molti casi ha potuto fare solo una toccata e fuga perchè non ha trovato posto per abitare nella loro vita… Troppo pieni di se stessi e il Paràclito, con le sue preziose competenze, ha dovuto andarsene… Insomma, tutto primavera, fiori e foglie, ma frutti…pochi o niente.
Del resto, Gesù nel vangelo di oggi parla chiaro: non tutti possono avere questo prezioso inquilino che abita stabilmente nella loro vita, non tutti possono godere di questa presenza che consola quando si è giù di corda, che difende quando il male è più forte di noi, e che ci infonde quel coraggio che noi non abbiamo: non tutti possono goderne. “Il mondo per esempio – dice oggi Gesù – non lo può ricevere…”. E perché non lo può ricevere il mondo? Perché – alla prova dei fatti – non lo vuole, non lo ascolta, non sa che farsene; e se tu condividi le logiche e gli ideali di cartapesta che regnano a questo mondo, potrai anche aver ricevuto il Battesimo e la Cresima; lo Spirito Paraclito sarà pure venuto, ma se n’è anche dovuto andare ben presto. In una bottiglia già piena non ci sta più niente. Se sei pieno di te stesso, non hai posto per nessun altro.
Fratelli, qual è la conclusione allora? Nonostante i nostri limiti, anzi, diciamo pure: nonostante i nostri peccati, magari sempre quelli… c’è comunque un legame forte d’amore tra noi e Gesù Cristo? Un amore che non si accontenta di fiori e foglie, ma che cerca di produrre frutti (pochi, forse, ma veri e gustosi…). C’è questo legame? La condizione perchè ci sia è questa in fondo: che ci lasciamo guidare non dalle logiche del mondo ma del vangelo di Gesù. Allora sì, allora lo Spirito Paraclito può abitare nella nostra vita e stare con noi per sempre.
Fiduciosi che possa essere davvero così, anche oggi ci salutiamo con il consueto saluto pasquale: Cristo è risorto!
E' veramente risorto!
3 Maggio - 5° Domenica di Pasqua
Le Letture Bibliche: Atti degli Apostoli 6,1-7; 1Pietro 2,4-9; Giovanni 14,1-12
Le ultime parole che si pronunciano alla fine della vita hanno un'importanza particolaree sono come l'ultima fotografia di tutta la persona. Anche nel vengelo di oggi si tratta di ultime parola. Parole che incoraggiano: "Non sia turbato il vostro cuore", Parole che rassicurano. "Nella casa dell Padre mio vi sono molti posti".
Gesù Cristo era consapevole di essere arrivato al cvapolinea della sua vita. Era la sera dell'ultima cena; sapeva che il giorno dopo sarebbe finito sulla crpce... Non se ne andava come un trionfatore che aveva sbaraglato tutti i suoi avversari, o dopo aver realizzato tutti i suoiprogetti, non era il solito personaggio di successo... Se ne andava come un fallito: rifiutato dai capi, dalle autorità, rinnegato e abbandonato dai suoi discepoli, tradito nientemeno che da uno di loro... Dopo aver fatto e insegnato tante belle cose che avevano dato a molta povera gente la speranza di poter rialzare la testa, ecco che tutto sembrava svanire come un sogno al risveglio... Questa era la sensazione che c'era quella sera in quel cenacolo: turbamento, paura, apprensione, delusione...
Ebbene, no: "Non sia turbato il vostro cuore!".
Gesù, che da quel fallimento è uscito vincitore perché è risorto, a partire da quella sera ha ripetuto molte volte queste parole. E oggi le ripete a noi, in questa Eucaristia: Non sia turbato il vostro cuore, abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me.
Che bisogno c’è che le ripeta anche a noi queste parole?
Turbamento – apprensione – delusione…questo è un bagaglio che, se siamo onesti, non ci abbandona mai (sto parlando di noi cristiani, che condividiamo certi valori, certi ideali, e li vediamo insidiati, minacciati, a rischio insomma…). Capita di provare turbamento e apprensione nella vita personale, come all’interno delle nostre famiglie (qual è il genitore coscienzioso che non prova questi sentimenti per i suoi figli, specie in certe stagioni della loro crescita?) Turbamento, apprensione, s’insinuano nella vita di tutti, in un modo o nell’altro; e proprio di questi tempi dominano anche sull’orizzonte grande del mondo… Quali conseguenze porteranno queste guerre che una volta scatenate sembrano non voler più finire?
Quali benefici – e quali disastri – produrrà questa Intelligenza artificiale di cui tanto si parla?
Il nostro modo di vivere piuttosto allegro (nonostante che gran parte del mondo sia perennemente abbonata alla miseria e alla fame), quanto potrà durare?
Che se poi guardo all’alta percentuale di persone che hanno scelto di preoccuparsi solo di se stesse, indifferenti e insensibili a ideali che vadano aldilà del loro guscio, mi chiedo: a quali spaventose solitudini approderà questa insensibilità?
Sì, basta avere un po’ di coscienza, di senso di responsabilità, e non si può far a meno di provare turbamento, paura, apprensione…
Ecco… tuttavia questa cascata di lamenti non è il vangelo, fratelli, no. Il Vangelo – sempre buona notizia – oggi è un altro. Eccolo: Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore…
Oh, intendiamoci, non è che con questo voglia dirci: “Tranquilli! Non è niente… Passerà…”, no affatto; e neppure ci appiana la via o toglie di mezzo gli ostacoli. No, restano… la strada è comunque irta e stretta.
Dicendoci “non sia turbato il vostro cuore”, Gesù non intende comportarsi come certi politici o governanti, che vogliono far credere che tutto va bene anche se invece tutto va storto… Non è un imbonitore delle masse Gesù Cristo.
E’ a una condizione ben precisa che possiamo permetterci di non preoccuparci e di non avere paura, e oggi ce l’ha detta chiara: “Io sono la via, la verità, la vita”. Ah, ecco com’è possibile andar avanti a testa alta, anche in mezzo alle difficoltà…
Se lui è la nostra via, e noi cerchiamo di camminare su quella via (che è il vangelo): allora possiamo non turbarci.
Se lui per noi è la verità… e noi, quando dobbiamo decidere cosa è bene e cosa no, ci lasciamo guidare appunto dal Vangelo invece che dalle nostre visuali ristrette, allora sì: possiamo permetterci di non avere paura.
Se lui è la nostra vita… Ma qui… un momento: cosa vuol dire che Gesù Cristo è la nostra vita? Ecco, immaginate due persone che si vogliono bene, ma sul serio, e non per una stagione ma per un’intera esistenza, allora è naturale che una dica all’altra: “tu sei la mia vita, senza di te io non so come farei a vivere”… Se vi è chiaro questo modo di parlare, allora potete anche capire Gesù Cristo quando ci dice: Io sono la vita… la vostra vita. E se noi gli permettiamo di esserlo davvero, allora sì: allora possiamo dominare tutte le apprensioni e le paure.
Io sono la via, la verità, la vita: oggi ce lo ripete.
Ci ha anche assicurato: “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto?” Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”.
Queste parole ci aprono davanti un orizzonte davvero sconfinato (la casa del Padre mio!). Solo se abbiamo davanti un orizzonte così, fratelli, possiamo permetterci di vivere con sufficiente serenità… perchè è quando non si ha più un orizzonte davanti a sé che il turbamento e l’angoscia annebbiano la vista e la vita. E l’orizzonte finisce quando tutti gli ideali si accorciano e trionfa l’egoismo.
Se l’orizzonte invece è aperto, è ampio, è quello che Gesù oggi ci fa intravedere, allora si può davvero camminare a testa alta, anche quando tutto porterebbe a lasciar cadere le braccia.
Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Vado a prepararvi un posto,,,”. No, non ci prende in giro Gesù: ha pagato molto cara questa promessa. Possiamo fidarci.
E possiamo guardare a lui come alla via che non ci porterà mai nella direzione sbagliata, come alla verità che non imbroglia, come alla vita che anima e alimenta la nostra quotidiana esistenza e che non avrà mai fine.
Ecco perché anche oggi possiamo ripetere con gioiosa convinzione il consueto saluto pasquale che ormai conosciamo: Cristo è risorto!
Le Letture Bibliche: Atti degli Apostoli 6,1-7; 1Pietro 2,4-9; Giovanni 14,1-12
Le ultime parole che si pronunciano alla fine della vita hanno un'importanza particolaree sono come l'ultima fotografia di tutta la persona. Anche nel vengelo di oggi si tratta di ultime parola. Parole che incoraggiano: "Non sia turbato il vostro cuore", Parole che rassicurano. "Nella casa dell Padre mio vi sono molti posti".
Gesù Cristo era consapevole di essere arrivato al cvapolinea della sua vita. Era la sera dell'ultima cena; sapeva che il giorno dopo sarebbe finito sulla crpce... Non se ne andava come un trionfatore che aveva sbaraglato tutti i suoi avversari, o dopo aver realizzato tutti i suoiprogetti, non era il solito personaggio di successo... Se ne andava come un fallito: rifiutato dai capi, dalle autorità, rinnegato e abbandonato dai suoi discepoli, tradito nientemeno che da uno di loro... Dopo aver fatto e insegnato tante belle cose che avevano dato a molta povera gente la speranza di poter rialzare la testa, ecco che tutto sembrava svanire come un sogno al risveglio... Questa era la sensazione che c'era quella sera in quel cenacolo: turbamento, paura, apprensione, delusione...
Ebbene, no: "Non sia turbato il vostro cuore!".
Gesù, che da quel fallimento è uscito vincitore perché è risorto, a partire da quella sera ha ripetuto molte volte queste parole. E oggi le ripete a noi, in questa Eucaristia: Non sia turbato il vostro cuore, abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me.
Che bisogno c’è che le ripeta anche a noi queste parole?
Turbamento – apprensione – delusione…questo è un bagaglio che, se siamo onesti, non ci abbandona mai (sto parlando di noi cristiani, che condividiamo certi valori, certi ideali, e li vediamo insidiati, minacciati, a rischio insomma…). Capita di provare turbamento e apprensione nella vita personale, come all’interno delle nostre famiglie (qual è il genitore coscienzioso che non prova questi sentimenti per i suoi figli, specie in certe stagioni della loro crescita?) Turbamento, apprensione, s’insinuano nella vita di tutti, in un modo o nell’altro; e proprio di questi tempi dominano anche sull’orizzonte grande del mondo… Quali conseguenze porteranno queste guerre che una volta scatenate sembrano non voler più finire?
Quali benefici – e quali disastri – produrrà questa Intelligenza artificiale di cui tanto si parla?
Il nostro modo di vivere piuttosto allegro (nonostante che gran parte del mondo sia perennemente abbonata alla miseria e alla fame), quanto potrà durare?
Che se poi guardo all’alta percentuale di persone che hanno scelto di preoccuparsi solo di se stesse, indifferenti e insensibili a ideali che vadano aldilà del loro guscio, mi chiedo: a quali spaventose solitudini approderà questa insensibilità?
Sì, basta avere un po’ di coscienza, di senso di responsabilità, e non si può far a meno di provare turbamento, paura, apprensione…
Ecco… tuttavia questa cascata di lamenti non è il vangelo, fratelli, no. Il Vangelo – sempre buona notizia – oggi è un altro. Eccolo: Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore…
Oh, intendiamoci, non è che con questo voglia dirci: “Tranquilli! Non è niente… Passerà…”, no affatto; e neppure ci appiana la via o toglie di mezzo gli ostacoli. No, restano… la strada è comunque irta e stretta.
Dicendoci “non sia turbato il vostro cuore”, Gesù non intende comportarsi come certi politici o governanti, che vogliono far credere che tutto va bene anche se invece tutto va storto… Non è un imbonitore delle masse Gesù Cristo.
E’ a una condizione ben precisa che possiamo permetterci di non preoccuparci e di non avere paura, e oggi ce l’ha detta chiara: “Io sono la via, la verità, la vita”. Ah, ecco com’è possibile andar avanti a testa alta, anche in mezzo alle difficoltà…
Se lui è la nostra via, e noi cerchiamo di camminare su quella via (che è il vangelo): allora possiamo non turbarci.
Se lui per noi è la verità… e noi, quando dobbiamo decidere cosa è bene e cosa no, ci lasciamo guidare appunto dal Vangelo invece che dalle nostre visuali ristrette, allora sì: possiamo permetterci di non avere paura.
Se lui è la nostra vita… Ma qui… un momento: cosa vuol dire che Gesù Cristo è la nostra vita? Ecco, immaginate due persone che si vogliono bene, ma sul serio, e non per una stagione ma per un’intera esistenza, allora è naturale che una dica all’altra: “tu sei la mia vita, senza di te io non so come farei a vivere”… Se vi è chiaro questo modo di parlare, allora potete anche capire Gesù Cristo quando ci dice: Io sono la vita… la vostra vita. E se noi gli permettiamo di esserlo davvero, allora sì: allora possiamo dominare tutte le apprensioni e le paure.
Io sono la via, la verità, la vita: oggi ce lo ripete.
Ci ha anche assicurato: “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto?” Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”.
Queste parole ci aprono davanti un orizzonte davvero sconfinato (la casa del Padre mio!). Solo se abbiamo davanti un orizzonte così, fratelli, possiamo permetterci di vivere con sufficiente serenità… perchè è quando non si ha più un orizzonte davanti a sé che il turbamento e l’angoscia annebbiano la vista e la vita. E l’orizzonte finisce quando tutti gli ideali si accorciano e trionfa l’egoismo.
Se l’orizzonte invece è aperto, è ampio, è quello che Gesù oggi ci fa intravedere, allora si può davvero camminare a testa alta, anche quando tutto porterebbe a lasciar cadere le braccia.
Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Vado a prepararvi un posto,,,”. No, non ci prende in giro Gesù: ha pagato molto cara questa promessa. Possiamo fidarci.
E possiamo guardare a lui come alla via che non ci porterà mai nella direzione sbagliata, come alla verità che non imbroglia, come alla vita che anima e alimenta la nostra quotidiana esistenza e che non avrà mai fine.
Ecco perché anche oggi possiamo ripetere con gioiosa convinzione il consueto saluto pasquale che ormai conosciamo: Cristo è risorto!
26 Aprile - 4° Domenica di Pasqua
Le Letture Bibliche: Atti degli Apostoli 2,14.36-41; 1Pietro 2,20-25; Giovanni 10,1-10
Il buon Pastore!
Pastori e pecore se ne vedono ancora in Terra Santa; con la crisi economica che imperversa da anni tra i palestinesi, è uno dei pochi mestieri che è ancora possibile svolgere…
E capita ancor oggi di vedere, al mattino o al tramonto, pastori che camminano alla testa del loro gregge: con una posa quasi solenne, con quell’abbigliamento che li rende simili a sacerdoti che aprono una processione...
Ma Gesù, ad essere esatti, comincia il suo discorso un po’ sulle generali. “Chi non entra nel recinto delle pecore per la porta ma vi sale da un’altra parte è un ladro e un brigante. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore”. A che cosa allude il Signore? Chi sono questi ladri o briganti?
Sono coloro che approfittano delle persone: si servono di loro –bambini, ragazzi, giovani, ma anche adulti – per i loro interessi. Approfittano della loro semplicità, della loro coscienza, della loro mente …e una volta che li possiedono, li modellano a loro piacimento. Siccome le persone hanno bisogno di sicurezza, hanno fame fame di vita, di gioia, loro gliela promettono a basso prezzo e così le prendono per il collo… Possono avere caratteristiche culturali, oppure ideologiche, o perfino religiose. S’infiltrano nell’animo degli sprovveduti, di quanti magari sono con l’acqua alla gola e li plagiano...: profittatori, insomma, che - sapendo di non avere alcun diritto di entrare nel cuore dell’uomo -, evitano di “passare per la porta ed entrano nel recinto salendo da un’altra parte” proprio come dice oggi Gesù nel Vangelo. Al suo tempo si chiamavano “messia”, falsi messia ovviamente. Ogni tanto ne spuntava qualcuno e catalizzava folle attorno a sé. Poi, inevitabilmente, tutto finiva in un fallimento e la gente restava più delusa che mai.
Ma è importante sapere che ci sono sempre stati costoro, e ci saranno sempre. Imbonitori, o persuasori occulti li chiamano oggi. I messianismi (ma potremmo anche dire i populismi, o i sovranismi) rispuntano sempre. E Gesù ci mette in guardia: attenti a questi ladri e briganti, che non hanno alcun diritto di fare da pastori nella vostra vita.
Il pastore “chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E quando le ha condotte fuori, cammina davanti a loro...”. “Condurre fuori”, cioè liberare, è la specialità di Dio. Gesù è un pastore che libera; non si limita a portare il gregge al pascolo: conduce fuori, da schiavitù a libertà.
“In verità, in verità vi dico:...” (quando poi il Signore comincia così, significa che è di importanza capitale ciò che sta per dire)… “In verità, in verità vi dico: Io sono la porta delle pecore...”. Sì, è uno starno modo di parlare! Altre volte aveva detto di essere: sorgente d’acqua viva, e va bene, luce del mondo, d’accordo, Pane vivo disceso dal cielo, e anche questo va bene… Ma “porta” – io sono la porta – questo non l’aveva mai detto. Cosa intende affermare?
Vedete, fartelli. Per gli uomini di tutte le religioni, incontrare Dio significa da sempre accostarsi alla vita, alla pace, alla salvezza... E chi non le desidera questa cose? Sì, ma dove incontrarlo Dio ? Basta un tempio, un edificio per contenerlo? Ecco la presunzione illusoria di ogni religione... No, non basta un tempio, un luogo: è Dio stesso che fornisce “l’ambito” adatto in cui incontrarlo per davvero: “Io sono la porta - ci dice Gesù - se uno entra attraverso di me, sarà salvo”. La sera dell’ultima cena ci ha pure detto: “Io sono la via...nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. Quindi sì, si può ben dire che “Dio è dappertutto”, che “tutte le strade sono buone per andare da Dio”...e, per certi aspetti, probabilmente, è anche vero; ma, se siamo cristiani onesti, non potremo mai dimenticare queste parole di Gesù: “Io sono la porta per arrivare a Dio. Se uno entra attraverso di me, sarà salvo: entrerà e uscirà e troverà pascolo”.
“Entrare e uscire” – per la Bibbia – significa semplicemente vivere, ma da persone libere. Insomma, passare per Gesù, seguire quella via che è Gesù, è vivere in libertà, è destreggiarsi nella vita con disinvoltura e con equilibrio, non perchè si è più furbi degli altri, ma perchè in Gesù si ha l’orientamento giusto, il senso, il motivo per affrontare tutto:...”per mezzo di me si entra, si esce, e si trova pascolo”.
“Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perchè abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Bisogna dire che Dio è il grande appassionato della vita: nessuno ama così tanto la vita quanto Dio che ce l’ha data. E Gesù si presenta a noi come il vero difensore della vita. Cos’altro stanno a dire quelle immagini che adopera…“l’acqua viva, il Pane vivo che dà la vita al mondo...”. Solo Dio, che è la fonte della vita, può essere così tanto appassionato per la vita, e questa passione è l’anima di tutta la missione di Gesù; si potrebbe dire che Dio ha mandato Gesù nel mondo per abbassare alla nostra portata la sorgente della vita, per contagiarci della sua stessa passione per la vita: “Io sono venuto perchè abbiano la vita – afferma - e l’abbiano in abbondanza”.
Ecco perché, proprio in questa Domenica, alla luce di questo bel vangelo, con tutti i cristiani del mondo siamo invitati a ricordarci che la nostra vita è vocazione: dall’inizio alla fine, nei giorni luminosi e anche in quelli grigi, quando le cose vanno bene e anche quando vanno storte, la nostra vita è vocazione.
Vocazione può voler dire tante cose, ma vuol dire anzitutto che non siamo al mondo per caso, la nostra persona – fatta com’è fatta – è opera di un disegno d’amore che ci ha inventati e ci ha fatti venire al mondo; e stare al mondo, allora, è realizzare questo disegno d’amore, che ha il nostro nome e il nostro volto. E, soprattutto, ha la firma di Dio: che ci ama da sempre.
Non buttiamoci via, allora, fratelli: non vendiamo l’anima, o la coscienza, o il cervello, al primo che si presenta… Attenti a quei ladri e briganti, che non hanno alcun diritto di fare da pastori nella vostra vita.
Un solo è il pastore buono di cui possiamo fidarci: quello che ha pagato la nostra fiducia con la sua vita: Gesù, crocifisso e risorto. Seguire lui è vivere in libertà, è destreggiarsi nella vita con serenità e con equilibrio.
Seguire Lui è vivere l’esistenza come una vocazione, anzi, come una missione, perché è per questo Dio ci ha chiamati all’esistenza. Ringraziamolo anche oggi allora con il consueto saluto pasquale:
Cristo è risorto!
E' veramente risorto!
Le Letture Bibliche: Atti degli Apostoli 2,14.36-41; 1Pietro 2,20-25; Giovanni 10,1-10
Il buon Pastore!
Pastori e pecore se ne vedono ancora in Terra Santa; con la crisi economica che imperversa da anni tra i palestinesi, è uno dei pochi mestieri che è ancora possibile svolgere…
E capita ancor oggi di vedere, al mattino o al tramonto, pastori che camminano alla testa del loro gregge: con una posa quasi solenne, con quell’abbigliamento che li rende simili a sacerdoti che aprono una processione...
Ma Gesù, ad essere esatti, comincia il suo discorso un po’ sulle generali. “Chi non entra nel recinto delle pecore per la porta ma vi sale da un’altra parte è un ladro e un brigante. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore”. A che cosa allude il Signore? Chi sono questi ladri o briganti?
Sono coloro che approfittano delle persone: si servono di loro –bambini, ragazzi, giovani, ma anche adulti – per i loro interessi. Approfittano della loro semplicità, della loro coscienza, della loro mente …e una volta che li possiedono, li modellano a loro piacimento. Siccome le persone hanno bisogno di sicurezza, hanno fame fame di vita, di gioia, loro gliela promettono a basso prezzo e così le prendono per il collo… Possono avere caratteristiche culturali, oppure ideologiche, o perfino religiose. S’infiltrano nell’animo degli sprovveduti, di quanti magari sono con l’acqua alla gola e li plagiano...: profittatori, insomma, che - sapendo di non avere alcun diritto di entrare nel cuore dell’uomo -, evitano di “passare per la porta ed entrano nel recinto salendo da un’altra parte” proprio come dice oggi Gesù nel Vangelo. Al suo tempo si chiamavano “messia”, falsi messia ovviamente. Ogni tanto ne spuntava qualcuno e catalizzava folle attorno a sé. Poi, inevitabilmente, tutto finiva in un fallimento e la gente restava più delusa che mai.
Ma è importante sapere che ci sono sempre stati costoro, e ci saranno sempre. Imbonitori, o persuasori occulti li chiamano oggi. I messianismi (ma potremmo anche dire i populismi, o i sovranismi) rispuntano sempre. E Gesù ci mette in guardia: attenti a questi ladri e briganti, che non hanno alcun diritto di fare da pastori nella vostra vita.
Il pastore “chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E quando le ha condotte fuori, cammina davanti a loro...”. “Condurre fuori”, cioè liberare, è la specialità di Dio. Gesù è un pastore che libera; non si limita a portare il gregge al pascolo: conduce fuori, da schiavitù a libertà.
“In verità, in verità vi dico:...” (quando poi il Signore comincia così, significa che è di importanza capitale ciò che sta per dire)… “In verità, in verità vi dico: Io sono la porta delle pecore...”. Sì, è uno starno modo di parlare! Altre volte aveva detto di essere: sorgente d’acqua viva, e va bene, luce del mondo, d’accordo, Pane vivo disceso dal cielo, e anche questo va bene… Ma “porta” – io sono la porta – questo non l’aveva mai detto. Cosa intende affermare?
Vedete, fartelli. Per gli uomini di tutte le religioni, incontrare Dio significa da sempre accostarsi alla vita, alla pace, alla salvezza... E chi non le desidera questa cose? Sì, ma dove incontrarlo Dio ? Basta un tempio, un edificio per contenerlo? Ecco la presunzione illusoria di ogni religione... No, non basta un tempio, un luogo: è Dio stesso che fornisce “l’ambito” adatto in cui incontrarlo per davvero: “Io sono la porta - ci dice Gesù - se uno entra attraverso di me, sarà salvo”. La sera dell’ultima cena ci ha pure detto: “Io sono la via...nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. Quindi sì, si può ben dire che “Dio è dappertutto”, che “tutte le strade sono buone per andare da Dio”...e, per certi aspetti, probabilmente, è anche vero; ma, se siamo cristiani onesti, non potremo mai dimenticare queste parole di Gesù: “Io sono la porta per arrivare a Dio. Se uno entra attraverso di me, sarà salvo: entrerà e uscirà e troverà pascolo”.
“Entrare e uscire” – per la Bibbia – significa semplicemente vivere, ma da persone libere. Insomma, passare per Gesù, seguire quella via che è Gesù, è vivere in libertà, è destreggiarsi nella vita con disinvoltura e con equilibrio, non perchè si è più furbi degli altri, ma perchè in Gesù si ha l’orientamento giusto, il senso, il motivo per affrontare tutto:...”per mezzo di me si entra, si esce, e si trova pascolo”.
“Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perchè abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Bisogna dire che Dio è il grande appassionato della vita: nessuno ama così tanto la vita quanto Dio che ce l’ha data. E Gesù si presenta a noi come il vero difensore della vita. Cos’altro stanno a dire quelle immagini che adopera…“l’acqua viva, il Pane vivo che dà la vita al mondo...”. Solo Dio, che è la fonte della vita, può essere così tanto appassionato per la vita, e questa passione è l’anima di tutta la missione di Gesù; si potrebbe dire che Dio ha mandato Gesù nel mondo per abbassare alla nostra portata la sorgente della vita, per contagiarci della sua stessa passione per la vita: “Io sono venuto perchè abbiano la vita – afferma - e l’abbiano in abbondanza”.
Ecco perché, proprio in questa Domenica, alla luce di questo bel vangelo, con tutti i cristiani del mondo siamo invitati a ricordarci che la nostra vita è vocazione: dall’inizio alla fine, nei giorni luminosi e anche in quelli grigi, quando le cose vanno bene e anche quando vanno storte, la nostra vita è vocazione.
Vocazione può voler dire tante cose, ma vuol dire anzitutto che non siamo al mondo per caso, la nostra persona – fatta com’è fatta – è opera di un disegno d’amore che ci ha inventati e ci ha fatti venire al mondo; e stare al mondo, allora, è realizzare questo disegno d’amore, che ha il nostro nome e il nostro volto. E, soprattutto, ha la firma di Dio: che ci ama da sempre.
Non buttiamoci via, allora, fratelli: non vendiamo l’anima, o la coscienza, o il cervello, al primo che si presenta… Attenti a quei ladri e briganti, che non hanno alcun diritto di fare da pastori nella vostra vita.
Un solo è il pastore buono di cui possiamo fidarci: quello che ha pagato la nostra fiducia con la sua vita: Gesù, crocifisso e risorto. Seguire lui è vivere in libertà, è destreggiarsi nella vita con serenità e con equilibrio.
Seguire Lui è vivere l’esistenza come una vocazione, anzi, come una missione, perché è per questo Dio ci ha chiamati all’esistenza. Ringraziamolo anche oggi allora con il consueto saluto pasquale:
Cristo è risorto!
E' veramente risorto!
19 Aprile - 3° Domenica di Pasqua
Le Letture Bibliche: Atti degli Apostoli 2,14.22-23; 1Pietro 1,17-21; Luca 24,13-35
Pasqua è passata da 15 giorni. Le vacanze sono già un ricordo lontano; anche delle uova di cioccolato e delle colombe son rimasti solo gli avanzi in qualche supermercato. A Pasqua eravamo tutti presi da quell’ebbrezza che porta a fare auguri, baci e abbracci a destra e sinistra… Ed era giusto: “Gesù è risorto”, se non era una bella notizia questa, quali sono le belle notizie? E questa notizia si combinava col suono delle campane, correva sulle ali degli auguri, viaggiava con quelli che a Pasqua giravano di qua o di là. Ma poi – come sempre - tutto rientra nella normalità: scuola, lavoro, impegni di tutti i giorni, con qualche problema che non manca mai (e che, siccome c’era già prima di Pasqua, dopo te lo ritrovi di nuovo). E allora capita di domandarsi: ma …è proprio vero che è risorto Gesù Cristo? … Ma poi, ammesso che sia davvero risorto, dov’è finito?
Fratelli, la prima certezza che non dobbiamo lasciarci portar via da nessuno è questa: Gesù è vivo. So che lo ripeto spesso (col rischio di diventare noioso), ma insisto perché troppi pensano il contrario, che cioè Gesù Cristo è scomparso da un pezzo. Un personaggio del passato, come lo sono stati Giulio Cesare, Carlo Magno, Napoleone… e tanti altri. Vissuti e poi scomparsi per sempre.
Oppure pensano che Gesù Cristo è un mito. Cioè sì, continuiamo a parlare di lui noi preti, i vescovi, il papa, perché è stato un personaggio importante e perché quello che diceva ha segnato il corso della storia. Perciò… facciamo come se fosse vivo, ma in realtà sappiamo bene che lui non c’è più da quasi 2000 anni. Un mito, insomma. Sono in tanti a pensarla così, a strombazzarlo in tutti i toni… Filosofi, scrittori, conduttori di programmi televisivi; a volte ci si mette anche qualche teologo che ne sa una pagina più del vangelo: la risurrezione di Gesù sarebbe un simbolo, soltanto un simbolo… Cosa vorrà dire poi?
Ebbene, no: Gesù è VIVO con tutta la sua persona perché è davvero risorto. Se questo non fosse vero, noi cristiani – come dice san Paolo – saremmo i più miserabili di tutti gli uomini… Saremmo degli ingenui, o degli illusi.
E invece no: siamo i discepoli del Risorto, che è vivo per sempre. E se qualcuno trova impossibile crederlo, questa è la dimostrazione che si fida più dei suoi ragionamenti che di Dio. I ragionamenti li dobbiamo pur fare: Dio creatore ci ha fornito apposta di un cervello, ma quando si pretende di spiegare tutto, anche ciò che è aldilà della nostra portata, allora si cade nella presunzione, e la presunzione è la maschera dell’ignoranza. Allargare certi orizzonti davanti a noi, riconoscendo che è più quello che ci sfugge che non quello che capiamo, è sintomo di vera saggezza. Sì, è vivo Gesù, più vivo di noi: la sua vita non è più un’esistenza solo biologica com’è la nostra. Lo era, ora non lo è più.
Sì, però… le perplessità non sono finite: se è vivo, dov’è? Se lo domandavano anche quei due che proprio il giorno di Pasqua “stavano camminando verso un villaggio di nome Emmaus…distante circa undici chilometri da Gerusalemme”… “Di cosa state parlando?” chiese quel viandante che prese a camminare con loro. “Di Gesù - risposero: alcune donne hanno detto che non è più nel sepolcro… e noi ci stiamo chiedendo: dove sarà finito?!”.
Non si accorsero che quel viandante era Gesù in persona. Perché, da risorto, Gesù è sì quello di prima, ma è anche diverso da prima… Adesso, se si cammina per strada, lui può assumere le sembianze di un viandante come tanti altri… Se si è in campagna, l’aspetto di un contadino (così lo vide Maria Maddalena, e non lo riconobbe subito). Sulle rive del Lago di Galilea, dove tanti facevano i pescatori, Gesù assomiglia a un pescatore tra gli altri…
Ma perché Gesù – vivo - cambia aspetto a seconda delle situazioni? Perché in ogni situazione dove c’è qualcuno che ha un pizzico di fiducia in lui, lui ci tiene a esserci: ma senza far chiasso, anzi, così…in incognito, con discrezione: solo per fare compagnia. Gesù è giovane che va a scuola là dove ci sono ragazzi che gli vogliono un po’ di bene e vanno a scuola … E’ operaio o impiegato, là dove ci sono impiegati e operai che credono in lui e vanno a lavorare…Con chi è malato e ha fede in Gesù, Gesù si fa anche lui sofferente… oppure medico: pur di essere lì e fare compagnia. Insomma, basta che le persone gli vogliano un po’ di bene, gli diano un po’ di fiducia, e Gesù si fa loro compagno. Sempre. Non c’è più nessuna situazione dove lui non possa essere presente.
Ma allora perché non ce n’accorgiamo? forse perché noi crediamo sì in Gesù, ma con una fede un po’… tiepida, fiacca. Eh, dev’essere più decisa, più viva. Credere sì, ma con tutta l’anima; amare sì, ma con passione… E’ allora che si sente di non essere più soli.
Io ho fiducia che prima o poi arriveremo a una Fede così. Però, cosa possiamo fare per arrivarci? Vedete: nonostante i nostri dubbi, Gesù stesso ci dà l’occasione di incontrarlo, anzi, di toccarlo. Come? Torniamo per un attimo al vangelo che abbiamo ascoltato oggi. Quando quei due discepoli arrivarono a Emmaus dov’erano diretti, gli dissero: “Resta con noi… è già sera ormai!”. E lui accettò. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora sì che si aprirono i loro occhi, e lo riconobbero… ma lui sparì dalla loro vista”. Non è quello che fa anche con noi Gesù, ogni volta che ci raduniamo la Domenica come stiamo facendo proprio adesso? Non è lui che spezza il pane e ce lo dà? Non è il suo corpo quel pane che mangiamo?
Quei due discepoli si alzarono e con il cuore pieno di gioia ripercorsero di corsa quella strada che avevano fatto per dire agli altri che Gesù è vivo. Noi non abbiamo da fare molti chilometri come loro, ma dopo ogni Eucaristia anche noi torniamo alla nostra vita. Non meravigliatevi se poi nella vita (in casa, a scuola, sul lavoro…) non vedete Gesù come vedete qualsiasi altra persona. Non stupitevi se tanti pensano che sia morto, scomparso, o che sia soltanto un mito… Lasciate che lo pensino. Voi sapete che – se noi gli vogliamo bene – lui è con noi sempre e dappertutto.
Tuttavia, fratelli, se vogliamo esserne proprio sicuri, allora non perdiamo l’occasione di trovarci a mensa con lui ogni Domenica: è lui che parla nel vangelo che ascoltiamo, è lui che spezza il pane e ce lo dà. E’ lui stesso quel Pane. Quelle parole sono le sue. E dopo ogni Eucaristia possiamo tornare alla vita …non come viandanti stanchi o rassegnati, ma volando… perché abbiamo ogni volta la certezza,la prova, che Lui è davvero con noi.
Ravviviamola allora questa certezza con il consueto saluto Pasquale: Cristo è risorto!
E' veramente risorto!
Le Letture Bibliche: Atti degli Apostoli 2,14.22-23; 1Pietro 1,17-21; Luca 24,13-35
Pasqua è passata da 15 giorni. Le vacanze sono già un ricordo lontano; anche delle uova di cioccolato e delle colombe son rimasti solo gli avanzi in qualche supermercato. A Pasqua eravamo tutti presi da quell’ebbrezza che porta a fare auguri, baci e abbracci a destra e sinistra… Ed era giusto: “Gesù è risorto”, se non era una bella notizia questa, quali sono le belle notizie? E questa notizia si combinava col suono delle campane, correva sulle ali degli auguri, viaggiava con quelli che a Pasqua giravano di qua o di là. Ma poi – come sempre - tutto rientra nella normalità: scuola, lavoro, impegni di tutti i giorni, con qualche problema che non manca mai (e che, siccome c’era già prima di Pasqua, dopo te lo ritrovi di nuovo). E allora capita di domandarsi: ma …è proprio vero che è risorto Gesù Cristo? … Ma poi, ammesso che sia davvero risorto, dov’è finito?
Fratelli, la prima certezza che non dobbiamo lasciarci portar via da nessuno è questa: Gesù è vivo. So che lo ripeto spesso (col rischio di diventare noioso), ma insisto perché troppi pensano il contrario, che cioè Gesù Cristo è scomparso da un pezzo. Un personaggio del passato, come lo sono stati Giulio Cesare, Carlo Magno, Napoleone… e tanti altri. Vissuti e poi scomparsi per sempre.
Oppure pensano che Gesù Cristo è un mito. Cioè sì, continuiamo a parlare di lui noi preti, i vescovi, il papa, perché è stato un personaggio importante e perché quello che diceva ha segnato il corso della storia. Perciò… facciamo come se fosse vivo, ma in realtà sappiamo bene che lui non c’è più da quasi 2000 anni. Un mito, insomma. Sono in tanti a pensarla così, a strombazzarlo in tutti i toni… Filosofi, scrittori, conduttori di programmi televisivi; a volte ci si mette anche qualche teologo che ne sa una pagina più del vangelo: la risurrezione di Gesù sarebbe un simbolo, soltanto un simbolo… Cosa vorrà dire poi?
Ebbene, no: Gesù è VIVO con tutta la sua persona perché è davvero risorto. Se questo non fosse vero, noi cristiani – come dice san Paolo – saremmo i più miserabili di tutti gli uomini… Saremmo degli ingenui, o degli illusi.
E invece no: siamo i discepoli del Risorto, che è vivo per sempre. E se qualcuno trova impossibile crederlo, questa è la dimostrazione che si fida più dei suoi ragionamenti che di Dio. I ragionamenti li dobbiamo pur fare: Dio creatore ci ha fornito apposta di un cervello, ma quando si pretende di spiegare tutto, anche ciò che è aldilà della nostra portata, allora si cade nella presunzione, e la presunzione è la maschera dell’ignoranza. Allargare certi orizzonti davanti a noi, riconoscendo che è più quello che ci sfugge che non quello che capiamo, è sintomo di vera saggezza. Sì, è vivo Gesù, più vivo di noi: la sua vita non è più un’esistenza solo biologica com’è la nostra. Lo era, ora non lo è più.
Sì, però… le perplessità non sono finite: se è vivo, dov’è? Se lo domandavano anche quei due che proprio il giorno di Pasqua “stavano camminando verso un villaggio di nome Emmaus…distante circa undici chilometri da Gerusalemme”… “Di cosa state parlando?” chiese quel viandante che prese a camminare con loro. “Di Gesù - risposero: alcune donne hanno detto che non è più nel sepolcro… e noi ci stiamo chiedendo: dove sarà finito?!”.
Non si accorsero che quel viandante era Gesù in persona. Perché, da risorto, Gesù è sì quello di prima, ma è anche diverso da prima… Adesso, se si cammina per strada, lui può assumere le sembianze di un viandante come tanti altri… Se si è in campagna, l’aspetto di un contadino (così lo vide Maria Maddalena, e non lo riconobbe subito). Sulle rive del Lago di Galilea, dove tanti facevano i pescatori, Gesù assomiglia a un pescatore tra gli altri…
Ma perché Gesù – vivo - cambia aspetto a seconda delle situazioni? Perché in ogni situazione dove c’è qualcuno che ha un pizzico di fiducia in lui, lui ci tiene a esserci: ma senza far chiasso, anzi, così…in incognito, con discrezione: solo per fare compagnia. Gesù è giovane che va a scuola là dove ci sono ragazzi che gli vogliono un po’ di bene e vanno a scuola … E’ operaio o impiegato, là dove ci sono impiegati e operai che credono in lui e vanno a lavorare…Con chi è malato e ha fede in Gesù, Gesù si fa anche lui sofferente… oppure medico: pur di essere lì e fare compagnia. Insomma, basta che le persone gli vogliano un po’ di bene, gli diano un po’ di fiducia, e Gesù si fa loro compagno. Sempre. Non c’è più nessuna situazione dove lui non possa essere presente.
Ma allora perché non ce n’accorgiamo? forse perché noi crediamo sì in Gesù, ma con una fede un po’… tiepida, fiacca. Eh, dev’essere più decisa, più viva. Credere sì, ma con tutta l’anima; amare sì, ma con passione… E’ allora che si sente di non essere più soli.
Io ho fiducia che prima o poi arriveremo a una Fede così. Però, cosa possiamo fare per arrivarci? Vedete: nonostante i nostri dubbi, Gesù stesso ci dà l’occasione di incontrarlo, anzi, di toccarlo. Come? Torniamo per un attimo al vangelo che abbiamo ascoltato oggi. Quando quei due discepoli arrivarono a Emmaus dov’erano diretti, gli dissero: “Resta con noi… è già sera ormai!”. E lui accettò. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora sì che si aprirono i loro occhi, e lo riconobbero… ma lui sparì dalla loro vista”. Non è quello che fa anche con noi Gesù, ogni volta che ci raduniamo la Domenica come stiamo facendo proprio adesso? Non è lui che spezza il pane e ce lo dà? Non è il suo corpo quel pane che mangiamo?
Quei due discepoli si alzarono e con il cuore pieno di gioia ripercorsero di corsa quella strada che avevano fatto per dire agli altri che Gesù è vivo. Noi non abbiamo da fare molti chilometri come loro, ma dopo ogni Eucaristia anche noi torniamo alla nostra vita. Non meravigliatevi se poi nella vita (in casa, a scuola, sul lavoro…) non vedete Gesù come vedete qualsiasi altra persona. Non stupitevi se tanti pensano che sia morto, scomparso, o che sia soltanto un mito… Lasciate che lo pensino. Voi sapete che – se noi gli vogliamo bene – lui è con noi sempre e dappertutto.
Tuttavia, fratelli, se vogliamo esserne proprio sicuri, allora non perdiamo l’occasione di trovarci a mensa con lui ogni Domenica: è lui che parla nel vangelo che ascoltiamo, è lui che spezza il pane e ce lo dà. E’ lui stesso quel Pane. Quelle parole sono le sue. E dopo ogni Eucaristia possiamo tornare alla vita …non come viandanti stanchi o rassegnati, ma volando… perché abbiamo ogni volta la certezza,la prova, che Lui è davvero con noi.
Ravviviamola allora questa certezza con il consueto saluto Pasquale: Cristo è risorto!
E' veramente risorto!
12 Aprile - 2° Domenica di Pasqua
Le Letture Bibliche: Atti degli Apostoli 2,42-47; 1Pietro 1,3-9; Giovanni 20,19-31
Le feste di Pasqua sono passate, hanno avuto un piccolo strascico con il giorno di Pasquetta, ma poi tutto è tornato nella normalità…Io mi ostino a dire che Pasqua non basta un giorno solo a celebrarla, che ce ne vogliono otto… l’Ottava appunto. Però, se ci guardiamo attorno, non pare che siano cambiate le cose, le situazioni, l’andazzo del mondo…
Chi era preoccupato prima di Pasqua, lo è anche dopo… Chi era malato in Quaresima, non è che a Pasqua si è ritrovato guarito… Chi era arrogante, scaltro e disonesto… continua ad esserlo. E le lacrime che scorrevano sul viso di molti innocenti, continuano a scorrere anche in questi giorni. E’ di questa settimana la notizia che a Beyrut, la capitale del Libano, un bombardamento ha ucciso più di 300 persone… tra le quali non pochi bambini. Ma allora, se Pasqua è sinonimo di novità, in cosa consiste questa novità? Una ventata di folklore religioso destinata a consumarsi in fretta? E che ne è di quella potenza che ha aperto dall’interno quel sepolcro? di quella frenesia che metteva le ali ai piedi a quelle donne e a quei discepoli?
Ecco, qualcuno starà pensando: oggi il prete fa l’avvocato del diavolo invece che di Gesù Cristo…
No, fratelli, oggi vorrei fare l’avvocato di Tommaso, l’apostolo. Avete sentito qual è stata la sua reazione allorchè i suoi compagni gli han detto: “Abbiamo visto il Signore!”…”Io non ci credo!” ha risposto.
Sì, era assente quando Gesù Risorto si è presentato in quel Cenacolo dove si trovavano. Ma è da capire la sua reazione. E’ troppo inverosimile che un sepolcro si apra dal di dentro e che è il morto che c’era dentro ne esca vivo, anzi, più vivo di prima. Troppo inverosimile.
Ma Tommaso ha aggiunto qualcos’altro a quel “non ci credo”… qualcosa che va aldilà della semplice incredulità. “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi - ha aggiunto - e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nella piaga del suo fianco…io non credo!”. Eh, ma quante storie! No, non sono storie. Da queste parole traspare l’amarezza appassionata di un grande amico di Gesù… uno che quel segno dei chiodi l’aveva visto da vicino, e così pure quel fianco squarciato dalla lancia… tutto aveva visto, ed era come se quella lancia avesse trapassato anche il suo cuore… Tommaso amava Gesù. E solo la fede di chi ama veramente conosce la prova, la tentazione, e il dubbio.
A volte faccio questa domanda alle persone che ho davanti: “Vi capita mai di dubitare? La vostra Fede conosce il dubbio?”. Di solito fanno sì con il capo, ma qualcuna mi risponde: “No, mai!”. Al che io ribatto (sorridendo, per non umiliarla): “Male! Perché è solo di ciò che non interessa che non si dubita mai… Di ciò che sta sommamente a cuore può accadere di dubitare”. Anche il dubbio è una prova che si ama davvero, ma ciò che si ama sfugge sempre al nostro pieno controllo, perché non è nostra proprietà: è dono, soltanto dono!
Se la Fede è come il fuoco, il dubbio è come il vento che soffia sul quel fuoco: se quella Fede è una fiammella che langue, povera di amore, basta una folata di vento per spegnerla… Ma se è l’amore che la fa ardere, il vento fa divampare quel fuoco.
Ecco l’ncredulità di Tommaso: quando otto giorni dopo – proprio come oggi – c’è anche lui con gli altri apostoli e viene il Signore, non ha più bisogno di mettergli il dito nella piaghe; può solo esclamare: “Mio Signore e mio Dio!”. Parole, queste, che vengono da un cuore che ama moltissimo. E quale conclusione ne trarremo noi? Questa.
La forza della risurrezione non si è esaurita, come si esaurisce un avvenimento mondano di un giorno, o come si acquieta il rumore assordante delle bombe quando non avranno più niente da distruggere…. La forza della risurrezione si fa strada in tutt’altro modo.
Traspare dalla vita di quelle persone che ogni primo giorno della settimana (per usare le stesse parole del vangelo di oggi)… si radunano e prestano attenzione a una Parola che li rianima perché viene da Dio: “quelli che erano stati battezzati. erano perseveranti nell’ascoltare dagli apostoli la Parola di Dio” ci ha riferito oggi san Luca nella prima lettura. E oltre che accogliere quella Parola, si spezza insieme il pane della Vita, si dialoga con un Dio che è Padre, e poi si riparte con qualcosa in più che darà sapore ai giorni feriali che seguiranno. Ecco dove e come agisce la forza della risurrezione che ha risvegliato Gesù dalla morte.
E’ una forza che non si esaurirà mai; Pietro, l’apostolo, ce l’ha ricordato in quello splendido inizio della sua lettera – era la seconda lettura: “Dio ci ha rigenerati mediante la risurrezione di Gesù Cristo … per una speranza viva!”. Come è forte questa affermazione! “… ci ha rigenerati per una speranza viva!”. “Perciò – continua – siete ricolmi di gioia!” (Dice proprio siete, non siate, perché la gioia non ce la creiamo noi, no: ce la dona lui, il Signore risorto… ).
Certo, non mancano poi le prove, le difficoltà, i giorni di apprensione: nell’esperienza di ciascuno come nella vita del mondo; ma anche l’oro si purifica col fuoco – ci ricordava Pietro in quella lettura di poco fa’ – anche l’oro si purifica col fuoco perché risulti ben carato. Forse che la vostra fede non è più preziosa dell’oro?
Ed è qui che Tommaso ha qualcosa da dirci! Sì, è messa alla prova la fede, conosce il dubbio, perché? Perché Ma ci sta molto a cuore. Perché è l’amore che la fa ardere: come per Tommaso. Un grande amore per Gesù!
Ecco chi è Colui che veniamo qui ad incontrare ogni Domenica! “Voi lo amate – continua l’apostolo Pietro (e parla a noi) – lo amate anche se non l’avete mai visto, e ora, senza vederlo credete in lui: esultate, quindi, di gioia indicibile e gloriosa!”.
Ma com’è possibile provare gioia indicibile e gloriosa per qualcuno che non si vede? Sì, è possibile, eccome! è l’amore per lui che la rende possibile, perché amore e gioia vanno insieme: se lui ti ha amato tanto da dare a sua vita per te, tu non puoi far a meno di contraccambiare quell’amore, non puoi far a meno di amarlo con passione, se hai un cuore di carne, invece che di pietra o di ghiaccio… Ecco perché è la gioia. Ha ragione Gesù di dire a noi oggi: “Beati quelli che non hanno visto ma hanno creduto!” .
Beati vuol dire fortunati, vuol dire felici, fratelli! E da allora in poi è questa felicità che ci viene garantita ogni primo giorno della settimana, cioè ogni Domenica. Beati quelli che in questa occasione si lasciano contagiare dalla forza della risurrezione: potranno affrontare la vita da ogni lunedì a ogni sabato non col fiato corto, ma con grande respiro. E poiché è anche oggi Pasqua, cioè tempo di auguri, auguriamoci che tutti noi possiamo essere tra questi.
Cristo è risorto!
E’ veramente risorto!
Le Letture Bibliche: Atti degli Apostoli 2,42-47; 1Pietro 1,3-9; Giovanni 20,19-31
Le feste di Pasqua sono passate, hanno avuto un piccolo strascico con il giorno di Pasquetta, ma poi tutto è tornato nella normalità…Io mi ostino a dire che Pasqua non basta un giorno solo a celebrarla, che ce ne vogliono otto… l’Ottava appunto. Però, se ci guardiamo attorno, non pare che siano cambiate le cose, le situazioni, l’andazzo del mondo…
Chi era preoccupato prima di Pasqua, lo è anche dopo… Chi era malato in Quaresima, non è che a Pasqua si è ritrovato guarito… Chi era arrogante, scaltro e disonesto… continua ad esserlo. E le lacrime che scorrevano sul viso di molti innocenti, continuano a scorrere anche in questi giorni. E’ di questa settimana la notizia che a Beyrut, la capitale del Libano, un bombardamento ha ucciso più di 300 persone… tra le quali non pochi bambini. Ma allora, se Pasqua è sinonimo di novità, in cosa consiste questa novità? Una ventata di folklore religioso destinata a consumarsi in fretta? E che ne è di quella potenza che ha aperto dall’interno quel sepolcro? di quella frenesia che metteva le ali ai piedi a quelle donne e a quei discepoli?
Ecco, qualcuno starà pensando: oggi il prete fa l’avvocato del diavolo invece che di Gesù Cristo…
No, fratelli, oggi vorrei fare l’avvocato di Tommaso, l’apostolo. Avete sentito qual è stata la sua reazione allorchè i suoi compagni gli han detto: “Abbiamo visto il Signore!”…”Io non ci credo!” ha risposto.
Sì, era assente quando Gesù Risorto si è presentato in quel Cenacolo dove si trovavano. Ma è da capire la sua reazione. E’ troppo inverosimile che un sepolcro si apra dal di dentro e che è il morto che c’era dentro ne esca vivo, anzi, più vivo di prima. Troppo inverosimile.
Ma Tommaso ha aggiunto qualcos’altro a quel “non ci credo”… qualcosa che va aldilà della semplice incredulità. “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi - ha aggiunto - e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nella piaga del suo fianco…io non credo!”. Eh, ma quante storie! No, non sono storie. Da queste parole traspare l’amarezza appassionata di un grande amico di Gesù… uno che quel segno dei chiodi l’aveva visto da vicino, e così pure quel fianco squarciato dalla lancia… tutto aveva visto, ed era come se quella lancia avesse trapassato anche il suo cuore… Tommaso amava Gesù. E solo la fede di chi ama veramente conosce la prova, la tentazione, e il dubbio.
A volte faccio questa domanda alle persone che ho davanti: “Vi capita mai di dubitare? La vostra Fede conosce il dubbio?”. Di solito fanno sì con il capo, ma qualcuna mi risponde: “No, mai!”. Al che io ribatto (sorridendo, per non umiliarla): “Male! Perché è solo di ciò che non interessa che non si dubita mai… Di ciò che sta sommamente a cuore può accadere di dubitare”. Anche il dubbio è una prova che si ama davvero, ma ciò che si ama sfugge sempre al nostro pieno controllo, perché non è nostra proprietà: è dono, soltanto dono!
Se la Fede è come il fuoco, il dubbio è come il vento che soffia sul quel fuoco: se quella Fede è una fiammella che langue, povera di amore, basta una folata di vento per spegnerla… Ma se è l’amore che la fa ardere, il vento fa divampare quel fuoco.
Ecco l’ncredulità di Tommaso: quando otto giorni dopo – proprio come oggi – c’è anche lui con gli altri apostoli e viene il Signore, non ha più bisogno di mettergli il dito nella piaghe; può solo esclamare: “Mio Signore e mio Dio!”. Parole, queste, che vengono da un cuore che ama moltissimo. E quale conclusione ne trarremo noi? Questa.
La forza della risurrezione non si è esaurita, come si esaurisce un avvenimento mondano di un giorno, o come si acquieta il rumore assordante delle bombe quando non avranno più niente da distruggere…. La forza della risurrezione si fa strada in tutt’altro modo.
Traspare dalla vita di quelle persone che ogni primo giorno della settimana (per usare le stesse parole del vangelo di oggi)… si radunano e prestano attenzione a una Parola che li rianima perché viene da Dio: “quelli che erano stati battezzati. erano perseveranti nell’ascoltare dagli apostoli la Parola di Dio” ci ha riferito oggi san Luca nella prima lettura. E oltre che accogliere quella Parola, si spezza insieme il pane della Vita, si dialoga con un Dio che è Padre, e poi si riparte con qualcosa in più che darà sapore ai giorni feriali che seguiranno. Ecco dove e come agisce la forza della risurrezione che ha risvegliato Gesù dalla morte.
E’ una forza che non si esaurirà mai; Pietro, l’apostolo, ce l’ha ricordato in quello splendido inizio della sua lettera – era la seconda lettura: “Dio ci ha rigenerati mediante la risurrezione di Gesù Cristo … per una speranza viva!”. Come è forte questa affermazione! “… ci ha rigenerati per una speranza viva!”. “Perciò – continua – siete ricolmi di gioia!” (Dice proprio siete, non siate, perché la gioia non ce la creiamo noi, no: ce la dona lui, il Signore risorto… ).
Certo, non mancano poi le prove, le difficoltà, i giorni di apprensione: nell’esperienza di ciascuno come nella vita del mondo; ma anche l’oro si purifica col fuoco – ci ricordava Pietro in quella lettura di poco fa’ – anche l’oro si purifica col fuoco perché risulti ben carato. Forse che la vostra fede non è più preziosa dell’oro?
Ed è qui che Tommaso ha qualcosa da dirci! Sì, è messa alla prova la fede, conosce il dubbio, perché? Perché Ma ci sta molto a cuore. Perché è l’amore che la fa ardere: come per Tommaso. Un grande amore per Gesù!
Ecco chi è Colui che veniamo qui ad incontrare ogni Domenica! “Voi lo amate – continua l’apostolo Pietro (e parla a noi) – lo amate anche se non l’avete mai visto, e ora, senza vederlo credete in lui: esultate, quindi, di gioia indicibile e gloriosa!”.
Ma com’è possibile provare gioia indicibile e gloriosa per qualcuno che non si vede? Sì, è possibile, eccome! è l’amore per lui che la rende possibile, perché amore e gioia vanno insieme: se lui ti ha amato tanto da dare a sua vita per te, tu non puoi far a meno di contraccambiare quell’amore, non puoi far a meno di amarlo con passione, se hai un cuore di carne, invece che di pietra o di ghiaccio… Ecco perché è la gioia. Ha ragione Gesù di dire a noi oggi: “Beati quelli che non hanno visto ma hanno creduto!” .
Beati vuol dire fortunati, vuol dire felici, fratelli! E da allora in poi è questa felicità che ci viene garantita ogni primo giorno della settimana, cioè ogni Domenica. Beati quelli che in questa occasione si lasciano contagiare dalla forza della risurrezione: potranno affrontare la vita da ogni lunedì a ogni sabato non col fiato corto, ma con grande respiro. E poiché è anche oggi Pasqua, cioè tempo di auguri, auguriamoci che tutti noi possiamo essere tra questi.
Cristo è risorto!
E’ veramente risorto!
5 Aprile - Pasqua di Risurrezione
Le Letture Bibliche: Atti degli Apostoli 10,34.37-43; Colossesi 3,1-4; Giovanni 20,1-9
E’ sempre accaduto, accade anche ai nostri giorni, di trovarsi insieme per far festa a qualcuno: a uno studente che s’è laureato, a un campione sportivo che ha conquistato una medaglia alle olimpiadi, a un uomo o a una donna che festeggia un compleanno importante… Diversi possono essere i motivi. Ma di solito, la prima condizione è che quel tale che si festeggia ci sia: presente in carne e ossa. Che senso avrebbe festeggiare una persona, se fosse assente?
Eppure, noi oggi qui – in questo giorno di Pasqua – ci troviamo proprio in questa strana situazione: festeggiamo non una presenza, ma un’assenza. Non è più nel sepolcro Gesù Cristo: morto, la sera di quel venerdì, l’avevano deposto in quella tomba, ma non è più lì… È vuota quella tomba. La prima notizia di Pasqua parla di un’assenza, di un vuoto… Che buona notizia può essere un vuoto?
Però… era ancora buio quando Maria Maddalena andò al sepolcro: è sicura di aver visto bene? Un sepolcro vuoto! Beh, il morto che c’era dentro potrebbero averlo portato via … averlo nascosto da un’altra parte…
“Hanno portato via il Signore del sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. C’è chi si ferma a questa constatazione e non va oltre. Anche tra i cristiani di oggi succede. Festeggiano la Pasqua in qualche modo, ma non cambia niente…Il giorno dopo è tutto come prima.
Anche perché, effettivamente, troppe cose portano a pensare che non sia cambiato niente…
Chi era preoccupato ieri, lo è anche oggi, e lo sarà anche domani… Chi era malato, non è che oggi – perché è Pasqua – si ritrovi guarito…
Chi fino adesso ha fatto il furbo e il disonesto, continuerà a farlo… pur facendo gli auguri di buona Pasqua a tutti i furbi e disonesti come lui…
E le lacrime che scorrevano fino a ieri sul viso di molti innocenti, probabilmente continueranno a scorrere ancora…
Ecco, fratelli, questi sono tutti sintomi di forze oscure che vorrebbero bloccare la bella notizia di Pasqua sulla soglia di quel sepolcro vuoto… vorrebbero impedire alla luce del Risorto di farsi vedere… Cos’altro vuol dire, se non questo, che “era ancora buio” quando Maria di Magdala scoprì che quel sepolcro era vuoto?
Ma ci sono anche quelli che non si fermano lì, a constatare un’assenza, un vuoto… Anzi, proprio quel vuoto diventa provocazione a cercare, a correre, ad andare oltre…
Chi sono questi tali? Allora si chiamavano Pietro e Giovanni, due apostoli di Gesù: “correvano insieme tutti e due, ma Giovanni corse più veloce e arrivò per primo al sepolcro…”. Perché chi è giovane di solito corre più veloce, ma - veloce oppure no – quello che conta è che ognuno corre com’è capace…
Cos’è che li muove? Perché altri, molti altri, non corrono affatto, non cercano, trovano più comodo fermarsi all’idea che Gesù Cristo è scomparso? La ragione è molto semplice, ma decisiva; e sta tutta in questa parola: l’amore.
Maria Maddalena amava Gesù Cristo: per questo si recò al sepolcro quand’era ancora buio. Al buio si esce di casa solo se si deve o perché c’è qualcosa, o qualcuno, che sta molto …molto a cuore. E quando trova vuoto quel sepolcro non se ne torna a casa delusa; continua a cercarlo, fin che non se lo vede davanti vivo e si sente chiamare da lui proprio con il suo nome e con quel tono di voce che era soltanto suo: “Maria!”.
E ciò che faceva correre Pietro e Giovanni era ancora e semplicemente l’amore: amavano Gesù… Anche se uno dei due l’aveva rinnegato, l’aveva fatto per debolezza, ma in realtà lo amava davvero. E proprio perché lo amavano, trovarono in quel sepolcro la conferma che il Signore è davvero risorto: il sudario e le bende, piegati con cura in un angolo, stavano a dire che non erano stati i ladri a portarlo via (i ladri, lo sapete, mettono tutto sottosopra, non stanno certo lì a mettere ordine!). No, solo la forza di Dio può aver ridestato dalla morte Gesù: una forza non violenta, non rumorosa, ma silenziosa, pacifica, e comunque potente. Lazzaro (ricorderete il vangelo di qualche domenica fa’), era uscito vivo dal suo sepolcro con le bende addosso, perché Lazzaro era stato semplicemente risvegliato alla vita. Ma Gesù no. Gesù se ne esce libero da ogni limite: può permettersi di abbandonare il suo abbigliamento da morto. Lui non è solo risvegliato a una vita che comunque un giorno o l’altro arriverà al capolinea e finirà: Gesù è risorto, è vivo per sempre. E questa, fratelli, è una notizia tanto paradossale, che non basta un po’ di fede per accettarla: occorre che quel po’ di fede vada a braccetto con molto amore. Sì, occorre amare Gesù Cristo, per essere convinti che è risorto, per avere prima o poi la sensazione che lui è vivo per davvero.
Occorre amarlo almeno quanto si ama qualsiasi altro interesse che ci smuove e ci mette le ali ai piedi… Occorre amarlo con ansia, con passione, con desiderio di trovarlo. Solo allora il Signore si fa incontrare. Diversamente, se non c’è amore, ci si ferma lì alla constatazione che non c’è più, che il sepolcro è vuoto, che lui è scomparso per sempre… E allora sì che il buio diventa ancora più fitto, e tutto è davvero come prima, se non peggio.
Io auguro a me e poi a tutti voi di non fermarci al buio, al vuoto di quel sepolcro, ma di cercare il Signore Gesù con amore fino ad incontrarlo: partendo proprio da questa Eucaristia che stiamo celebrando. Allora, per un certo verso, sarà anche vero che tutto sembra come prima: le situazioni della vita nostra e del mondo, la realtà che ci circonda, la temperatura… tutto!
Ma sarà altrettanto vero che tutto, proprio tutto, può essere diverso da prima. In ogni caso, questo ormai dipende da noi, dalla nostra fede, o meglio, dal nostro amore per il Signore Gesù.
Dio la sua parte l’ha fatta, e anche bene. Lo dice anche il bel saluto che – come fanno i cristiani d’Oriente - da oggi e per tutte le Domeniche di Pasqua ci scambieremo alla fine di ogni omelia:
Cristo è risorto!
E’ veramente risorto!
Le Letture Bibliche: Atti degli Apostoli 10,34.37-43; Colossesi 3,1-4; Giovanni 20,1-9
E’ sempre accaduto, accade anche ai nostri giorni, di trovarsi insieme per far festa a qualcuno: a uno studente che s’è laureato, a un campione sportivo che ha conquistato una medaglia alle olimpiadi, a un uomo o a una donna che festeggia un compleanno importante… Diversi possono essere i motivi. Ma di solito, la prima condizione è che quel tale che si festeggia ci sia: presente in carne e ossa. Che senso avrebbe festeggiare una persona, se fosse assente?
Eppure, noi oggi qui – in questo giorno di Pasqua – ci troviamo proprio in questa strana situazione: festeggiamo non una presenza, ma un’assenza. Non è più nel sepolcro Gesù Cristo: morto, la sera di quel venerdì, l’avevano deposto in quella tomba, ma non è più lì… È vuota quella tomba. La prima notizia di Pasqua parla di un’assenza, di un vuoto… Che buona notizia può essere un vuoto?
Però… era ancora buio quando Maria Maddalena andò al sepolcro: è sicura di aver visto bene? Un sepolcro vuoto! Beh, il morto che c’era dentro potrebbero averlo portato via … averlo nascosto da un’altra parte…
“Hanno portato via il Signore del sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. C’è chi si ferma a questa constatazione e non va oltre. Anche tra i cristiani di oggi succede. Festeggiano la Pasqua in qualche modo, ma non cambia niente…Il giorno dopo è tutto come prima.
Anche perché, effettivamente, troppe cose portano a pensare che non sia cambiato niente…
Chi era preoccupato ieri, lo è anche oggi, e lo sarà anche domani… Chi era malato, non è che oggi – perché è Pasqua – si ritrovi guarito…
Chi fino adesso ha fatto il furbo e il disonesto, continuerà a farlo… pur facendo gli auguri di buona Pasqua a tutti i furbi e disonesti come lui…
E le lacrime che scorrevano fino a ieri sul viso di molti innocenti, probabilmente continueranno a scorrere ancora…
Ecco, fratelli, questi sono tutti sintomi di forze oscure che vorrebbero bloccare la bella notizia di Pasqua sulla soglia di quel sepolcro vuoto… vorrebbero impedire alla luce del Risorto di farsi vedere… Cos’altro vuol dire, se non questo, che “era ancora buio” quando Maria di Magdala scoprì che quel sepolcro era vuoto?
Ma ci sono anche quelli che non si fermano lì, a constatare un’assenza, un vuoto… Anzi, proprio quel vuoto diventa provocazione a cercare, a correre, ad andare oltre…
Chi sono questi tali? Allora si chiamavano Pietro e Giovanni, due apostoli di Gesù: “correvano insieme tutti e due, ma Giovanni corse più veloce e arrivò per primo al sepolcro…”. Perché chi è giovane di solito corre più veloce, ma - veloce oppure no – quello che conta è che ognuno corre com’è capace…
Cos’è che li muove? Perché altri, molti altri, non corrono affatto, non cercano, trovano più comodo fermarsi all’idea che Gesù Cristo è scomparso? La ragione è molto semplice, ma decisiva; e sta tutta in questa parola: l’amore.
Maria Maddalena amava Gesù Cristo: per questo si recò al sepolcro quand’era ancora buio. Al buio si esce di casa solo se si deve o perché c’è qualcosa, o qualcuno, che sta molto …molto a cuore. E quando trova vuoto quel sepolcro non se ne torna a casa delusa; continua a cercarlo, fin che non se lo vede davanti vivo e si sente chiamare da lui proprio con il suo nome e con quel tono di voce che era soltanto suo: “Maria!”.
E ciò che faceva correre Pietro e Giovanni era ancora e semplicemente l’amore: amavano Gesù… Anche se uno dei due l’aveva rinnegato, l’aveva fatto per debolezza, ma in realtà lo amava davvero. E proprio perché lo amavano, trovarono in quel sepolcro la conferma che il Signore è davvero risorto: il sudario e le bende, piegati con cura in un angolo, stavano a dire che non erano stati i ladri a portarlo via (i ladri, lo sapete, mettono tutto sottosopra, non stanno certo lì a mettere ordine!). No, solo la forza di Dio può aver ridestato dalla morte Gesù: una forza non violenta, non rumorosa, ma silenziosa, pacifica, e comunque potente. Lazzaro (ricorderete il vangelo di qualche domenica fa’), era uscito vivo dal suo sepolcro con le bende addosso, perché Lazzaro era stato semplicemente risvegliato alla vita. Ma Gesù no. Gesù se ne esce libero da ogni limite: può permettersi di abbandonare il suo abbigliamento da morto. Lui non è solo risvegliato a una vita che comunque un giorno o l’altro arriverà al capolinea e finirà: Gesù è risorto, è vivo per sempre. E questa, fratelli, è una notizia tanto paradossale, che non basta un po’ di fede per accettarla: occorre che quel po’ di fede vada a braccetto con molto amore. Sì, occorre amare Gesù Cristo, per essere convinti che è risorto, per avere prima o poi la sensazione che lui è vivo per davvero.
Occorre amarlo almeno quanto si ama qualsiasi altro interesse che ci smuove e ci mette le ali ai piedi… Occorre amarlo con ansia, con passione, con desiderio di trovarlo. Solo allora il Signore si fa incontrare. Diversamente, se non c’è amore, ci si ferma lì alla constatazione che non c’è più, che il sepolcro è vuoto, che lui è scomparso per sempre… E allora sì che il buio diventa ancora più fitto, e tutto è davvero come prima, se non peggio.
Io auguro a me e poi a tutti voi di non fermarci al buio, al vuoto di quel sepolcro, ma di cercare il Signore Gesù con amore fino ad incontrarlo: partendo proprio da questa Eucaristia che stiamo celebrando. Allora, per un certo verso, sarà anche vero che tutto sembra come prima: le situazioni della vita nostra e del mondo, la realtà che ci circonda, la temperatura… tutto!
Ma sarà altrettanto vero che tutto, proprio tutto, può essere diverso da prima. In ogni caso, questo ormai dipende da noi, dalla nostra fede, o meglio, dal nostro amore per il Signore Gesù.
Dio la sua parte l’ha fatta, e anche bene. Lo dice anche il bel saluto che – come fanno i cristiani d’Oriente - da oggi e per tutte le Domeniche di Pasqua ci scambieremo alla fine di ogni omelia:
Cristo è risorto!
E’ veramente risorto!
TEMPO DI QUARESIMA
22 Marzo - Quinta Domenica di Quaresima
Le Letture Bibliche: Ezechiele 37,12-14; Romani 8,8-11; Giovanni 11,1-45
Non sarà molto allegro come argomento quello del vangelo di oggi, ma non dimentichiamo che siamo ormai vicini a Pasqua, e qui abbiamo una specie di anteprima, un assaggio, di cosa sarà la Pasqua: passaggio, da morte a vita nuova. Risurrezione. Lazzaro, a dire il vero, non è risorto quel giorno che Gesù gli ha gridato di uscire dal sepolcro; è solo ritornato alla vita: ma a questa vita, che per quanto lunga possa essere, un giorno o l’altro finirà comunque. Gesù invece è risorto. E’ uscito dal suo sepolcro vivo, ma vivo nel senso che nessun limite, nessun termine può ormai mettere più fine alla sua vita. Vivo per sempre. La vicenda di Lazzaro è un richiamo, un anticipo a qualcosa di ben più grande che accadrà a Gesù e a tutti quelli che a Gesù si affidano, gli credono.
Siamo ormai a un buon punto della Quaresima e, sia che la prendiamo sul serio, oppure no, Dio ce la offre ogni anno come un’opportunità, una cura ricostituente della Fede. Sì, perchè anche la fede ha bisogno di terapie ogni tanto, di cure ricostituenti.
A me pare che la nostra fede, al giorno d’oggi, sia un po’ debole – a rischio di collasso – proprio di fronte a quell’esperienza estrema che è la morte. Certo, non è affatto un’esperienza esaltante, soprattutto quando irrompe nel bel mezzo della vita, o addirittura al suo inizio. Non parliamo poi di quando si riveste di crudeltà o di follia a danno di persone innocenti: ne abbiamo molte manifestazioni in questi nostri tempi… E allora non si possono più trattenere la ribellione, la costernazione, le lacrime… Anche le sorelle di Lazzaro, che pure erano credenti, si ritrovarono a piangere per giorni il loro fratello. Anzi, anche Gesù rimase scosso e pianse, pur sapendo che di lì a poco l’avrebbe riportato in vita; e se è vero che Lui è il figlio di Dio, questa è la prova che anche per Dio è profondamente ingiusta la morte delle sue creature. Quindi, nulla di strano se fa paura: è naturale che sia così. Ma al giorno d’oggi questa paura si trasforma addirittura in angoscia, sconfina spesso nella disperazione, per cui – anziché affrontare la paura – si preferisce rimuovere semplicemente l’idea della morte. Si sceglie di non pensarci.
E’ avvenuto un cambiamento molto notevole a questo proposito nella cultura del nostro tempo: una volta, in passato, in quella cultura che alcuni ritengono retrograda e antiquata, una delle preghiere più ripetute nella Chiesa era questa: “A subitanea et improvisa morte, libera nos Domine” (Liberaci, Signore, dalla morte repentina e improvvisa). Perchè mai la morte improvvisa era ritenuta peggiore di ogni altra? Perché non c’era tempo per prepararsi, per mettere ordine nella propria vita; perché il partire da questo mondo per andare verso Dio non era visto come un viaggio turistico, ma come l’ingresso in un’esperienza talmente nuova ed eccezionale che sarebbe stato da sciocchi non prepararsi ad affrontarla come si deve.
Oggi, invece, si sente dire che la morte più bella è quella improvvisa (“più bella”! è strano affermare che la morte è bella, ma proprio così si dice). Perché “bella”, o preferibile almeno? C’è chi dice: “Così si evita di disturbare familiari e parenti!”; altri invece affermano: “In tal modo ci si risparmia lunghe sofferenze!” (eppure la medicina dispone ormai di così tanti ed efficaci ritrovati per calmare il dolore, che una volta non c’erano… Ma allora, in passato - quando il dolore si doveva semplicemente sopportare - le persone erano più retrograde, o non erano invece più forti, più attrezzate di noi nell’affrontare la vita? Ben vengano gli analgesici e gli antidolorifici per tutte le evenienze (a cominciare dal semplice mal di testa), ma non ci accorgiamo che il loro prezzo è quello di renderci sempre più fragili? Evitandoci di dover soffrire, indeboliscono in noi la capacità di sopportare, anzi, ce la tolgono addirittura. E noi ci ritroviamo più moderni, più colti, più disinibiti, ma anche molto molto più fragili di coloro che ci hanno preceduto.
Anche se la sofferenza non è da augurare a nessuno, tuttavia va detto: c’è una forza, un vigore interiore di fronte alle prove della vita che è frutto solo di sofferenza accettata e provata sulla propria pelle. Senza di essa si rimane comunque impreparati ad affrontare i momenti duri della vita. Ma a parte questo, dietro quell’opinione per cui la morte improvvisa sarebbe quella da preferire, può nascondersi una mentalità a dir poco… pagana. Se è un cristiano a pensarla così, allora può voler dire: che …o quel cristiano non crede che oltre la soglia della morte comincia una vita totalmente nuova, o semplicemente non crede in Dio, perché… come posso pensare di presentarmi a lui senza alcuna preparazione? Se perfino prima di uscire di casa mi guardo nello specchio, forse che Dio vale meno della prima persona che incontro per strada? Come posso pensare che Dio mi darà una vita più bella di questa, se non mi preoccupo di mettere ordine in questa, prima di riconsegnarla a lui che me l’aveva data?
Fratelli, come la pensiamo noi a questo proposito? Quanto è forte la nostra fede di fronte a quel fenomeno che chiamiamo morte? Oh, non dico che sia facile avere una fede robusta. Anche Marta, la sorella di Lazzaro, era credente: “Credo, Signore, che mio fratello risorgerà nell’ultimo giorno!”. Ma quando si trovarono davanti a quel sepolcro e Gesù dice: “Togliete la pietra”, proprio lei, Marta si oppone dicendo: “No, Signore, è già di quattro giorni: puzza ormai!”. Ma allora che fede è questa di Marta? Una fede un po’ astratta, una fede a parole… ma che non impregna la vita, le esperienze della vita. No, non è facile avere una fede robusta, non viene da sé. Anche perché Dio ci dona sì la fede, ma farla crescere e renderla robusta è compito nostro. E come si fa? Ecco la domanda giusta: come si può arrivare ad avere una Fede robusta? “Io sono la risurrezione e la vita – afferma oggi Gesù – chi crede in me, anche se muore, vivrà: chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno”. Avete notato qual è il perno attorno a cui ruotano queste sue parole? “IO” (ma è Gesù che parla) … chi crede in ME… chiunque vive e crede in ME…”. Fratelli, teniamo ben a mente questa conclusione: non è possibile guardare la morte da cristiani, pensare a un aldilà da cristiani, senza un legame forte, appassionato, sempre più stretto con Gesù Cristo. Non è assolutamente possibile.
Tra pochi giorni celebreremo con umana mestizia la sua morte, ma poi proclameremo con cristiana esultanza la sua risurrezione. E allora lasciatemi ripetere le parole che l’apostolo Paolo scriveva ai cristiani di Corinto: “Se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come mai alcuni tra voi dicono che non c’è nessuna risurrezione dei morti? Se non c’è risurrezione dei morti, allora neanche Cristo è risorto! Ma se Cristo non è risorto, allora è inutile la nostra fede. Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini”.
Parole schiette queste di Paolo. Penso che valgano anche per noi.
Le Letture Bibliche: Ezechiele 37,12-14; Romani 8,8-11; Giovanni 11,1-45
Non sarà molto allegro come argomento quello del vangelo di oggi, ma non dimentichiamo che siamo ormai vicini a Pasqua, e qui abbiamo una specie di anteprima, un assaggio, di cosa sarà la Pasqua: passaggio, da morte a vita nuova. Risurrezione. Lazzaro, a dire il vero, non è risorto quel giorno che Gesù gli ha gridato di uscire dal sepolcro; è solo ritornato alla vita: ma a questa vita, che per quanto lunga possa essere, un giorno o l’altro finirà comunque. Gesù invece è risorto. E’ uscito dal suo sepolcro vivo, ma vivo nel senso che nessun limite, nessun termine può ormai mettere più fine alla sua vita. Vivo per sempre. La vicenda di Lazzaro è un richiamo, un anticipo a qualcosa di ben più grande che accadrà a Gesù e a tutti quelli che a Gesù si affidano, gli credono.
Siamo ormai a un buon punto della Quaresima e, sia che la prendiamo sul serio, oppure no, Dio ce la offre ogni anno come un’opportunità, una cura ricostituente della Fede. Sì, perchè anche la fede ha bisogno di terapie ogni tanto, di cure ricostituenti.
A me pare che la nostra fede, al giorno d’oggi, sia un po’ debole – a rischio di collasso – proprio di fronte a quell’esperienza estrema che è la morte. Certo, non è affatto un’esperienza esaltante, soprattutto quando irrompe nel bel mezzo della vita, o addirittura al suo inizio. Non parliamo poi di quando si riveste di crudeltà o di follia a danno di persone innocenti: ne abbiamo molte manifestazioni in questi nostri tempi… E allora non si possono più trattenere la ribellione, la costernazione, le lacrime… Anche le sorelle di Lazzaro, che pure erano credenti, si ritrovarono a piangere per giorni il loro fratello. Anzi, anche Gesù rimase scosso e pianse, pur sapendo che di lì a poco l’avrebbe riportato in vita; e se è vero che Lui è il figlio di Dio, questa è la prova che anche per Dio è profondamente ingiusta la morte delle sue creature. Quindi, nulla di strano se fa paura: è naturale che sia così. Ma al giorno d’oggi questa paura si trasforma addirittura in angoscia, sconfina spesso nella disperazione, per cui – anziché affrontare la paura – si preferisce rimuovere semplicemente l’idea della morte. Si sceglie di non pensarci.
E’ avvenuto un cambiamento molto notevole a questo proposito nella cultura del nostro tempo: una volta, in passato, in quella cultura che alcuni ritengono retrograda e antiquata, una delle preghiere più ripetute nella Chiesa era questa: “A subitanea et improvisa morte, libera nos Domine” (Liberaci, Signore, dalla morte repentina e improvvisa). Perchè mai la morte improvvisa era ritenuta peggiore di ogni altra? Perché non c’era tempo per prepararsi, per mettere ordine nella propria vita; perché il partire da questo mondo per andare verso Dio non era visto come un viaggio turistico, ma come l’ingresso in un’esperienza talmente nuova ed eccezionale che sarebbe stato da sciocchi non prepararsi ad affrontarla come si deve.
Oggi, invece, si sente dire che la morte più bella è quella improvvisa (“più bella”! è strano affermare che la morte è bella, ma proprio così si dice). Perché “bella”, o preferibile almeno? C’è chi dice: “Così si evita di disturbare familiari e parenti!”; altri invece affermano: “In tal modo ci si risparmia lunghe sofferenze!” (eppure la medicina dispone ormai di così tanti ed efficaci ritrovati per calmare il dolore, che una volta non c’erano… Ma allora, in passato - quando il dolore si doveva semplicemente sopportare - le persone erano più retrograde, o non erano invece più forti, più attrezzate di noi nell’affrontare la vita? Ben vengano gli analgesici e gli antidolorifici per tutte le evenienze (a cominciare dal semplice mal di testa), ma non ci accorgiamo che il loro prezzo è quello di renderci sempre più fragili? Evitandoci di dover soffrire, indeboliscono in noi la capacità di sopportare, anzi, ce la tolgono addirittura. E noi ci ritroviamo più moderni, più colti, più disinibiti, ma anche molto molto più fragili di coloro che ci hanno preceduto.
Anche se la sofferenza non è da augurare a nessuno, tuttavia va detto: c’è una forza, un vigore interiore di fronte alle prove della vita che è frutto solo di sofferenza accettata e provata sulla propria pelle. Senza di essa si rimane comunque impreparati ad affrontare i momenti duri della vita. Ma a parte questo, dietro quell’opinione per cui la morte improvvisa sarebbe quella da preferire, può nascondersi una mentalità a dir poco… pagana. Se è un cristiano a pensarla così, allora può voler dire: che …o quel cristiano non crede che oltre la soglia della morte comincia una vita totalmente nuova, o semplicemente non crede in Dio, perché… come posso pensare di presentarmi a lui senza alcuna preparazione? Se perfino prima di uscire di casa mi guardo nello specchio, forse che Dio vale meno della prima persona che incontro per strada? Come posso pensare che Dio mi darà una vita più bella di questa, se non mi preoccupo di mettere ordine in questa, prima di riconsegnarla a lui che me l’aveva data?
Fratelli, come la pensiamo noi a questo proposito? Quanto è forte la nostra fede di fronte a quel fenomeno che chiamiamo morte? Oh, non dico che sia facile avere una fede robusta. Anche Marta, la sorella di Lazzaro, era credente: “Credo, Signore, che mio fratello risorgerà nell’ultimo giorno!”. Ma quando si trovarono davanti a quel sepolcro e Gesù dice: “Togliete la pietra”, proprio lei, Marta si oppone dicendo: “No, Signore, è già di quattro giorni: puzza ormai!”. Ma allora che fede è questa di Marta? Una fede un po’ astratta, una fede a parole… ma che non impregna la vita, le esperienze della vita. No, non è facile avere una fede robusta, non viene da sé. Anche perché Dio ci dona sì la fede, ma farla crescere e renderla robusta è compito nostro. E come si fa? Ecco la domanda giusta: come si può arrivare ad avere una Fede robusta? “Io sono la risurrezione e la vita – afferma oggi Gesù – chi crede in me, anche se muore, vivrà: chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno”. Avete notato qual è il perno attorno a cui ruotano queste sue parole? “IO” (ma è Gesù che parla) … chi crede in ME… chiunque vive e crede in ME…”. Fratelli, teniamo ben a mente questa conclusione: non è possibile guardare la morte da cristiani, pensare a un aldilà da cristiani, senza un legame forte, appassionato, sempre più stretto con Gesù Cristo. Non è assolutamente possibile.
Tra pochi giorni celebreremo con umana mestizia la sua morte, ma poi proclameremo con cristiana esultanza la sua risurrezione. E allora lasciatemi ripetere le parole che l’apostolo Paolo scriveva ai cristiani di Corinto: “Se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come mai alcuni tra voi dicono che non c’è nessuna risurrezione dei morti? Se non c’è risurrezione dei morti, allora neanche Cristo è risorto! Ma se Cristo non è risorto, allora è inutile la nostra fede. Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini”.
Parole schiette queste di Paolo. Penso che valgano anche per noi.
15 Marzo - Quarta Domenica
Le Letture Bibliche: 1Samuele 16,1-13; Efesini 5,8-14; Giovanni 9,1-41
Quelli che ci vedono poco o male, sono senz’altro riconoscenti a chi ha inventato gli occhiali. Per chi non vuol farsi vedere con gli occhiali sopra il naso hanno poi inventato anche le lenti a contatto, perfino quelle “usa e getta”… cosa volete di piu? Resta solo da chiedersi: ma tutte queste invenzioni ci aiutano davvero a vedere meglio? Anzi, siamo proprio sicuri che basti avere buoni occhi per vedere tutto e bene?
Noi cristiani siamo persone che dovrebbero vederci bene: perché? “Va’ a lavarti alla piscina di Siloe – disse Gesù a quel cieco. Quello andò, si lavò e tornò che ci vedeva”. Noi siamo stati lavati non alla piscina di Siloe ma con l’acqua del Battesimo: quel giorno il Signore ha cominciato ad aprirci gli occhi e siamo passati dall’oscurità alla luce (tant’è vero che i cristiani dell’Oriente hanno sostituito la parola “battesimo” con quest’altra: “illuminazione”). Sì, ma ciononostante a volte vediamo storto e male lo stesso… Quando, per esempio?
Pensate un po’: noi possediamo tante cose: oggi poi, non facciamo neanche in tempo a desiderarne un’altra che subito ce l’abbiamo (beh, basta che non sia la luna!). Eppure, invece che apprezzare ciò che abbiamo, spesso siamo lì a lamentarci per quello che non abbiamo… La salute, per esempio: di solito con l’avanzare dell’età, arrivano anche gli acciacchi… Ci sono anziani meravigliosi che sanno sorridere nonostante gli acciacchi, ma ce ne sono altri che sanno solo lamentarsi: non possono più mangiare di tutto come una volta, camminare come una volta…Ma perché non guardi quello che ti è rimasto invece che lamentarti per quello che non hai più? Pensi di vederci bene a ragionare così?
Sì, tante cose abbiamo: nostre, e guai a chi ce le tocca. Ma avete notato che chi muore le lascia tutte qui e non se ne porta appresso neanche una? Perché tutto quello che abbiamo è dono: dono di Dio; non è nostra proprietà. Ma se tu non vedi che tutto quello che hai è dono, e non ringrazi mai colui che te l’ha fatto…sei proprio sicuro di vederci bene?
Vederci bene, vedere giusto.
Vi è mai capitato di giudicare a distanza una persona, pensar male di lei…e poi di dovervi ricredere una volta che l’avete conosciuta meglio, da vicino? Ecco un’altra prova che non basta avere buoni occhi o buoni occhiali per vedere tutto e bene. Noi oggi ci troviamo in un mondo che vive di etichette. Attaccate dappertutto, specie sui capi di vestiario. Ma il peggio è che affibbia etichette anche alle persone: quello è un bullo, quella è una mezza cartuccia, quello è il cattivo, quell'altro l’antipatico... E questo sarebbe… vedere bene? A volte entra nelle nostre case la sofferenza, la malattia che ci preoccupa, ci mette in apprensione… Ma se l’affrontiamo con un po’ di Fede – cioè se ci stringiamo ancor di più al Signore – quella è una scuola che ci fa imparare tante cose… Molti, invece, la vedono solo come una batosta e si lasciano prendere dall’angoscia, dalla disperazione: ma… sono proprio sicuri di vederci bene?
Poi è anche vero che in questa benedetta società succedono tante cose preoccupanti, non mancano situazioni decisamente brutte. Sono da capire quei genitori che guardano con timore al futuro; che ne sarà di quei loro figli che oggi sono ancora bambini? La delinquenza è una malapianta che cresce dappertutto: non puoi neanche camminare tranquillo per strada che qualcuno può cercare di rubarti il cellulare o il portafoglio… Ma siamo proprio sicuri che questo è tutto? Che la società è fatta solo di marciume e di criminalità? O non siamo sempre lì a guardare l’albero che cade (e fa rumore) senza badare mai alla foresta che cresce (e non fa rumore)? Beh, forse non sarà proprio una foresta, ma germogli buoni che si aprono e crescono sì che ce ne sono: e perché non li vediamo?
Altro esempio, a proposito di germogli: stanno sbocciando i primi fiori di primavera… C’è chi, se non è cieco, li vede e pensa: “soliti fiori! Che novità può essere?”. Ecco, fratelli, già ragionare così da parte di noi cristiani è vedere male, perché vedere bene è ragionare diversamente, e da cristiani: questi semplici sintomi di primavera sono segno che la terra – nonostante che sia stata violentata e deturpata in tutte le maniere - è ancora fedele ai suoi ritmi, alle sue stagioni… sì, ma dietro alla terra c’è Dio che l’ha creata… e allora anche un piccolo fiore di primavera è segno della fedeltà indefettibile di Dio: il Signore non si è ancora stufato di questo mondo, e neanche di noi che lo abitiamo: per questo spuntano ancora fiori su questa vecchia terra! Ecco il vedere bene, da cristiani. Ma – nonostante il Battesimo (illuminazione) – è proprio così che vediamo? Con questa chiarezza?
Quel cieco del vangelo, quando si è lavato alla piscina dove Gesù l’aveva mandato, ha ricuperato la vista… Sì, ma non ci vedeva ancora perfettamente, tant’è vero che quando incontra Gesù non sa che è lui il Salvatore, il Figlio di Dio. “Io vorrei credere, Signore, ma non so chi sia…”. “Sono io – gli risponde Gesù: io che parlo con te!”. “Ah… ma allora sì: io credo, Signore!”.
Fratelli: al Battesimo – è vero – Dio ci ha aperto gli occhi, ma il vedere, e vedere bene, viene un po’ alla volta: progressivamente… E in ogni caso è incontrando Lui - Gesù - che si arriva a vedere con sempre più chiarezza, per il semplice motivo che la luce è lui: “Sono io la luce del mondo” ha detto.
Sì, lasciatemelo ripetere: Incontrare Gesù… frequentare Gesù così come si frequenta la casa dell’amico del cuore…pendere dalla sue labbra e bere le sue parole…ecco il segreto, la terapia per vedere e per valutare tutto da cristiani… In tempi nei quali la sanità e gli ospedali funzionavano meglio di oggi, ogni tanto si poteva fare un chek-up, un esame completo di tutto l’organismo per verificare se tutto funzionava a dovere. Ebbene, la Quaresima ci dà l’opportunità di fare il chek-up dello spirito: non perdiamo questa opportunità. Chiediamoci, ciascuno personalmente: Io … sono sicuro di vederci ben? Non è che potrei vederci meglio, e quindi valutare tutto più saggiamente? Ma allora, quanto è importante per me Gesù? Gli dò le occasioni di toccarmi, di guarire il mio sguardo, di portarmi a vedere più chiaramente?
Quel giorno, passando, Gesù vide un cieco… E perché gli altri non gli prestarono attenzione? Perché Gesù vede soprattutto con il cuore. Quelli tra noi che non hanno bisogno di occhiali né di lenti a contatto, non si illudano per questo di vedere tutto e bene. E quelli che, col passare degli anni, si ritrovano miopi o prèsbiti, non si preoccupino eccessivamente. Ricordiamoci tutti piuttosto che vedere bene è vedere con il cuore.
A questo ci conduce il Signore.
Le Letture Bibliche: 1Samuele 16,1-13; Efesini 5,8-14; Giovanni 9,1-41
Quelli che ci vedono poco o male, sono senz’altro riconoscenti a chi ha inventato gli occhiali. Per chi non vuol farsi vedere con gli occhiali sopra il naso hanno poi inventato anche le lenti a contatto, perfino quelle “usa e getta”… cosa volete di piu? Resta solo da chiedersi: ma tutte queste invenzioni ci aiutano davvero a vedere meglio? Anzi, siamo proprio sicuri che basti avere buoni occhi per vedere tutto e bene?
Noi cristiani siamo persone che dovrebbero vederci bene: perché? “Va’ a lavarti alla piscina di Siloe – disse Gesù a quel cieco. Quello andò, si lavò e tornò che ci vedeva”. Noi siamo stati lavati non alla piscina di Siloe ma con l’acqua del Battesimo: quel giorno il Signore ha cominciato ad aprirci gli occhi e siamo passati dall’oscurità alla luce (tant’è vero che i cristiani dell’Oriente hanno sostituito la parola “battesimo” con quest’altra: “illuminazione”). Sì, ma ciononostante a volte vediamo storto e male lo stesso… Quando, per esempio?
Pensate un po’: noi possediamo tante cose: oggi poi, non facciamo neanche in tempo a desiderarne un’altra che subito ce l’abbiamo (beh, basta che non sia la luna!). Eppure, invece che apprezzare ciò che abbiamo, spesso siamo lì a lamentarci per quello che non abbiamo… La salute, per esempio: di solito con l’avanzare dell’età, arrivano anche gli acciacchi… Ci sono anziani meravigliosi che sanno sorridere nonostante gli acciacchi, ma ce ne sono altri che sanno solo lamentarsi: non possono più mangiare di tutto come una volta, camminare come una volta…Ma perché non guardi quello che ti è rimasto invece che lamentarti per quello che non hai più? Pensi di vederci bene a ragionare così?
Sì, tante cose abbiamo: nostre, e guai a chi ce le tocca. Ma avete notato che chi muore le lascia tutte qui e non se ne porta appresso neanche una? Perché tutto quello che abbiamo è dono: dono di Dio; non è nostra proprietà. Ma se tu non vedi che tutto quello che hai è dono, e non ringrazi mai colui che te l’ha fatto…sei proprio sicuro di vederci bene?
Vederci bene, vedere giusto.
Vi è mai capitato di giudicare a distanza una persona, pensar male di lei…e poi di dovervi ricredere una volta che l’avete conosciuta meglio, da vicino? Ecco un’altra prova che non basta avere buoni occhi o buoni occhiali per vedere tutto e bene. Noi oggi ci troviamo in un mondo che vive di etichette. Attaccate dappertutto, specie sui capi di vestiario. Ma il peggio è che affibbia etichette anche alle persone: quello è un bullo, quella è una mezza cartuccia, quello è il cattivo, quell'altro l’antipatico... E questo sarebbe… vedere bene? A volte entra nelle nostre case la sofferenza, la malattia che ci preoccupa, ci mette in apprensione… Ma se l’affrontiamo con un po’ di Fede – cioè se ci stringiamo ancor di più al Signore – quella è una scuola che ci fa imparare tante cose… Molti, invece, la vedono solo come una batosta e si lasciano prendere dall’angoscia, dalla disperazione: ma… sono proprio sicuri di vederci bene?
Poi è anche vero che in questa benedetta società succedono tante cose preoccupanti, non mancano situazioni decisamente brutte. Sono da capire quei genitori che guardano con timore al futuro; che ne sarà di quei loro figli che oggi sono ancora bambini? La delinquenza è una malapianta che cresce dappertutto: non puoi neanche camminare tranquillo per strada che qualcuno può cercare di rubarti il cellulare o il portafoglio… Ma siamo proprio sicuri che questo è tutto? Che la società è fatta solo di marciume e di criminalità? O non siamo sempre lì a guardare l’albero che cade (e fa rumore) senza badare mai alla foresta che cresce (e non fa rumore)? Beh, forse non sarà proprio una foresta, ma germogli buoni che si aprono e crescono sì che ce ne sono: e perché non li vediamo?
Altro esempio, a proposito di germogli: stanno sbocciando i primi fiori di primavera… C’è chi, se non è cieco, li vede e pensa: “soliti fiori! Che novità può essere?”. Ecco, fratelli, già ragionare così da parte di noi cristiani è vedere male, perché vedere bene è ragionare diversamente, e da cristiani: questi semplici sintomi di primavera sono segno che la terra – nonostante che sia stata violentata e deturpata in tutte le maniere - è ancora fedele ai suoi ritmi, alle sue stagioni… sì, ma dietro alla terra c’è Dio che l’ha creata… e allora anche un piccolo fiore di primavera è segno della fedeltà indefettibile di Dio: il Signore non si è ancora stufato di questo mondo, e neanche di noi che lo abitiamo: per questo spuntano ancora fiori su questa vecchia terra! Ecco il vedere bene, da cristiani. Ma – nonostante il Battesimo (illuminazione) – è proprio così che vediamo? Con questa chiarezza?
Quel cieco del vangelo, quando si è lavato alla piscina dove Gesù l’aveva mandato, ha ricuperato la vista… Sì, ma non ci vedeva ancora perfettamente, tant’è vero che quando incontra Gesù non sa che è lui il Salvatore, il Figlio di Dio. “Io vorrei credere, Signore, ma non so chi sia…”. “Sono io – gli risponde Gesù: io che parlo con te!”. “Ah… ma allora sì: io credo, Signore!”.
Fratelli: al Battesimo – è vero – Dio ci ha aperto gli occhi, ma il vedere, e vedere bene, viene un po’ alla volta: progressivamente… E in ogni caso è incontrando Lui - Gesù - che si arriva a vedere con sempre più chiarezza, per il semplice motivo che la luce è lui: “Sono io la luce del mondo” ha detto.
Sì, lasciatemelo ripetere: Incontrare Gesù… frequentare Gesù così come si frequenta la casa dell’amico del cuore…pendere dalla sue labbra e bere le sue parole…ecco il segreto, la terapia per vedere e per valutare tutto da cristiani… In tempi nei quali la sanità e gli ospedali funzionavano meglio di oggi, ogni tanto si poteva fare un chek-up, un esame completo di tutto l’organismo per verificare se tutto funzionava a dovere. Ebbene, la Quaresima ci dà l’opportunità di fare il chek-up dello spirito: non perdiamo questa opportunità. Chiediamoci, ciascuno personalmente: Io … sono sicuro di vederci ben? Non è che potrei vederci meglio, e quindi valutare tutto più saggiamente? Ma allora, quanto è importante per me Gesù? Gli dò le occasioni di toccarmi, di guarire il mio sguardo, di portarmi a vedere più chiaramente?
Quel giorno, passando, Gesù vide un cieco… E perché gli altri non gli prestarono attenzione? Perché Gesù vede soprattutto con il cuore. Quelli tra noi che non hanno bisogno di occhiali né di lenti a contatto, non si illudano per questo di vedere tutto e bene. E quelli che, col passare degli anni, si ritrovano miopi o prèsbiti, non si preoccupino eccessivamente. Ricordiamoci tutti piuttosto che vedere bene è vedere con il cuore.
A questo ci conduce il Signore.
8 Marzo - Terza Domenica
Le Letture Bibliche: Esodo 17,3-7; Romani 5,1-2.5-8; Giovanni 4,5-42
E’ piovuto in quest’inverno, è nevicato, non eccessivamente a dire il vero, ma si spera che le scorte d’acqua siano garantite.
E’ risaputo che a questo mondo è più facile morire di sete che di fame. E se l’acqua da noi non manca, col rischio che venga addirittura sprecata, in certe altre zone del mondo è la siccità a dominare, e con la siccità la carestia, e le malattie, e la miseria di tante popolazioni. In Terra santa le famiglie palestinesi, in questi ultimi anni, non di rado hanno l’acqua una o due ore la settimana. Eh, sì è una brutta cosa la scarsità o la mancanza d’acqua: anche la terra se ne lamenta; sono silenziosi i suoi lamenti, ma si vedono: in forma di polvere, o di piccole crepe nel terreno che sembrano tante ferite aperte... Figuriamoci noi, umani: quanto a lamentarci, tra tutte le creature noi siamo imbattibili. "Dacci acqua da bere!" - grida a Mosè quel popolo liberato dall'Egitto, che si avventura nel deserto... Figuriamoci se non si prova la sete nel deserto! "Ci hai portato qui per farci morire di sete?!". Brutta cosa insomma la sete. Gioca brutti scherzi.
Anche Gesù l'ha provata: "...stanco del viaggio - era verso mezzogiorno - sedette al pozzo di Giacobbe: Donna, dammi da bere!". Che strana questa richiesta da parte di Gesù! Ma non è il Figlio di Dio? E Dio non è colui che dà? Come mai qui è un povero viandante, assetato, che chiede? “Donna, dammi da bere, per favore!”. L’assetato è come un mendicante. E Gesù, figlio di Dio (lui che ha tutto da dare) si presenta appunto così: come un mendicante. Ed era sete vera, sia chiaro, come sarà vera quella che proverà sulla croce; lì lo dirà chiaramente, con un sospiro: "Ho sete!". Ma perchè Gesù, il Figlio di Dio, è venuto in questo mondo a provare la sete? E poi, è sete solo di acqua, o è sete di qualcos'altro?
Nei primi tempi del cristianesimo, a quelli che si stavano preparando al Battesimo si diceva così: Gesù Cristo ha sete ... di voi. Desidera così tanto darvi vita in pienezza che questo desiderio è un'arsura per lui. Ecco perchè vi dice: Ho sete!
Ed è proprio quello che dice a quella donna samaritana: "Io ti chiedo da bere (un po' d'acqua del pozzo), ma posso darti un'acqua di sorgente che tu neanche ti immagini... "Se conoscessi questo dono di Dio... tu stessa me l'avresti chiesto, e io potrei darti acqua viva".
Sete e acqua, a questo punto, diventano espressione di un’esigenza ben più atroce dell’arsura, e di una risposta, di una soddisfazione, che non bagna soltanto la bocca o la gola. In realtà, siamo tutti divorati da questa sete…
La cultura del nostro tempo – cultura consumistica come sapete - l’ha ben capito. E ci illude di poter soddisfare questa sete con sempre nuovi surrogati: cose in realtà, sempre e soltanto nuove cose… ma non è questa la risposta che ci soddisfa. “Chi beve di quest’acqua avrà sempre di nuovo sete”.
Pensiamo, per esempio, a certe conquiste, traguardi, a certi progetti che si fanno nella vita: quando li si realizza, lì per lì sembra d’aver soddisfatto ogni possibile aspirazione, ma poi ci s’accorge che l’attesa non si è affatto acquietata … Era acqua di pozzo. “Chi beve di quest’acqua avrà sempre di nuovo sete”.
C'è chi si butta negli affari, guazza nel denaro fino al collo (i vari paperon de paperoni di questo mondo cosa berranno quando hanno sete? Soldi o acqua?). In ogni caso il denaro è una bevanda che non calma affatto la sete, e prima o poi arriva per ognuno il momento della verità. “Chi beve di quest’acqua avrà sempre di nuovo sete”.
Anche nelle relazioni accade la stessa cosa, perfino in quella più forte di tutte che è la relazione tra uomo e donna: lì per lì sembra di toccare il cielo col dito...ma poi, col passar del tempo, ci s'accorge che il cielo è un po’ troppo alto per toccarlo col dito... <<Nell’amore, ha detto qualcuno, si parte da incendiari e si finisce pompieri >>. “Chi beve di quest’acqua avrà sempre di nuovo sete”. Oh, non crediate che le donne e gli uomini di Chiesa ne siano esenti! Soprattutto se le loro aspirazioni sono terra terra invece che quelle del Vangelo, la constatazione vale anche per loro.
E che cosa sarà mai quest'altra acqua, viva come la definisce Gesù? Rispondo con un'altra domanda, che qualcuno riterrà banale forse: perchè siamo venuti qui oggi? cosa ci attendiamo da questa Messa? E' un incontro con il Signore, lo diciamo sempre; ma ci crediamo davvero che Lui è qui e ci sta aspettando, seduto come quel giorno al pozzo di Giacobbe? Può accadere che ci facciamo il callo anche a questo e non ci aspettiamo più che tanto: “Ma sì, la solita messa... cosa devo aspettarmi di diverso, di più?”.
Ci sono ancora dei cristiani che vanno a messa la Domenica così come i clienti vanno nello stesso bar ogni giorno e non specificano nemmeno quello che vogliono, dicono semplicemente: "Il solito"... Ecco, anche dalla messa della Domenica certuni si attendono semplicemente "il solito" (cioè, poco, in sostanza).
Un po' come quella donna che si era recata al solito pozzo, con la solita brocca, a fare il solito rifornimento d'acqua. Di pozzo, appunto. Alla fine se ne tornerà a casa senza brocca e senza l’acqua del pozzo, perchè non le interessa più. Ha scoperto che c'è una sorgente d'acqua viva, ben più preziosa: se la sente zampillare dentro... Infatti: "Chi beve la solita acqua di pozzo, avrà di nuovo sete prima o poi... Ma chi beve l'acqua che io gli darò - afferma oggi Gesù - non avrà mai più sete; anzi, quell’acqua viva diventerà in lui sorgente che zampilla per la vita eterna...". Ecco cosa vuol fare il Signore: porre dentro la nostra vita la sorgente: vuole che ci zampilli nell’intimo, in modo da dissetare noi stessi e anche chi si accosta a noi, senza paura di esaurirne la scorta, infatti: zampillerà per la vita eterna.
Ma torniamo a quella domanda importante: cosa sarà mai quest’acqua viva? Io non voglio usare troppe parole per dire che cos'è, perchè ho paura di sciupare invece che di spiegare. Acqua viva è quella carica interiore inesauribile che permette di fare le solite cose con un briciolo di entusiasmo; è quel senso vero della vita che non va e viene a seconda degli umori o delle stagioni...
Ma poi, fratelli, non aggiungo altro, perché qui è importante provare, fare l’esperienza più che spiegare e capire. Apriti davvero a Gesù Cristo, non andare a lui con un bicchiere o con una brocca soltanto; apriti totalmente a Gesù Cristo. E allora comprenderai da te cos'è quell'acqua viva, quella sorgente.
Un'ultima cosa però devo dire, ed è bella, consolante: guardate che quella sorgente c’è già nella nostra vita: sì, dal giorno del nostro Battesimo. Può darsi poi che gli eventi, le scelte sbagliate, certi nostri atteggiamenti un po' distratti e superficiali, l'abbiano ingorgata; può darsi che non ce la sentiamo più zampillare dentro, ma c'è. Con un ascolto più assiduo della Parola di Gesù, e soprattutto con un legame più cordiale con lui, quella sorgente può davvero tornare a zampillare. Per noi, e per altri attorno a noi. Ogni giorno.
Le Letture Bibliche: Esodo 17,3-7; Romani 5,1-2.5-8; Giovanni 4,5-42
E’ piovuto in quest’inverno, è nevicato, non eccessivamente a dire il vero, ma si spera che le scorte d’acqua siano garantite.
E’ risaputo che a questo mondo è più facile morire di sete che di fame. E se l’acqua da noi non manca, col rischio che venga addirittura sprecata, in certe altre zone del mondo è la siccità a dominare, e con la siccità la carestia, e le malattie, e la miseria di tante popolazioni. In Terra santa le famiglie palestinesi, in questi ultimi anni, non di rado hanno l’acqua una o due ore la settimana. Eh, sì è una brutta cosa la scarsità o la mancanza d’acqua: anche la terra se ne lamenta; sono silenziosi i suoi lamenti, ma si vedono: in forma di polvere, o di piccole crepe nel terreno che sembrano tante ferite aperte... Figuriamoci noi, umani: quanto a lamentarci, tra tutte le creature noi siamo imbattibili. "Dacci acqua da bere!" - grida a Mosè quel popolo liberato dall'Egitto, che si avventura nel deserto... Figuriamoci se non si prova la sete nel deserto! "Ci hai portato qui per farci morire di sete?!". Brutta cosa insomma la sete. Gioca brutti scherzi.
Anche Gesù l'ha provata: "...stanco del viaggio - era verso mezzogiorno - sedette al pozzo di Giacobbe: Donna, dammi da bere!". Che strana questa richiesta da parte di Gesù! Ma non è il Figlio di Dio? E Dio non è colui che dà? Come mai qui è un povero viandante, assetato, che chiede? “Donna, dammi da bere, per favore!”. L’assetato è come un mendicante. E Gesù, figlio di Dio (lui che ha tutto da dare) si presenta appunto così: come un mendicante. Ed era sete vera, sia chiaro, come sarà vera quella che proverà sulla croce; lì lo dirà chiaramente, con un sospiro: "Ho sete!". Ma perchè Gesù, il Figlio di Dio, è venuto in questo mondo a provare la sete? E poi, è sete solo di acqua, o è sete di qualcos'altro?
Nei primi tempi del cristianesimo, a quelli che si stavano preparando al Battesimo si diceva così: Gesù Cristo ha sete ... di voi. Desidera così tanto darvi vita in pienezza che questo desiderio è un'arsura per lui. Ecco perchè vi dice: Ho sete!
Ed è proprio quello che dice a quella donna samaritana: "Io ti chiedo da bere (un po' d'acqua del pozzo), ma posso darti un'acqua di sorgente che tu neanche ti immagini... "Se conoscessi questo dono di Dio... tu stessa me l'avresti chiesto, e io potrei darti acqua viva".
Sete e acqua, a questo punto, diventano espressione di un’esigenza ben più atroce dell’arsura, e di una risposta, di una soddisfazione, che non bagna soltanto la bocca o la gola. In realtà, siamo tutti divorati da questa sete…
La cultura del nostro tempo – cultura consumistica come sapete - l’ha ben capito. E ci illude di poter soddisfare questa sete con sempre nuovi surrogati: cose in realtà, sempre e soltanto nuove cose… ma non è questa la risposta che ci soddisfa. “Chi beve di quest’acqua avrà sempre di nuovo sete”.
Pensiamo, per esempio, a certe conquiste, traguardi, a certi progetti che si fanno nella vita: quando li si realizza, lì per lì sembra d’aver soddisfatto ogni possibile aspirazione, ma poi ci s’accorge che l’attesa non si è affatto acquietata … Era acqua di pozzo. “Chi beve di quest’acqua avrà sempre di nuovo sete”.
C'è chi si butta negli affari, guazza nel denaro fino al collo (i vari paperon de paperoni di questo mondo cosa berranno quando hanno sete? Soldi o acqua?). In ogni caso il denaro è una bevanda che non calma affatto la sete, e prima o poi arriva per ognuno il momento della verità. “Chi beve di quest’acqua avrà sempre di nuovo sete”.
Anche nelle relazioni accade la stessa cosa, perfino in quella più forte di tutte che è la relazione tra uomo e donna: lì per lì sembra di toccare il cielo col dito...ma poi, col passar del tempo, ci s'accorge che il cielo è un po’ troppo alto per toccarlo col dito... <<Nell’amore, ha detto qualcuno, si parte da incendiari e si finisce pompieri >>. “Chi beve di quest’acqua avrà sempre di nuovo sete”. Oh, non crediate che le donne e gli uomini di Chiesa ne siano esenti! Soprattutto se le loro aspirazioni sono terra terra invece che quelle del Vangelo, la constatazione vale anche per loro.
E che cosa sarà mai quest'altra acqua, viva come la definisce Gesù? Rispondo con un'altra domanda, che qualcuno riterrà banale forse: perchè siamo venuti qui oggi? cosa ci attendiamo da questa Messa? E' un incontro con il Signore, lo diciamo sempre; ma ci crediamo davvero che Lui è qui e ci sta aspettando, seduto come quel giorno al pozzo di Giacobbe? Può accadere che ci facciamo il callo anche a questo e non ci aspettiamo più che tanto: “Ma sì, la solita messa... cosa devo aspettarmi di diverso, di più?”.
Ci sono ancora dei cristiani che vanno a messa la Domenica così come i clienti vanno nello stesso bar ogni giorno e non specificano nemmeno quello che vogliono, dicono semplicemente: "Il solito"... Ecco, anche dalla messa della Domenica certuni si attendono semplicemente "il solito" (cioè, poco, in sostanza).
Un po' come quella donna che si era recata al solito pozzo, con la solita brocca, a fare il solito rifornimento d'acqua. Di pozzo, appunto. Alla fine se ne tornerà a casa senza brocca e senza l’acqua del pozzo, perchè non le interessa più. Ha scoperto che c'è una sorgente d'acqua viva, ben più preziosa: se la sente zampillare dentro... Infatti: "Chi beve la solita acqua di pozzo, avrà di nuovo sete prima o poi... Ma chi beve l'acqua che io gli darò - afferma oggi Gesù - non avrà mai più sete; anzi, quell’acqua viva diventerà in lui sorgente che zampilla per la vita eterna...". Ecco cosa vuol fare il Signore: porre dentro la nostra vita la sorgente: vuole che ci zampilli nell’intimo, in modo da dissetare noi stessi e anche chi si accosta a noi, senza paura di esaurirne la scorta, infatti: zampillerà per la vita eterna.
Ma torniamo a quella domanda importante: cosa sarà mai quest’acqua viva? Io non voglio usare troppe parole per dire che cos'è, perchè ho paura di sciupare invece che di spiegare. Acqua viva è quella carica interiore inesauribile che permette di fare le solite cose con un briciolo di entusiasmo; è quel senso vero della vita che non va e viene a seconda degli umori o delle stagioni...
Ma poi, fratelli, non aggiungo altro, perché qui è importante provare, fare l’esperienza più che spiegare e capire. Apriti davvero a Gesù Cristo, non andare a lui con un bicchiere o con una brocca soltanto; apriti totalmente a Gesù Cristo. E allora comprenderai da te cos'è quell'acqua viva, quella sorgente.
Un'ultima cosa però devo dire, ed è bella, consolante: guardate che quella sorgente c’è già nella nostra vita: sì, dal giorno del nostro Battesimo. Può darsi poi che gli eventi, le scelte sbagliate, certi nostri atteggiamenti un po' distratti e superficiali, l'abbiano ingorgata; può darsi che non ce la sentiamo più zampillare dentro, ma c'è. Con un ascolto più assiduo della Parola di Gesù, e soprattutto con un legame più cordiale con lui, quella sorgente può davvero tornare a zampillare. Per noi, e per altri attorno a noi. Ogni giorno.
1 Marzo - Seconda Domenica
Le Letture Bibliche: Genesi 12 12,1-4; 2Timoteo 1.8-10; Matteo 17,1-9“
"Ascolta! Ascolta!”… Penso che se chiedessi a ogni bambino, o ragazzo, qual è la parola che si sentono ripetere più spesso dai genitori, mi risponderebbero che è questa: “Ascolta! Ascolta!”. Così come noi adulti: se riandiamo col pensiero a quando eravamo adolescenti, l’invito più frequente che ci sentivamo rivolgere, probabilmente era ancora questo: “Ascolta!”. Magari ce lo ripetevano quando eravamo risoluti a fare di testa nostra (perché tutti siamo stati adolescenti), e quell’invito – carico anche di nervosismo, di stanchezza, o esasperato qualche volta – lo sentivamo come un freno alla nostra libertà… Quante volte sbuffavamo a quell’invito! “Uffa! Ma insomma… Ma quando sarà che potrò finalmente fare come voglio io?!”. D’altra parte, cos’altro può fare un padre o una madre se non dire a un figlio, con tutto l’affetto e la convinzione di cui sono capaci: “Ascolta!”? Quel figlio può ascoltare sì, magari sbuffando, ma se non è più un bambino può anche uscire di casa sbattendo la porta…
E voi pensate che Dio si comporti diversamente con noi? Che adoperi un altro invito, un altro ritornello? “Ascolta!” è il primo di tutti i comandamenti. Sì, ci sono i 10 Comandamenti (e li dovremmo anche conoscere), ma prima di quei 10 c’è quest’unico comandamento: “Ascolta!”. Nel libro del Deuteronomio – uno dei primi libri della Bibbia – Dio lo ripete e lo ripete al suo popolo: Shemà Israèl – Ascolta, Israele… Ascolta il Signore tuo Dio… Tanto che gli ebrei ne hanno fatto il loro Credo, lo recitano tre volte al giorno.
Uno dei motivi che rende povera e fragile la fede è il fatto che questo Dio non lo si vede, non si può né vedere né toccare Al punto che più d’uno trae la conclusione: “Beh, allora vuol dire che non c’è, non esiste…”. Ma è una conclusione che non lascia affatto tranquilli; gli atei – quelli veri, onesti – sono sempre inquieti, non smettono mai di interrogarsi, di confrontarsi. Proprio come i credenti – che se sono leali, non sono affatto al sicuro dai dubbi, dalle perplessità, dalla fatica di credere, soprattutto quando gli eventi o le situazioni sembrano remare contro la fede.
Eppure, fratelli, questo è da mettere in preventivo. La Fede vive di ascolto, non di visioni. L’invito ripetuto e straripetuto nella Bibbia non è “guarda” o “tocca”, ma “Ascolta!”. E se questo è l’invito, allora vuol dire che ci sono anche parole da ascoltare. “Abramo, vattene dalla tua terra, dalla casa di tuo padre, verso la terrà che io ti indicherò” (era la prima lettura di poco fa’). Abramo non l’ha mai visto Dio. L’ha ascoltato. Proprio nel senso che intendete voi quando dite ai vostri figli “Ascoltami!” – e quello che volete dire è: “Fa’ quello che ti dico”. Infatti, nella Bibbia, ascoltare, non significa “sentire” e basta: significa fare quello che si è sentito. In altre parole: obbedire.
Sì, questo verbo alcuni oggi vorrebbero cancellarlo dal vocabolario (non sarebbe più di moda, secondo loro) e pur tuttavia questo rimane il verbo di tutti quelli che credono: a Dio si dà obbedienza. Quanti guardano ad Abramo come loro “padre nella fede” (Ebrei, Cristiani, Musulmani) devono sapere che a Dio si dà obbedienza. Ah, certo: ci sono Ebrei, Cristiani, Musulmani che non ascoltano affatto le Parole di Dio e quindi non gli danno alcuna obbedienza. Perché ascoltare e obbedire ha a che vedere con libertà: non è così anche in ogni famiglia con i figli? Forse che quando dici a tuo figlio “Ascolta!”… quello si irrigidisce come un robot o si mette sull’attenti? Neanche per idea! La legge, l’autorità dello stato, potrà anche metterci sull’attenti, costringerci… se non vogliamo finire in manette, ma un padre o una madre no: non c’è niente, non c’è nessuno più debole di un padre o di una madre che dice ai suoi figli “Ascoltate!”. Quei figli possono obbedire, certo, ma possono anche voltare le spalle e andarsene sbattendo la porta.
Sì, anche Dio onnipotente è un padre “debole” quando parla o comanda a noi suoi figli; d’altronde è Lui che ci ha voluti liberi, invece che marionette: solo chi è libero può scegliere di obbedire. Ecco perché Gesù può dire nel Vangelo: “Mio cibo è fare la volontà del Padre mio!”. E’ libero Gesù, non c’è mai stato nessuno così libero come lui.
Insisto su questo aspetto dell’obbedienza, perché troppi pensano – anche tra i cristiani – che credere sia accettare l’idea che Dio esiste, oppure riferirsi a lui (da lontano) di tanto in tanto, con qualche preghiera biascicata alla meno peggio, o con qualche gesto fuori dall’ordinario… No, fratelli, questa non è fede. Sarà una patina di religiosità, se volete, ma non è la fede di Abramo… che ascoltò e obbedì.? Forse che era un automa Abramo, o una specie di robot? Ma niente affatto. Abramo deve aver pensato che le parole di Dio sono affidabili più di tutte le parole degli uomini e di tutte le loro promesse. E Dio – anche se non lo si vede e non lo si tocca - è degno di fiducia più di chiunque altro. Sì, fiducia: ecco ciò che rende capaci di ascoltare e di obbedire: una fiducia incondizionata.
Anche perché quello che Dio ci dice, non ha di mira i suoi interessi, ma i nostri: la nostra vita. E se ci comanda qualcosa (accettando anche il rischio che gli diciamo di no e gli voltiamo le spalle) è perché ci vuol bene: solo chi ama sa accettare anche delusioni e sconfitte da coloro che ama.
“Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”. Ecco il comando che risuona oggi su quel monte, dove Gesù si lascia vedere per qualche istante trasfigurato: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”. E’ come se dicesse: Ecco come potrete diventare! Ma voi volete davvero realizzare in pienezza la vostra vita? Ebbene, ascoltate lui: Gesù! Dategli fiducia. Mettete le sue parole davanti a tutto: fate quello che vi dice. Sì, obbedienza. Costa? C’è un prezzo da pagare? Lui ha pagato un prezzo molto più alto di voi. E poi, fosse anche la vita il prezzo da pagare, Dio è la fonte della vita: quella di adesso è solo un assaggio! Quella vera, in pienezza, la tiene in serbo per voi.
Quale conclusione trarre allora? Quale sarà il bel messaggio che porteremo con noi oggi? Lasciatemelo riassumere con le belle parole di S.Agostino: “Ti dispiaccia sempre ciò che sei, se vuoi giungere a ciò che ancora non sei. Infatti, se per caso ti sei accontentato di te stesso, tu ti sei fermato. Se poi hai detto: “Basta”, sei addirittura finito. Aggiungi invece anziché togliere, avanza di continuo, progredisci senza sosta. Chi non va avanti, si ferma. Torna indietro chi si volge di nuovo alle cose dalle quali si era allontanato. Chi rinuncia alla Fede, abbandona la via giusta. Ti ritieni vecchio, stanco, cammini male? Sappi che avanza più speditamente uno zoppo sulla via giusta, che un esperto corridore fuori da quella via.”
Le Letture Bibliche: Genesi 12 12,1-4; 2Timoteo 1.8-10; Matteo 17,1-9“
"Ascolta! Ascolta!”… Penso che se chiedessi a ogni bambino, o ragazzo, qual è la parola che si sentono ripetere più spesso dai genitori, mi risponderebbero che è questa: “Ascolta! Ascolta!”. Così come noi adulti: se riandiamo col pensiero a quando eravamo adolescenti, l’invito più frequente che ci sentivamo rivolgere, probabilmente era ancora questo: “Ascolta!”. Magari ce lo ripetevano quando eravamo risoluti a fare di testa nostra (perché tutti siamo stati adolescenti), e quell’invito – carico anche di nervosismo, di stanchezza, o esasperato qualche volta – lo sentivamo come un freno alla nostra libertà… Quante volte sbuffavamo a quell’invito! “Uffa! Ma insomma… Ma quando sarà che potrò finalmente fare come voglio io?!”. D’altra parte, cos’altro può fare un padre o una madre se non dire a un figlio, con tutto l’affetto e la convinzione di cui sono capaci: “Ascolta!”? Quel figlio può ascoltare sì, magari sbuffando, ma se non è più un bambino può anche uscire di casa sbattendo la porta…
E voi pensate che Dio si comporti diversamente con noi? Che adoperi un altro invito, un altro ritornello? “Ascolta!” è il primo di tutti i comandamenti. Sì, ci sono i 10 Comandamenti (e li dovremmo anche conoscere), ma prima di quei 10 c’è quest’unico comandamento: “Ascolta!”. Nel libro del Deuteronomio – uno dei primi libri della Bibbia – Dio lo ripete e lo ripete al suo popolo: Shemà Israèl – Ascolta, Israele… Ascolta il Signore tuo Dio… Tanto che gli ebrei ne hanno fatto il loro Credo, lo recitano tre volte al giorno.
Uno dei motivi che rende povera e fragile la fede è il fatto che questo Dio non lo si vede, non si può né vedere né toccare Al punto che più d’uno trae la conclusione: “Beh, allora vuol dire che non c’è, non esiste…”. Ma è una conclusione che non lascia affatto tranquilli; gli atei – quelli veri, onesti – sono sempre inquieti, non smettono mai di interrogarsi, di confrontarsi. Proprio come i credenti – che se sono leali, non sono affatto al sicuro dai dubbi, dalle perplessità, dalla fatica di credere, soprattutto quando gli eventi o le situazioni sembrano remare contro la fede.
Eppure, fratelli, questo è da mettere in preventivo. La Fede vive di ascolto, non di visioni. L’invito ripetuto e straripetuto nella Bibbia non è “guarda” o “tocca”, ma “Ascolta!”. E se questo è l’invito, allora vuol dire che ci sono anche parole da ascoltare. “Abramo, vattene dalla tua terra, dalla casa di tuo padre, verso la terrà che io ti indicherò” (era la prima lettura di poco fa’). Abramo non l’ha mai visto Dio. L’ha ascoltato. Proprio nel senso che intendete voi quando dite ai vostri figli “Ascoltami!” – e quello che volete dire è: “Fa’ quello che ti dico”. Infatti, nella Bibbia, ascoltare, non significa “sentire” e basta: significa fare quello che si è sentito. In altre parole: obbedire.
Sì, questo verbo alcuni oggi vorrebbero cancellarlo dal vocabolario (non sarebbe più di moda, secondo loro) e pur tuttavia questo rimane il verbo di tutti quelli che credono: a Dio si dà obbedienza. Quanti guardano ad Abramo come loro “padre nella fede” (Ebrei, Cristiani, Musulmani) devono sapere che a Dio si dà obbedienza. Ah, certo: ci sono Ebrei, Cristiani, Musulmani che non ascoltano affatto le Parole di Dio e quindi non gli danno alcuna obbedienza. Perché ascoltare e obbedire ha a che vedere con libertà: non è così anche in ogni famiglia con i figli? Forse che quando dici a tuo figlio “Ascolta!”… quello si irrigidisce come un robot o si mette sull’attenti? Neanche per idea! La legge, l’autorità dello stato, potrà anche metterci sull’attenti, costringerci… se non vogliamo finire in manette, ma un padre o una madre no: non c’è niente, non c’è nessuno più debole di un padre o di una madre che dice ai suoi figli “Ascoltate!”. Quei figli possono obbedire, certo, ma possono anche voltare le spalle e andarsene sbattendo la porta.
Sì, anche Dio onnipotente è un padre “debole” quando parla o comanda a noi suoi figli; d’altronde è Lui che ci ha voluti liberi, invece che marionette: solo chi è libero può scegliere di obbedire. Ecco perché Gesù può dire nel Vangelo: “Mio cibo è fare la volontà del Padre mio!”. E’ libero Gesù, non c’è mai stato nessuno così libero come lui.
Insisto su questo aspetto dell’obbedienza, perché troppi pensano – anche tra i cristiani – che credere sia accettare l’idea che Dio esiste, oppure riferirsi a lui (da lontano) di tanto in tanto, con qualche preghiera biascicata alla meno peggio, o con qualche gesto fuori dall’ordinario… No, fratelli, questa non è fede. Sarà una patina di religiosità, se volete, ma non è la fede di Abramo… che ascoltò e obbedì.? Forse che era un automa Abramo, o una specie di robot? Ma niente affatto. Abramo deve aver pensato che le parole di Dio sono affidabili più di tutte le parole degli uomini e di tutte le loro promesse. E Dio – anche se non lo si vede e non lo si tocca - è degno di fiducia più di chiunque altro. Sì, fiducia: ecco ciò che rende capaci di ascoltare e di obbedire: una fiducia incondizionata.
Anche perché quello che Dio ci dice, non ha di mira i suoi interessi, ma i nostri: la nostra vita. E se ci comanda qualcosa (accettando anche il rischio che gli diciamo di no e gli voltiamo le spalle) è perché ci vuol bene: solo chi ama sa accettare anche delusioni e sconfitte da coloro che ama.
“Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”. Ecco il comando che risuona oggi su quel monte, dove Gesù si lascia vedere per qualche istante trasfigurato: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”. E’ come se dicesse: Ecco come potrete diventare! Ma voi volete davvero realizzare in pienezza la vostra vita? Ebbene, ascoltate lui: Gesù! Dategli fiducia. Mettete le sue parole davanti a tutto: fate quello che vi dice. Sì, obbedienza. Costa? C’è un prezzo da pagare? Lui ha pagato un prezzo molto più alto di voi. E poi, fosse anche la vita il prezzo da pagare, Dio è la fonte della vita: quella di adesso è solo un assaggio! Quella vera, in pienezza, la tiene in serbo per voi.
Quale conclusione trarre allora? Quale sarà il bel messaggio che porteremo con noi oggi? Lasciatemelo riassumere con le belle parole di S.Agostino: “Ti dispiaccia sempre ciò che sei, se vuoi giungere a ciò che ancora non sei. Infatti, se per caso ti sei accontentato di te stesso, tu ti sei fermato. Se poi hai detto: “Basta”, sei addirittura finito. Aggiungi invece anziché togliere, avanza di continuo, progredisci senza sosta. Chi non va avanti, si ferma. Torna indietro chi si volge di nuovo alle cose dalle quali si era allontanato. Chi rinuncia alla Fede, abbandona la via giusta. Ti ritieni vecchio, stanco, cammini male? Sappi che avanza più speditamente uno zoppo sulla via giusta, che un esperto corridore fuori da quella via.”
22 Febbraio - Prima Domenica
Le Letture Bibliche: Genesi 2,7-9; 3,1-7; Romani 5,12-19; Matteo 4,1-11
Non c'è casa in cui non ci sia almeno uno specchio. Di solito è nel bagno, ma in certe case c'è anche nel corridoio d'ingresso, nwllw camere, nel soggiorno... Molte signore se ne hanno uno piccolo nella borsetta e ogni tanto lo tiran fuori e si guardano... E’ importante potersi specchiare ogni tanto…così, se non altro per verificare se si è passabili quanto a presenza. Per evitare che qualcuno ci veda e pensi: “ma guarda quello lì che si è messo la cravatta storta…o quella là, che ha acceso il fuoco nella stufa e si è sporcata il naso di fuliggine… Sì, sì…pur senza essere narcisisti, ogni tanto è opportuno guardarsi nello specchio.
Bene. In Quaresima noi cristiani ci guardiamo più spesso del solito nello specchio: ah, ma questo è uno specchio speciale. La cornice, per esempio, è il deserto: sì, ce l’ha detto il Vangelo: Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto… Deserto non vuol dire …dune di sabbia, oasi di palme, cammelli e dromedari…no, deserto vuol dire silenzio e assenza di tante cose alle quali si sarebbe abituati. Per esempio: deserto vuol dire che non hai il frigorifero a disposizione per aprirlo ogni volta che ne hai voglia; né hai la televisione e il telecomando da premere come ti pare e piace; e anche se hai il portafoglio in tasca o la carta di credito, non ti serve, perché nel deserto non ci sono né negozi né supermercati…
Andare nel deserto – cioè fare Quaresima – è prendere le distanze da certe abitudini solite, tanto solite che possono attaccarsi a noi come il vischio; sì, deserto è provare a far senza, almeno ogni tanto… Deserto è guardare se stessi invece che gli altri, anzi, guardarsi dentro, invece che guardar fuori o attorno a noi.
Allo specchio ci si guarda per vedere come si è veramente e come si vorrebbe essere prima di uscire di casa. Ma il vero specchio per noi è Gesù Cristo: in Quaresima ci confrontiamo decisamente con lui, per vedere chi siamo veramente e come invece dovremmo e potremmo essere.
Oggi, tanto per cominciare, lo specchio ci rivela chi siamo veramente: e chi siamo dunque?
Persone, individui, che scelgono ogni giorno da che parte stare: se con Dio, nostro Creatore e Padre, oppure con il Maligno (chiamatelo diavolo, sàtana… chiamatelo come volete; penso che non dobbiamo fantasticare tanto su di lui, ma nemmeno ignorarlo, o dire che il diavolo non c’è: quelli che lo dicono o lo pensano, fanno il suo gioco… eh sì, perché la sua prerogativa più celebre è l’astuzia: lo dice la Bibbia).
Ogni giorno, con i nostri comportamenti, noi scegliamo da che parte schierarci. Ed è qui che cominciano i problemi, perché – siccome si vive una volta sola ed è sempre la prima per tutti – non è sempre facile scegliere giusto. C’è chi decide tutto di testa sua, in base alle sue idee, ai suoi gusti, a quello che gli fa comodo al momento… e chi invece preferisce affidarsi a qualcuno che sa e vede meglio di lui.
“ Tu che sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane!”. Eh, certo che aveva fame Gesù; a digiunare anche per un giorno solo si sperimenta l’appetito; figuriamoci per più giorni: è la fame! Se avesse ascoltato solo i crampi dello stomaco, quei sassi sarebbero diventati altro che pane!
Ma Gesù ha preferito affidarsi a qualcuno che sapeva e vedeva meglio di lui: “Sta scritto – risponde; è come dire: c’è una Parola che vale più delle mie idee, più affidabile delle mie opinioni, a questa io do fiducia: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio!”.
No, non bastano le cose, i beni di consumo, i marchingegni più moderni e più effcienti…niente di tutto questo ci basta: ve ne siete accorti, fratelli? che le cose non ci bastano più? Come faremo a procurarcene sempre di nuove? Come faremo visto che di questo passo, sulla terra, presto non ci sarà più posto per le troppe immondizie? Beh, semplice in fondo, basta cambiare direzione: “Non di solo pane vive l’uomo – ci è stato detto poco fa’ - ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio!”.
Ogni giorno, insomma, scegliamo da che parte stare. C’è chi, per dare sicurezza e stabilità alla sua vita, non si fa riguardo a scendere a compromessi con la sua coscienza, a svendere anche l’anima se occorre. Oggi, in questo mondo dei nostri giorni, molti cedono volentieri a questa tentazione: il potere! Il potere a qualsiasi costo, anche a prezzo di sangue di molti innocenti. Ebbene, Gesù Cristo non ha ceduto a questa tentazione: povero e impotente si è ritrovato in quel deserto, ma non si è inginocchiato davanti al Maligno che gli diceva: “Tutto ti darò, se ti pieghi davanti a me!”. No, è rimasto in piedi, non si è piegato: grande Gesù!
Sì, fratelli, anche se non ne siamo consapevoli, ogni giorno scegliamo da che parte stare. E il fatto che siamo persone religiose non ci esime dal dover scegliere, anzi, perfino la religione può entrare nella tentazione: non di rado proprio le persone religiose vorrebbero sfruttare la religione a loro vantaggio, piegare Dio a loro servizio. La proposta se l’è sentita fare anche Gesù Cristo: “Gettati giù dal pinnacolo del tempio – gli propose il diavolo - vediamo se Dio ti prende al volo prima che tu ti rompa l’osso del collo!”.
Ma la nostra non è solo una religione tra le altre; è Fede. Eh, sì… è questo che fa la differenza. Nella Fede non si pretende di piegare Dio ai propri interessi. Nella Fede ci pieghiamo noi davanti a Lui, per entrare – passo dopo passo – a volte anche con fatica, nei suoi programmi, nei suoi progetti, e non perché siamo costretti, ma per la certezza che sono migliori dei nostri programmi, delle nostre opinioni. Oh, sì fratelli, possiamo esserne certi: non ci prende in giro, perché ha dato la vita per noi il nostro Dio. Non ci risulta che il diavolo abbia fatto la stessa cosa.
Ebbene, visto che ogni giorno scegliamo da che parte stare, in questa Quaresima verifichiamo se è davvero e sempre quella giusta. Guardiamoci nello specchio qualche volta di più in questi 40 giorni: quello specchio che è fatto di deserto, ma soprattutto di Parole di Dio: è quello specchio che ci rivela chi siamo veramente, ma nelle stesso tempo ci fa desiderare di essere diversi, cioè migliori, e realizzare un po’ alla volta quella bella immagine di noi stessi che Dio ha pensato quando ci ha creati.
Non è forse per questo che siamo al mondo, e che siamo vivi?
Le Letture Bibliche: Genesi 2,7-9; 3,1-7; Romani 5,12-19; Matteo 4,1-11
Non c'è casa in cui non ci sia almeno uno specchio. Di solito è nel bagno, ma in certe case c'è anche nel corridoio d'ingresso, nwllw camere, nel soggiorno... Molte signore se ne hanno uno piccolo nella borsetta e ogni tanto lo tiran fuori e si guardano... E’ importante potersi specchiare ogni tanto…così, se non altro per verificare se si è passabili quanto a presenza. Per evitare che qualcuno ci veda e pensi: “ma guarda quello lì che si è messo la cravatta storta…o quella là, che ha acceso il fuoco nella stufa e si è sporcata il naso di fuliggine… Sì, sì…pur senza essere narcisisti, ogni tanto è opportuno guardarsi nello specchio.
Bene. In Quaresima noi cristiani ci guardiamo più spesso del solito nello specchio: ah, ma questo è uno specchio speciale. La cornice, per esempio, è il deserto: sì, ce l’ha detto il Vangelo: Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto… Deserto non vuol dire …dune di sabbia, oasi di palme, cammelli e dromedari…no, deserto vuol dire silenzio e assenza di tante cose alle quali si sarebbe abituati. Per esempio: deserto vuol dire che non hai il frigorifero a disposizione per aprirlo ogni volta che ne hai voglia; né hai la televisione e il telecomando da premere come ti pare e piace; e anche se hai il portafoglio in tasca o la carta di credito, non ti serve, perché nel deserto non ci sono né negozi né supermercati…
Andare nel deserto – cioè fare Quaresima – è prendere le distanze da certe abitudini solite, tanto solite che possono attaccarsi a noi come il vischio; sì, deserto è provare a far senza, almeno ogni tanto… Deserto è guardare se stessi invece che gli altri, anzi, guardarsi dentro, invece che guardar fuori o attorno a noi.
Allo specchio ci si guarda per vedere come si è veramente e come si vorrebbe essere prima di uscire di casa. Ma il vero specchio per noi è Gesù Cristo: in Quaresima ci confrontiamo decisamente con lui, per vedere chi siamo veramente e come invece dovremmo e potremmo essere.
Oggi, tanto per cominciare, lo specchio ci rivela chi siamo veramente: e chi siamo dunque?
Persone, individui, che scelgono ogni giorno da che parte stare: se con Dio, nostro Creatore e Padre, oppure con il Maligno (chiamatelo diavolo, sàtana… chiamatelo come volete; penso che non dobbiamo fantasticare tanto su di lui, ma nemmeno ignorarlo, o dire che il diavolo non c’è: quelli che lo dicono o lo pensano, fanno il suo gioco… eh sì, perché la sua prerogativa più celebre è l’astuzia: lo dice la Bibbia).
Ogni giorno, con i nostri comportamenti, noi scegliamo da che parte schierarci. Ed è qui che cominciano i problemi, perché – siccome si vive una volta sola ed è sempre la prima per tutti – non è sempre facile scegliere giusto. C’è chi decide tutto di testa sua, in base alle sue idee, ai suoi gusti, a quello che gli fa comodo al momento… e chi invece preferisce affidarsi a qualcuno che sa e vede meglio di lui.
“ Tu che sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane!”. Eh, certo che aveva fame Gesù; a digiunare anche per un giorno solo si sperimenta l’appetito; figuriamoci per più giorni: è la fame! Se avesse ascoltato solo i crampi dello stomaco, quei sassi sarebbero diventati altro che pane!
Ma Gesù ha preferito affidarsi a qualcuno che sapeva e vedeva meglio di lui: “Sta scritto – risponde; è come dire: c’è una Parola che vale più delle mie idee, più affidabile delle mie opinioni, a questa io do fiducia: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio!”.
No, non bastano le cose, i beni di consumo, i marchingegni più moderni e più effcienti…niente di tutto questo ci basta: ve ne siete accorti, fratelli? che le cose non ci bastano più? Come faremo a procurarcene sempre di nuove? Come faremo visto che di questo passo, sulla terra, presto non ci sarà più posto per le troppe immondizie? Beh, semplice in fondo, basta cambiare direzione: “Non di solo pane vive l’uomo – ci è stato detto poco fa’ - ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio!”.
Ogni giorno, insomma, scegliamo da che parte stare. C’è chi, per dare sicurezza e stabilità alla sua vita, non si fa riguardo a scendere a compromessi con la sua coscienza, a svendere anche l’anima se occorre. Oggi, in questo mondo dei nostri giorni, molti cedono volentieri a questa tentazione: il potere! Il potere a qualsiasi costo, anche a prezzo di sangue di molti innocenti. Ebbene, Gesù Cristo non ha ceduto a questa tentazione: povero e impotente si è ritrovato in quel deserto, ma non si è inginocchiato davanti al Maligno che gli diceva: “Tutto ti darò, se ti pieghi davanti a me!”. No, è rimasto in piedi, non si è piegato: grande Gesù!
Sì, fratelli, anche se non ne siamo consapevoli, ogni giorno scegliamo da che parte stare. E il fatto che siamo persone religiose non ci esime dal dover scegliere, anzi, perfino la religione può entrare nella tentazione: non di rado proprio le persone religiose vorrebbero sfruttare la religione a loro vantaggio, piegare Dio a loro servizio. La proposta se l’è sentita fare anche Gesù Cristo: “Gettati giù dal pinnacolo del tempio – gli propose il diavolo - vediamo se Dio ti prende al volo prima che tu ti rompa l’osso del collo!”.
Ma la nostra non è solo una religione tra le altre; è Fede. Eh, sì… è questo che fa la differenza. Nella Fede non si pretende di piegare Dio ai propri interessi. Nella Fede ci pieghiamo noi davanti a Lui, per entrare – passo dopo passo – a volte anche con fatica, nei suoi programmi, nei suoi progetti, e non perché siamo costretti, ma per la certezza che sono migliori dei nostri programmi, delle nostre opinioni. Oh, sì fratelli, possiamo esserne certi: non ci prende in giro, perché ha dato la vita per noi il nostro Dio. Non ci risulta che il diavolo abbia fatto la stessa cosa.
Ebbene, visto che ogni giorno scegliamo da che parte stare, in questa Quaresima verifichiamo se è davvero e sempre quella giusta. Guardiamoci nello specchio qualche volta di più in questi 40 giorni: quello specchio che è fatto di deserto, ma soprattutto di Parole di Dio: è quello specchio che ci rivela chi siamo veramente, ma nelle stesso tempo ci fa desiderare di essere diversi, cioè migliori, e realizzare un po’ alla volta quella bella immagine di noi stessi che Dio ha pensato quando ci ha creati.
Non è forse per questo che siamo al mondo, e che siamo vivi?
TEMPO ORDINARIO
15 Febbraio - 6° Domenica
Le Letture Bibliche: Siràcide 15,16-21; 1Corinzi 2,6-10; Matteo 5,17-37
"La legge è eguale per tutti” c’è scritto nei tribunali. E’ vero che i giudici ce l’hanno dietro la schiena invece che davanti agli occhi, ma quella frase – in alcuni Paesi del mondo – probabilmente la dovranno cambiare: “La legge non è eguale per tutti”. Sta succedendo infatti che alcuni – particolarmente potenti – si considerano superiori a ogni legge e rivendicano il diritto di fare come gli pare e piace. A questo punto, anche chi non è potente si ritiene in diritto di fare quello che vuole e si giustifica col dire: “Che male c’è?” Una volta erano i ragazzi a dirla questa espressione. Oggi la usano anche gli adulti, e ogni tanto pure anche gli anziani… Qualcuno aggiunge anche: “Ormai fan tutti così!”. Il che non è assolutamente vero, ma a volte è comodo generalizzare…
Comunque sia, fratelli, chi si sforza di ragionare con un po’ di buon senso e di equilibrio, non può far a meno di notare che al giorno d’oggi si è verificato un cedimento progressivo e generalizzato un po’ su tutti i fronti.
Ad esempio: il vangelo di questa Domenica ci ricorda certi comandamenti: “Non uccidere”. Ah, certo… assassinare qualcuno a sangue freddo è sempre un crimine, ma far morire una creatura prima che venga alla luce… oppure un malato che comunque non guarirà più, è un crimine?
Fu detto anche: “Non commettere adulterio”, ricorda oggi Gesù nel vangelo. Beh, in questo campo siamo arrivati addirittura all’epidemia. Non c’è persona che non abbia qualche familiare o amico il cui matrimonio è andato a rotoli… “Ma se non si va più d’accordo, che male c’è?” si sente dire. E anche là dove i matrimoni tengono, non è poi scontato che la tenuta sia sempre vera: a volte è solo di facciata. L’adulterio – che per la Bibbia significa irrompere come un ladro nella proprietà di un altro – è un fenomeno abbastanza frequente. Ma “Che male c’è in questo?” chiedono i diretti interessati.
Ecco, fratelli: sì, cedimento insomma, un po’ su tutti i fronti (compreso quello della Chiesa, come ben sapete: non è che i preti e le persone consacrate ne siamo immuni. Ogni tanto viene alla luce qualche scandalo di cui certi giornali, come si sa, sono molto ghiotti; ma è così: inutile nasconderlo.
La mia, però – notate bene - non vuol essere una requisitoria lamentosa… perché in chiesa la domenica si viene per ascoltare il vangelo che è sempre “buona notizia”. “In cosa consiste oggi la buona notizia?” vi chiederete. Ebbene, dietro queste situazioni di cedimento o di deriva, si intravvede un valore che forse… tanto tradizionale non è, ma che sta molto a cuore a Dio: la libertà. Qui è in gioco la nostra libertà. Qui sentiamo che è vera la Parola della prima lettura di oggi (Parola di Dio, sia chiaro!), che dice: “Se vuoi osservare i comandamenti di Dio, essi ti custodiranno…”. Se vuoi: notate bene. Davanti agli uomini stanno il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà. Ognuno quindi è libero di scegliere: a suo vantaggio o a suo danno. A nessuno Dio ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare. E’ come dire: Dio non è un tiranno che costringe e obbliga. Dio ti ha donato la vita: l’ha affidata alla tua libertà, perché Dio ha una sconfinata fiducia nelle sue creature. Solo nella libertà possono vivere e realizzarsi.
Avrebbe potuto crearci sottomessi e docili per natura, ma allora avrebbe avuto davanti a sé dei burattini, o dei robot, ma non dei figli. Insomma, quello che a noi sembra un cedimento, una deriva di valori, alla fin fine è la riprova (in negativo, se volete) che davvero le donne e gli uomini – tutti – davanti a Dio non sono schiavi o burattini, ma figli: figli suoi.
Sì, ma la buona notizia del vangelo non finisce qui. Anche perché il problema rimane aperto: il cedimento, la deriva dei valori, è comunque un male: perché male? Ma perché dietro a certe scelte sbagliate, ci sono persone che ci rimettono, che pagano un prezzo a volte molto salato. E a Dio, che è Padre, dispiace immensamente che i suoi figli si riducano male e rovinino quella vita che hanno ricevuta in dono (unica, perché non è che ne abbiamo un’altra di ricambio!). Cosa fa Dio allora?
Gesù ha cominciato la sua missione gridando dappertutto: “C’è una bella notizia: Il Regno di Dio è vicino!”. Intendeva dire: “Dio ne ha abbastanza di vedere figli ridotti male: ha deciso di intervenire per dare loro una possibilità di riscatto, di guarigione! Ecco cos’è quel Regno che vuole costruire in mezzo a voi”. E voi che credete a questa bella notizia – continua Gesù (e lo dice a noi oggi!) - voi siete l’anticipo, la riprova tangibile di quello che Dio vuol fare: Voi siete il sale… per ridare sapore a un mondo che l’ha perduto. Voi siete la luce… piccola e fioca, ma sufficiente, perchè anche nell’oscurità ci si possa vedere!”. “Come, Signore? - chiediamo noi. Da cosa si capisce che siamo sale e luce?” (Era il vangelo di Domenica scorsa, ricordate?). E il Signore oggi ci risponde: “Dalla vostra vita giusta e buona si capisce; ma dev’essere giusta e buona per davvero, non come quella degli scribi e dei farisei che facevano finta di essere giusti e buoni… Voi sarete sale e luce se invece che ripetere “Che male c’è?”, vi chiederete: “Qual è la cosa giusta e buona da fare in questa situazione?”.
Male per voi non sarà solo uccidere qualcuno, ma anche adirarvi con il vostro prossimo, covare odio, risentimento… Anche il solo fatto di sapere che qualcuno ha qualcosa contro di te (non tu contro di lui – notate bene – ma lui contro di te!), anche questo devi considerarlo un male da sanare ad ogni costo, perché altrimenti anche il tuo rapporto con Dio è compromesso!
“Non commettere adulterio” ti hanno insegnato: sappi che, a prescindere dai comportamenti, anche con la mente e con il cuore si può commettere adulterio. Se ci tieni ad essere sale della terra e luce… èvitalo: altrimenti il tuo sale perde il sapore e la tua luce si spegne.
Sì, fratelli, il vangelo ci mette davanti criteri di comportamento, valori, ben più rigorosi e più esigenti dei soliti 10 comandamenti. E perché mai? Perché l’unico modo di bloccare la deriva, l’andare in giù, è quello di andare in su, anche con una certa fatica… Ma è possibile andare controcorrente, cioè comportarci come ci domanda Gesù? Questi ideali alti ed esigenti che ci mette davanti, possiamo davvero farli nostri?
Sì, lo possiamo, ma a una condizione ben precisa: che non perdiamo mai di vista Lui, Gesù. E se per caso ci accadesse di sbagliare, di cadere, guardiamoci dal dire: “Che male c’è?”. Lasciamo che lui, Gesù - grande esperto di comprension e e di misericordia - ci rialzi e riprendiamo a camminare sui suoi passi.
Le Letture Bibliche: Siràcide 15,16-21; 1Corinzi 2,6-10; Matteo 5,17-37
"La legge è eguale per tutti” c’è scritto nei tribunali. E’ vero che i giudici ce l’hanno dietro la schiena invece che davanti agli occhi, ma quella frase – in alcuni Paesi del mondo – probabilmente la dovranno cambiare: “La legge non è eguale per tutti”. Sta succedendo infatti che alcuni – particolarmente potenti – si considerano superiori a ogni legge e rivendicano il diritto di fare come gli pare e piace. A questo punto, anche chi non è potente si ritiene in diritto di fare quello che vuole e si giustifica col dire: “Che male c’è?” Una volta erano i ragazzi a dirla questa espressione. Oggi la usano anche gli adulti, e ogni tanto pure anche gli anziani… Qualcuno aggiunge anche: “Ormai fan tutti così!”. Il che non è assolutamente vero, ma a volte è comodo generalizzare…
Comunque sia, fratelli, chi si sforza di ragionare con un po’ di buon senso e di equilibrio, non può far a meno di notare che al giorno d’oggi si è verificato un cedimento progressivo e generalizzato un po’ su tutti i fronti.
Ad esempio: il vangelo di questa Domenica ci ricorda certi comandamenti: “Non uccidere”. Ah, certo… assassinare qualcuno a sangue freddo è sempre un crimine, ma far morire una creatura prima che venga alla luce… oppure un malato che comunque non guarirà più, è un crimine?
Fu detto anche: “Non commettere adulterio”, ricorda oggi Gesù nel vangelo. Beh, in questo campo siamo arrivati addirittura all’epidemia. Non c’è persona che non abbia qualche familiare o amico il cui matrimonio è andato a rotoli… “Ma se non si va più d’accordo, che male c’è?” si sente dire. E anche là dove i matrimoni tengono, non è poi scontato che la tenuta sia sempre vera: a volte è solo di facciata. L’adulterio – che per la Bibbia significa irrompere come un ladro nella proprietà di un altro – è un fenomeno abbastanza frequente. Ma “Che male c’è in questo?” chiedono i diretti interessati.
Ecco, fratelli: sì, cedimento insomma, un po’ su tutti i fronti (compreso quello della Chiesa, come ben sapete: non è che i preti e le persone consacrate ne siamo immuni. Ogni tanto viene alla luce qualche scandalo di cui certi giornali, come si sa, sono molto ghiotti; ma è così: inutile nasconderlo.
La mia, però – notate bene - non vuol essere una requisitoria lamentosa… perché in chiesa la domenica si viene per ascoltare il vangelo che è sempre “buona notizia”. “In cosa consiste oggi la buona notizia?” vi chiederete. Ebbene, dietro queste situazioni di cedimento o di deriva, si intravvede un valore che forse… tanto tradizionale non è, ma che sta molto a cuore a Dio: la libertà. Qui è in gioco la nostra libertà. Qui sentiamo che è vera la Parola della prima lettura di oggi (Parola di Dio, sia chiaro!), che dice: “Se vuoi osservare i comandamenti di Dio, essi ti custodiranno…”. Se vuoi: notate bene. Davanti agli uomini stanno il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà. Ognuno quindi è libero di scegliere: a suo vantaggio o a suo danno. A nessuno Dio ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare. E’ come dire: Dio non è un tiranno che costringe e obbliga. Dio ti ha donato la vita: l’ha affidata alla tua libertà, perché Dio ha una sconfinata fiducia nelle sue creature. Solo nella libertà possono vivere e realizzarsi.
Avrebbe potuto crearci sottomessi e docili per natura, ma allora avrebbe avuto davanti a sé dei burattini, o dei robot, ma non dei figli. Insomma, quello che a noi sembra un cedimento, una deriva di valori, alla fin fine è la riprova (in negativo, se volete) che davvero le donne e gli uomini – tutti – davanti a Dio non sono schiavi o burattini, ma figli: figli suoi.
Sì, ma la buona notizia del vangelo non finisce qui. Anche perché il problema rimane aperto: il cedimento, la deriva dei valori, è comunque un male: perché male? Ma perché dietro a certe scelte sbagliate, ci sono persone che ci rimettono, che pagano un prezzo a volte molto salato. E a Dio, che è Padre, dispiace immensamente che i suoi figli si riducano male e rovinino quella vita che hanno ricevuta in dono (unica, perché non è che ne abbiamo un’altra di ricambio!). Cosa fa Dio allora?
Gesù ha cominciato la sua missione gridando dappertutto: “C’è una bella notizia: Il Regno di Dio è vicino!”. Intendeva dire: “Dio ne ha abbastanza di vedere figli ridotti male: ha deciso di intervenire per dare loro una possibilità di riscatto, di guarigione! Ecco cos’è quel Regno che vuole costruire in mezzo a voi”. E voi che credete a questa bella notizia – continua Gesù (e lo dice a noi oggi!) - voi siete l’anticipo, la riprova tangibile di quello che Dio vuol fare: Voi siete il sale… per ridare sapore a un mondo che l’ha perduto. Voi siete la luce… piccola e fioca, ma sufficiente, perchè anche nell’oscurità ci si possa vedere!”. “Come, Signore? - chiediamo noi. Da cosa si capisce che siamo sale e luce?” (Era il vangelo di Domenica scorsa, ricordate?). E il Signore oggi ci risponde: “Dalla vostra vita giusta e buona si capisce; ma dev’essere giusta e buona per davvero, non come quella degli scribi e dei farisei che facevano finta di essere giusti e buoni… Voi sarete sale e luce se invece che ripetere “Che male c’è?”, vi chiederete: “Qual è la cosa giusta e buona da fare in questa situazione?”.
Male per voi non sarà solo uccidere qualcuno, ma anche adirarvi con il vostro prossimo, covare odio, risentimento… Anche il solo fatto di sapere che qualcuno ha qualcosa contro di te (non tu contro di lui – notate bene – ma lui contro di te!), anche questo devi considerarlo un male da sanare ad ogni costo, perché altrimenti anche il tuo rapporto con Dio è compromesso!
“Non commettere adulterio” ti hanno insegnato: sappi che, a prescindere dai comportamenti, anche con la mente e con il cuore si può commettere adulterio. Se ci tieni ad essere sale della terra e luce… èvitalo: altrimenti il tuo sale perde il sapore e la tua luce si spegne.
Sì, fratelli, il vangelo ci mette davanti criteri di comportamento, valori, ben più rigorosi e più esigenti dei soliti 10 comandamenti. E perché mai? Perché l’unico modo di bloccare la deriva, l’andare in giù, è quello di andare in su, anche con una certa fatica… Ma è possibile andare controcorrente, cioè comportarci come ci domanda Gesù? Questi ideali alti ed esigenti che ci mette davanti, possiamo davvero farli nostri?
Sì, lo possiamo, ma a una condizione ben precisa: che non perdiamo mai di vista Lui, Gesù. E se per caso ci accadesse di sbagliare, di cadere, guardiamoci dal dire: “Che male c’è?”. Lasciamo che lui, Gesù - grande esperto di comprension e e di misericordia - ci rialzi e riprendiamo a camminare sui suoi passi.
8 Febbraio - 5° Domenica
Le Letture Bibliche: Isaia 58,7-10; 1Corinzi 2,1-5; Matteo 5,13-16
Come sarebbe il mondo se non ci fossero i cristiani? Ci sarebbero un miliardo e 600 milioni di persone in meno, dicono le statistiche… Ma non è questa la risposta che cerco; io voglio dire: come starebbe di salute il mondo, se non ci fossero i cristiani? Oh, non voglio fare sviolinate a buon mercato… anche perché sono cristiano anch’io, e non voglio cadere nel “chi si loda s’imbroda”. Ma credo che conoscere i propri pregi, oltre che i propri limiti, sia giusto, come per ogni persona. Di solito, nell’opinione pubblica, dei cristiani si dicono i difetti, quello che dovrebbero fare ma non fanno… Lo sbaglio, l’errore da parte di un cristiano, diventa la scusa buona per fare d’ogni erba un fascio e dire: “ecco…vanno in chiesa, ma poi son peggiori degli altri”… e via di questo passo. Che se poi fanno del bene (e ne fanno, solo che non amano farsi pubblicità), non è che l’opinione pubblica sia disposta a riconoscerlo con altrettanto entusiasmo, e tantomeno è disposta a rimboccarsi le maniche e a fare del bene a sua volta…No, l’opinione pubblica è più brava a gridare allo scandalo; forse perché gridare allo scandalo non costa niente, invece imitare nel fare il bene...costa, disturba molto di più!Ecco perché mi domando: Come sarebbe il mondo se non ci fossero i cristiani? Mi si dirà che starebbe in piedi lo stesso il mondo: vero, perché anche chi si ritrova con una gamba sola resta in piedi lo stesso: con le stampelle, ovviamente…
No, se i pessimisti dicono che il mondo è marcio, io credo di poter dire che, senza i cristiani, sarebbe ancora più marcio. Sì, ci sarebbe lo stesso la parola “amore”, ma a livello di telenovèlas, cioè leggero, fragile, stagionale.. E anche le relazioni tra persone, tra gruppi, tra nazioni ci sarebbero (non le ha mica inventate il cristianesimo!), ma se possono essere autentiche, rispettose, se c’è disponibilità e apertura invece che rifiuto e chiusura, un merito ce l’hanno anche i cristiani in questi 2000 anni che sono passati…
“Potrebbero aver fatto di più…e meglio – sentenzia qualcuno -. Ne son migliorate poche cose a questo mondo da quando è venuto Gesù Cristo!”. Sarà anche vero, in parte; dipende da che punto di vista si guarda. Io guardo dal punto di vista di Gesù Cristo, appunto. Lui ha cominciato il Regno di Dio in mezzo a noi, e a quelli che gli hanno creduto, dice: “Voi siete il sale della terra…e la luce del mondo”. Beh, il sale… fratelli! Quanto ne mettete voi nel cibo che mangiate? Un secchio? No, un pizzico di solito. E basta per dare sapore, anzi, per far risaltare meglio il sapore del cibo. E quando lo mangiate quel cibo, se vi piace non dite “Che buono questo sale!”, no: dite semmai “Buono questo piatto!”. Al sale, se c’è, nessuno bada: ci si lamenta solo quando manca, di solito… Un po’ come l’opinione pubblica di oggi, che non bada al buon esempio che offrono i cristiani, ma se danno scandalo, ah allora sì: li segna a dito…
“E luce siete – continua il Signore – luce del mondo!”. Che responsabilità immensa: ma come possiamo noi illuminare il mondo? Un miliardo e 600 milioni di lampadine per illuminare il mondo: sì, ma molte sono spente…luce non ne fanno per niente, e come si fa allora a illuminare il mondo? Ma avete notato le immagini che usa Gesù per dire questo? “Una città sul monte…”: non può restare nascosta; sì, ma per quanti lampioni abbia non basta per illuminare il mondo…L’altra immagine è ancora più eloquente: “voi siete come una lucerna…” (quando scendeva la sera, le donne in Palestina era la prima cosa che facevano quella di accendere la lucerna a olio: e non dava certo la luminosità dei nostri moderni lampadari!); ma nessuno accendeva quella lucerna per metterla sotto un secchio: a che servirebbe? Piccola è la luce della lucerna, ma sul candelabro deve stare: la si deve vedere; anzi, è alla sua luce (piccola e fioca) che ci si vede un po’, se no è buio pesto in casa. In casa…o anche nel mondo?
Dovrebbero illuminare di più i cristiani? Può darsi. Ma cosa pretendere da piccole lucerne?
Traiamo le conclusioni, fratelli. Noi non siamo in grado di illuminare il mondo a giorno: siamo soltanto lucerne, a volte anche un po’ sporche (di difetti, di limiti, di tante incoerenze). A differenza del passato, quando la Chiesa aveva potere e dettava legge in tutti i campi, oggi le cose sono cambiate: la Chiesa non è più l’unico punto di riferimento cui gli uomini guardano; e neanche il primo, per molti; ce ne sono altri. Ha perduto prestigio la Chiesa… e il Cristianesimo è sì una delle grandi religioni, ma non è certo l’unica. Tuttavia questo è pienamente nella logica del vangelo: la logica del sale (un pizzico basta), la logica della lucerna che dirada un po’ il buio, mica quella del sole che abbaglia…Sì, noi cristiani oggi ci troviamo nell’opportunità di far nostra davvero la logica del vangelo. E allora penso alle situazioni delle nostre Comunità o Parrocchie: se la Fede ha a che vedere con l’andare a messa la domenica, si deve riconoscere che anche nel nostro Trentino si sono ridotti a una minoranza i cristiani…e non di rado a un’esigua minoranza. E penso anche a quelle famiglie nelle quali è una sola la persona che si lascia animare dalla fede, e forse per questo è anche presa in giro dai familiari… Che fare? Scoraggiarsi perché le chiese non si riempiono più come una volta? Demoralizzarsi perché i tuoi familiari non vanno a Messa la Domenica?Ma fratelli! Ci crediamo o no al Vangelo? “Voi siete il sale della terra!”: ma ne basta un pizzico o ce ne vuole un quintale per insaporire un pranzo o una cena? Non capite che questa situazione di minoranza è l’opportunità provvidenziale per tornare al Vangelo, se la sappiamo cogliere?
Ah, certo, se la sappiamo cogliere: quel pizzico di sale deve essere davvero saporoso; e quella piccola luce non deve finire sotto un secchio: è proprio Gesù che oggi ce lo dice. Cosa significa questo, in concreto? Diversi significati può avere, ma uno ce l’ha già detto il Signore (era la prima lettura): “Spezza il tuo pane con l’affamato, accogli i miseri, senza tetto, vesti chi è nudo e ha freddo… Allora la tua luce sorgerà come l’aurora!”. Una luce piccola, sì, ma non sarà più buio pesto; un pizzico di sale: certo, ne basta poco, ma darà sapore. Perché è il Signore che ci fa essere “sale della terra e luce del mondo”. E se oggi ce lo fa notare, possiamo star sicuri: lo siamo per davvero.
Le Letture Bibliche: Isaia 58,7-10; 1Corinzi 2,1-5; Matteo 5,13-16
Come sarebbe il mondo se non ci fossero i cristiani? Ci sarebbero un miliardo e 600 milioni di persone in meno, dicono le statistiche… Ma non è questa la risposta che cerco; io voglio dire: come starebbe di salute il mondo, se non ci fossero i cristiani? Oh, non voglio fare sviolinate a buon mercato… anche perché sono cristiano anch’io, e non voglio cadere nel “chi si loda s’imbroda”. Ma credo che conoscere i propri pregi, oltre che i propri limiti, sia giusto, come per ogni persona. Di solito, nell’opinione pubblica, dei cristiani si dicono i difetti, quello che dovrebbero fare ma non fanno… Lo sbaglio, l’errore da parte di un cristiano, diventa la scusa buona per fare d’ogni erba un fascio e dire: “ecco…vanno in chiesa, ma poi son peggiori degli altri”… e via di questo passo. Che se poi fanno del bene (e ne fanno, solo che non amano farsi pubblicità), non è che l’opinione pubblica sia disposta a riconoscerlo con altrettanto entusiasmo, e tantomeno è disposta a rimboccarsi le maniche e a fare del bene a sua volta…No, l’opinione pubblica è più brava a gridare allo scandalo; forse perché gridare allo scandalo non costa niente, invece imitare nel fare il bene...costa, disturba molto di più!Ecco perché mi domando: Come sarebbe il mondo se non ci fossero i cristiani? Mi si dirà che starebbe in piedi lo stesso il mondo: vero, perché anche chi si ritrova con una gamba sola resta in piedi lo stesso: con le stampelle, ovviamente…
No, se i pessimisti dicono che il mondo è marcio, io credo di poter dire che, senza i cristiani, sarebbe ancora più marcio. Sì, ci sarebbe lo stesso la parola “amore”, ma a livello di telenovèlas, cioè leggero, fragile, stagionale.. E anche le relazioni tra persone, tra gruppi, tra nazioni ci sarebbero (non le ha mica inventate il cristianesimo!), ma se possono essere autentiche, rispettose, se c’è disponibilità e apertura invece che rifiuto e chiusura, un merito ce l’hanno anche i cristiani in questi 2000 anni che sono passati…
“Potrebbero aver fatto di più…e meglio – sentenzia qualcuno -. Ne son migliorate poche cose a questo mondo da quando è venuto Gesù Cristo!”. Sarà anche vero, in parte; dipende da che punto di vista si guarda. Io guardo dal punto di vista di Gesù Cristo, appunto. Lui ha cominciato il Regno di Dio in mezzo a noi, e a quelli che gli hanno creduto, dice: “Voi siete il sale della terra…e la luce del mondo”. Beh, il sale… fratelli! Quanto ne mettete voi nel cibo che mangiate? Un secchio? No, un pizzico di solito. E basta per dare sapore, anzi, per far risaltare meglio il sapore del cibo. E quando lo mangiate quel cibo, se vi piace non dite “Che buono questo sale!”, no: dite semmai “Buono questo piatto!”. Al sale, se c’è, nessuno bada: ci si lamenta solo quando manca, di solito… Un po’ come l’opinione pubblica di oggi, che non bada al buon esempio che offrono i cristiani, ma se danno scandalo, ah allora sì: li segna a dito…
“E luce siete – continua il Signore – luce del mondo!”. Che responsabilità immensa: ma come possiamo noi illuminare il mondo? Un miliardo e 600 milioni di lampadine per illuminare il mondo: sì, ma molte sono spente…luce non ne fanno per niente, e come si fa allora a illuminare il mondo? Ma avete notato le immagini che usa Gesù per dire questo? “Una città sul monte…”: non può restare nascosta; sì, ma per quanti lampioni abbia non basta per illuminare il mondo…L’altra immagine è ancora più eloquente: “voi siete come una lucerna…” (quando scendeva la sera, le donne in Palestina era la prima cosa che facevano quella di accendere la lucerna a olio: e non dava certo la luminosità dei nostri moderni lampadari!); ma nessuno accendeva quella lucerna per metterla sotto un secchio: a che servirebbe? Piccola è la luce della lucerna, ma sul candelabro deve stare: la si deve vedere; anzi, è alla sua luce (piccola e fioca) che ci si vede un po’, se no è buio pesto in casa. In casa…o anche nel mondo?
Dovrebbero illuminare di più i cristiani? Può darsi. Ma cosa pretendere da piccole lucerne?
Traiamo le conclusioni, fratelli. Noi non siamo in grado di illuminare il mondo a giorno: siamo soltanto lucerne, a volte anche un po’ sporche (di difetti, di limiti, di tante incoerenze). A differenza del passato, quando la Chiesa aveva potere e dettava legge in tutti i campi, oggi le cose sono cambiate: la Chiesa non è più l’unico punto di riferimento cui gli uomini guardano; e neanche il primo, per molti; ce ne sono altri. Ha perduto prestigio la Chiesa… e il Cristianesimo è sì una delle grandi religioni, ma non è certo l’unica. Tuttavia questo è pienamente nella logica del vangelo: la logica del sale (un pizzico basta), la logica della lucerna che dirada un po’ il buio, mica quella del sole che abbaglia…Sì, noi cristiani oggi ci troviamo nell’opportunità di far nostra davvero la logica del vangelo. E allora penso alle situazioni delle nostre Comunità o Parrocchie: se la Fede ha a che vedere con l’andare a messa la domenica, si deve riconoscere che anche nel nostro Trentino si sono ridotti a una minoranza i cristiani…e non di rado a un’esigua minoranza. E penso anche a quelle famiglie nelle quali è una sola la persona che si lascia animare dalla fede, e forse per questo è anche presa in giro dai familiari… Che fare? Scoraggiarsi perché le chiese non si riempiono più come una volta? Demoralizzarsi perché i tuoi familiari non vanno a Messa la Domenica?Ma fratelli! Ci crediamo o no al Vangelo? “Voi siete il sale della terra!”: ma ne basta un pizzico o ce ne vuole un quintale per insaporire un pranzo o una cena? Non capite che questa situazione di minoranza è l’opportunità provvidenziale per tornare al Vangelo, se la sappiamo cogliere?
Ah, certo, se la sappiamo cogliere: quel pizzico di sale deve essere davvero saporoso; e quella piccola luce non deve finire sotto un secchio: è proprio Gesù che oggi ce lo dice. Cosa significa questo, in concreto? Diversi significati può avere, ma uno ce l’ha già detto il Signore (era la prima lettura): “Spezza il tuo pane con l’affamato, accogli i miseri, senza tetto, vesti chi è nudo e ha freddo… Allora la tua luce sorgerà come l’aurora!”. Una luce piccola, sì, ma non sarà più buio pesto; un pizzico di sale: certo, ne basta poco, ma darà sapore. Perché è il Signore che ci fa essere “sale della terra e luce del mondo”. E se oggi ce lo fa notare, possiamo star sicuri: lo siamo per davvero.
1 Febbraio - 4° Domenica
Le Letture Bibliche: Sofonia 2,3; 3,12-13; 1Corinzi 1,26-31; Matteo 5,1-12a
Eh, sì: la bella notizia di Gesù – cioè il Vangelo – è proprio questa. “Beati!”. Che significa beati? Lo comprendiamo subito se pensiamo a quell’espressione che tutti adoperiamo ogni tanto: “beato te! Beato lui!”. “Fortunati” potremmo dire. Fortunati perché quel Regno che Gesù è venuto a inaugurare in questo mondo è per loro: i poveri in spirito e i miti, gli afflitti e quelli che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi e i puri di cuore, quelli che vogliono davvero la pace e quelli che per la giustizia sono disposti anche a soffrire… Fortunati perché quel Regno che Dio ha progettato di realizzare è per loro. Loro vi entrano… Gli altri restan fuori. E stando fuori, magari commentano: “Sì, belle parole, ma sono teorie per un mondo di sogni…”Con le Beatitudini di Gesù non si governano le nazioni”, diceva Bismarck, il celebre cancelliere tedesco di due secoli fa’. E dello stesso parere sono anche tanti politici, sia stranieri che nostrani. “L’umanità è quella che è – dicono -, non c’è sviluppo senza conflitti, non c’è benessere senza concorrenza… Gesù Cristo è un ingenuo: le sue sono utopie che non si realizzeranno mai"…
Però c’è qualcosa che scricchiola in questi modi di pensare. E come spiegare allora che da qualche anno a questa parte non passa giorno senza che ci siano tragiche notizie di guerre e di massacri? Perché è così faticoso raggiungere il traguardo della pace in questo mondo d’oggi?
Ma non perdiamoci su ciò che pensano i grandi di questo mondo… Guardiamo un po’ a noi stessi. L’abbiamo accettato noi questo messaggio di Gesù? Quante volte l’abbiamo sentito! Ma ci crediamo davvero alle Beatitudini? Lasciamo sospesa la domanda per il momento e prendiamo atto di una ricorrenza particolare: sono 48 anni che in Italia – in questa prima Domenica di Febbraio – si celebra la Giornata per la vita.
Il pensiero di solito va alla vita nascente che in troppi casi viene violentemente soppressa. Ma in questi ultimi anni si sono moltiplicati gli attentati alla vita in altre delle sue espressioni. Tempo fa, intervistato dai giornalisti, Papa Leone si è espresso così: «Chi dice “sono contro l’aborto”, ma è a favore della pena di morte, non è veramente pro-vita. Chi è contro l’aborto ma è d’accordo con il trattamento disumano degli immigrati, non si può dire che sia pro-vita. L’insegnamento della Chiesa su ciascuna di queste questioni è molto chiaro».
Ecco, è in quest’ottica che i vescovi italiani, nel loro messaggio per la Giornata di quest’anno, indicano quale ambito di vita da proteggere e difendere con particolare cura quello dei bambini. Lasciate che riporti alcune espressioni del loro messaggio.
“La pace, la libertà, la democrazia, la solidarietà non possono che iniziare dai più piccoli. Dove una società si serve dei figli, invece di servirli e donare loro la vita, si imbarbariscono anche le relazioni tra gli adulti, dando spazio alla ricerca egoistica e violenta dei propri interessi.
E qui fanno un elenco forse non completo ma certamente drammatico delle offese alla vita dei bambini:
Pensiamo ai tanti, troppi, bambini “vittime collaterali” delle guerre degli adulti: uccisi, mutilati, resi orfani, privati della casa, ridotti alla fame… E ai bambini-soldato, rapiti e utilizzati come “carne da cannone” in varie parti del mondo… Pensiamo ai bambini “fabbricati” in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti… e ai bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere… Pensiamo ai bambini implicati nei casi di separazione e divorzio dei propri genitori… e ai bambini fatti oggetto di attenzioni sessuali da parte degli adulti… Pensiamo ai bambini-lavoratori, privati dell’infanzia perché inquadrati come manodopera a basso costo … ai bambini rapiti, ai bambini coinvolti nelle violenze domestiche, che li privano di uno o entrambi i genitori Pensiamo ai bambini che i trafficanti di vite strappano per vile interesse alle proprie famiglie , fino a espiantare i loro organi a vantaggio di chi può permettersi di pagarli. Pensiamo ai bambini costretti – non di rado da soli – a migrazioni faticose e pericolose, con esiti a volte mortali …
Pensiamo ai bambini maltrattati o abbandonati a loro stessi da genitori o educatori cui poco interessa il loro vero bene. In questi e altri casi l’interesse che prevale è quello dell’adulto, cioè del più forte, del più ricco, del più istruito, che può decidere anche della vita altrui…”.
Ecco la realtà di fronte alla quale i nostri Vescovi c’invitano a non chiudere gli occhi. Se qualcuno ascoltando avesse pensato: “Cosa c’entro io con questi problemi?”, sappia che questa è una domanda che non dovrebbe mai risuonare su labbra umane, e tantomeno in bocca a un cristiano, perché assomiglia a quella di Caino: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Lo disse quel giorno in cui uccise il fratello, Abele. “Ma noi non abbiamo ucciso nessuno!” si dirà. Verissimo, ma è noto che in certi crimini spesso ci sono anche dei complici. E un’affermazione che suona cruda ma vera in questa nostra epoca, suona così: “Uccide più l’indifferenza che la delinquenza!”. Ecco, fratelli, se c’è un peccato che pesa più degli altri davanti a Dio è l’indifferenza per ciò che accade, il menefreghismo di fronte al male, il chiudere gli occhi per non vedere e il cuore per non dover compatire. Sì, compatire! Forse è solo questo ciò che tante volte possiamo fare, ma è importante saperlo fare, perché se non si sa compatire nemmeno la sofferenza dei piccoli vuol dire che davvero si sta diventando disumani (se non lo si è già diventati).
Una delle beatitudini che oggi il Signore ha proclamato è: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio!” – e questi privilegiati sono i bambini. E un’altra beatitudine suona così: “Beati i misericordiosi, perché troveranno anch’essi misericordia!”. E questi siamo noi – noi cristiani e tutti gli uomini e le donne di buona volontà – se siamo capaci di misericordia e di compassione.
Non bastano le leggi per proteggere i piccoli, gli indifesi… è il clima culturale che deve cambiare anzitutto: al freddo gelido dell’indifferenza deve subentrare il tepore della solidarietà, della compassione. Solo allora le leggi potranno fare qualcosa.
Gesù era esperto di compassione, di solidarietà: sembrava avere un sesto senso per questo. “Quel giorno, vedendo le folle, salì sulla montagna; gli si avvicinarono i suoi discepoli…Lui allora li ammaestrava dicendo: Beati!”. Ecco, fratelli, occorre avvicinarsi a Gesù e restargli vicino: allora si impara la compassione, la mitezza, la misericordia. Anzi, si capisce cos’è la felicità, perchè allora Gesù lo può dire anche a noi: “Beati!”.
25 Gennaio - 3° Domenica
Le Letture Bibliche: Isaia 8,23b-9,3; 1Corinzi 1,10-13.17; Matto 4,12-23
Centro e periferia. Tutte le città sono fatte di un centro e di una perifeia. Il centro è molto frequentato: là ci sono le cose più interessanti da vedere, novità tutti i giorni, e poi là ci sono i palazzi del potere… nelle periferie invece tutto questo scarseggia, o non c’è affatto. Nelle periferie di solito regna la monotonia invece che la novità, il grigiore invece che i colori…
Anche nella terra di Gesù, la Palestina, era così: il centro era Gerusalemme: là c’era il Tempio di Dio, là affluivano pellegrini e viaggiatori da tutto il mondo, là c’era chi comandava. La periferia era fatta di regioni, di paesi e villaggi lontani da Gerusalemme, come la Galilea ad esempio: ci abitavano piccoli contadini, pastori con poche pecore o capre, pescatori (che vivevano di quel poco pesce che riuscivano a tirar fuori da un lago - il lago di Tiberiade – e che chiamavano “mare di Galilea” tanto per darsi un po’ d’importanza). Molti abitanti di quella regione erano stranieri arrivati là da chissà dove, altri erano ebrei, ma che non davano molto peso alla religione, anche perché, oltre la famiglia da mantenere avevano anche le tasse da pagare, e perciò erano occupati a faticare tutti i santi giorni per poter tirare avanti alla meno peggio.
Dove comincerà Gesù Cristo la sua missione? Lui che è venuto nel mondo come agnello per farsi carico della sorte di tutti (ricordate il vangelo di domenica scorsa?), da dove comincerà? Se Gerusalemme era il centro, avrebbe dovuto cominciare da lì, secondo la logica… Non si è sempre pensato che, per cambiare le cose, bisogna cominciare dal centro, e magari con una rivoluzione, o un colpo di stato?
Ma Gesù no, tutt’altro. Cominciò a percorrere tutta la Galilea e a dire: “Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino”. E per dimostrare che non diceva panzane “guariva ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo”. In Galilea, appunto, cioè in periferia.
Dio è venuto in questo mondo per fare qualcosa di bello per gli uomini e le donne, tutti quanti, e insieme a loro. Ma ha deciso di cominciare dalle periferie.
A quei poveri contadini, pastori, pescatori… non sembrava neanche vero che la loro vita un giorno potesse cambiare: “Quel popolo che abitava nelle tenebre – ci diceva poco fa’ il vangelo – ha visto una grande luce; per gente abituata a vivere nell’oscurità, una luce si è levata”. Una luce che comincia ad ardere …”dentro”, nel cuore delle persone.
Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, non erano disoccupati in cerca di lavoro o avventurieri a caccia di emozioni forti. Erano individui normali, come tutti. Anche loro dovevano fare i conti con il grigiore della vita, con fatiche quotidiane che facevano invecchiare senza neanche la speranza di andare in pensione (non c’erano le pensioni, infatti). Ecco perché, quando vengono raggiunti da una luce che illumina e scalda il cuore, dando loro una nuova visuale della vita e del mondo, si lasciano affascinare, sedurre…
La cosa che sempre mi sorprende in questa pagina di vangelo è che Gesù non ha detto loro: “Se venite con me, d’ora in poi… basta faticare, basta fare i pescatori”… No, ha detto: “Vi farò pescatori… di uomini”. Quindi restano pescatori, non è la vita che cambia, è il senso della vita, l’orizzonte che le fa da sfondo… Gesù fa cambiare le persone, ma le fa cambiare in Galilea, cioè lì dove sono: nella loro periferia.
Ora, pensate un attimo: ma non c’è anche nella nostra vita una periferia? Anzi, non è tutta una periferia la nostra vita? Quella successione di giorni, uno dopo l’altro, dal lunedì al sabato… ecco la nostra periferia. Ora, se è vero che Dio ci vuole incontrare per rendere più saporosa, più vivibile la nostra vita, dove pensate che comincerà?: Dio, Gesù, comincia dalla nostra periferia: ognuno ha la sua: ebbene, è lì che vuole farsi presente, e agire, il Signore. Quella luce, di cui parla oggi il vangelo, è la sua Parola: Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, l’hanno ascoltata quella mattina, e siccome è una parola che trasforma, ecco che la loro vita è cambiata.
La Parola di Dio! Fratelli, che posto ha nella nostra vita, nelle nostre giornate, tra tutte le cose che ci stanno a cuore? Che posto le riserviamo? Ascoltarla la Domenica quando si viene a Messa è già molto, ma nel mondo d’oggi – così complesso e caotico – credetelo, non basta per vivere da cristiani…Fuori di qui sentiamo tante parole diverse, e quella di Dio – se proprio non ci sta a cuore – viene messa a tacere… e la nostra vita allora può anche riempirsi di tante cose, ma resta grigia. Sapore: poco. O niente.
Ecco perché anni fa’ Papa Francesco ha voluto che in quest’ultima Domenica di Gennaio cercassimo di capire quanto è preziosa la Parola del Signore, quanto è potente e capace di cambiare la nostra vita in meglio, se la lasciamo entrare non solo negli orecchi, ma nel cuore… E perciò quanto è importante ascoltarla, o leggerla, più spesso…soprattutto dal vangelo, e ben aldilà della Domenica.
Perciò lasciate che scenda al pratico e vi dia qualche caloroso consiglio. Voi sentite questa Parola nelle letture della Bibbia, del Vangelo, quando venite alla messa: a volte ciò che si legge non ci risulta molto chiaro… ma “accontentatevi di quello che è chiaro e capite” – esortava già sant’Agostino 15 secoli fa’. E allora ecco il consiglio: tra tutte le parole delle letture, delle prediche, ci sarà almeno … una frase, un pensiero, una parola di Dio insomma che riguarda anche te, anzi, proprio la tua vita. Ebbene, cerca di tenerla a mente, portala nel cuore quando esci dalla chiesa, richiamala qualche volta durante la settimana… magari nei momenti in cui ti trovi a dover affrontare qualche difficoltà… Sì, ti aiuterà quella Parola, e se sarai costante nel fare così, ti accorgerai come cambia in meglio la tua vita. Infatti è forte, è potente, la Parola di Dio: è questa la, sua specialità!
E poi, un consiglio che in questi ultimi anni sento di dover dare e ridare spesso: quanti non hanno con sé un cellulare sul quale cercare on line tutto e di più? E perché non cercarvi anche la Parola del Signore, ogni giorno diversa e tipica, in quelle letture che sono le stesse della Messa? Se la tecnologia ci ha fornito questi strumenti, adoperiamoli anche per tener viva la fede, coltivarla, alimentarla…
Ricorderete quell’espressione della Bibbia: Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni Parola che viene da Signore… Forse è vera soprattutto al giorno d’oggi, in questa cultura che respiriamo, povera di buoni motivi per andare avanti con dignità e saggezza… e ricca di stupidaggini vuote e di paure.
Ricordàtelo, fratelli: anche nella nostra Galilea – nelle nostre periferie d’ogni giorno - può sorgere e brillare una luce. E’ la Parola di Dio quella luce. Accogliamola. E impariamo ad apprezzarla.
Le Letture Bibliche: Isaia 8,23b-9,3; 1Corinzi 1,10-13.17; Matto 4,12-23
Centro e periferia. Tutte le città sono fatte di un centro e di una perifeia. Il centro è molto frequentato: là ci sono le cose più interessanti da vedere, novità tutti i giorni, e poi là ci sono i palazzi del potere… nelle periferie invece tutto questo scarseggia, o non c’è affatto. Nelle periferie di solito regna la monotonia invece che la novità, il grigiore invece che i colori…
Anche nella terra di Gesù, la Palestina, era così: il centro era Gerusalemme: là c’era il Tempio di Dio, là affluivano pellegrini e viaggiatori da tutto il mondo, là c’era chi comandava. La periferia era fatta di regioni, di paesi e villaggi lontani da Gerusalemme, come la Galilea ad esempio: ci abitavano piccoli contadini, pastori con poche pecore o capre, pescatori (che vivevano di quel poco pesce che riuscivano a tirar fuori da un lago - il lago di Tiberiade – e che chiamavano “mare di Galilea” tanto per darsi un po’ d’importanza). Molti abitanti di quella regione erano stranieri arrivati là da chissà dove, altri erano ebrei, ma che non davano molto peso alla religione, anche perché, oltre la famiglia da mantenere avevano anche le tasse da pagare, e perciò erano occupati a faticare tutti i santi giorni per poter tirare avanti alla meno peggio.
Dove comincerà Gesù Cristo la sua missione? Lui che è venuto nel mondo come agnello per farsi carico della sorte di tutti (ricordate il vangelo di domenica scorsa?), da dove comincerà? Se Gerusalemme era il centro, avrebbe dovuto cominciare da lì, secondo la logica… Non si è sempre pensato che, per cambiare le cose, bisogna cominciare dal centro, e magari con una rivoluzione, o un colpo di stato?
Ma Gesù no, tutt’altro. Cominciò a percorrere tutta la Galilea e a dire: “Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino”. E per dimostrare che non diceva panzane “guariva ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo”. In Galilea, appunto, cioè in periferia.
Dio è venuto in questo mondo per fare qualcosa di bello per gli uomini e le donne, tutti quanti, e insieme a loro. Ma ha deciso di cominciare dalle periferie.
A quei poveri contadini, pastori, pescatori… non sembrava neanche vero che la loro vita un giorno potesse cambiare: “Quel popolo che abitava nelle tenebre – ci diceva poco fa’ il vangelo – ha visto una grande luce; per gente abituata a vivere nell’oscurità, una luce si è levata”. Una luce che comincia ad ardere …”dentro”, nel cuore delle persone.
Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, non erano disoccupati in cerca di lavoro o avventurieri a caccia di emozioni forti. Erano individui normali, come tutti. Anche loro dovevano fare i conti con il grigiore della vita, con fatiche quotidiane che facevano invecchiare senza neanche la speranza di andare in pensione (non c’erano le pensioni, infatti). Ecco perché, quando vengono raggiunti da una luce che illumina e scalda il cuore, dando loro una nuova visuale della vita e del mondo, si lasciano affascinare, sedurre…
La cosa che sempre mi sorprende in questa pagina di vangelo è che Gesù non ha detto loro: “Se venite con me, d’ora in poi… basta faticare, basta fare i pescatori”… No, ha detto: “Vi farò pescatori… di uomini”. Quindi restano pescatori, non è la vita che cambia, è il senso della vita, l’orizzonte che le fa da sfondo… Gesù fa cambiare le persone, ma le fa cambiare in Galilea, cioè lì dove sono: nella loro periferia.
Ora, pensate un attimo: ma non c’è anche nella nostra vita una periferia? Anzi, non è tutta una periferia la nostra vita? Quella successione di giorni, uno dopo l’altro, dal lunedì al sabato… ecco la nostra periferia. Ora, se è vero che Dio ci vuole incontrare per rendere più saporosa, più vivibile la nostra vita, dove pensate che comincerà?: Dio, Gesù, comincia dalla nostra periferia: ognuno ha la sua: ebbene, è lì che vuole farsi presente, e agire, il Signore. Quella luce, di cui parla oggi il vangelo, è la sua Parola: Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, l’hanno ascoltata quella mattina, e siccome è una parola che trasforma, ecco che la loro vita è cambiata.
La Parola di Dio! Fratelli, che posto ha nella nostra vita, nelle nostre giornate, tra tutte le cose che ci stanno a cuore? Che posto le riserviamo? Ascoltarla la Domenica quando si viene a Messa è già molto, ma nel mondo d’oggi – così complesso e caotico – credetelo, non basta per vivere da cristiani…Fuori di qui sentiamo tante parole diverse, e quella di Dio – se proprio non ci sta a cuore – viene messa a tacere… e la nostra vita allora può anche riempirsi di tante cose, ma resta grigia. Sapore: poco. O niente.
Ecco perché anni fa’ Papa Francesco ha voluto che in quest’ultima Domenica di Gennaio cercassimo di capire quanto è preziosa la Parola del Signore, quanto è potente e capace di cambiare la nostra vita in meglio, se la lasciamo entrare non solo negli orecchi, ma nel cuore… E perciò quanto è importante ascoltarla, o leggerla, più spesso…soprattutto dal vangelo, e ben aldilà della Domenica.
Perciò lasciate che scenda al pratico e vi dia qualche caloroso consiglio. Voi sentite questa Parola nelle letture della Bibbia, del Vangelo, quando venite alla messa: a volte ciò che si legge non ci risulta molto chiaro… ma “accontentatevi di quello che è chiaro e capite” – esortava già sant’Agostino 15 secoli fa’. E allora ecco il consiglio: tra tutte le parole delle letture, delle prediche, ci sarà almeno … una frase, un pensiero, una parola di Dio insomma che riguarda anche te, anzi, proprio la tua vita. Ebbene, cerca di tenerla a mente, portala nel cuore quando esci dalla chiesa, richiamala qualche volta durante la settimana… magari nei momenti in cui ti trovi a dover affrontare qualche difficoltà… Sì, ti aiuterà quella Parola, e se sarai costante nel fare così, ti accorgerai come cambia in meglio la tua vita. Infatti è forte, è potente, la Parola di Dio: è questa la, sua specialità!
E poi, un consiglio che in questi ultimi anni sento di dover dare e ridare spesso: quanti non hanno con sé un cellulare sul quale cercare on line tutto e di più? E perché non cercarvi anche la Parola del Signore, ogni giorno diversa e tipica, in quelle letture che sono le stesse della Messa? Se la tecnologia ci ha fornito questi strumenti, adoperiamoli anche per tener viva la fede, coltivarla, alimentarla…
Ricorderete quell’espressione della Bibbia: Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni Parola che viene da Signore… Forse è vera soprattutto al giorno d’oggi, in questa cultura che respiriamo, povera di buoni motivi per andare avanti con dignità e saggezza… e ricca di stupidaggini vuote e di paure.
Ricordàtelo, fratelli: anche nella nostra Galilea – nelle nostre periferie d’ogni giorno - può sorgere e brillare una luce. E’ la Parola di Dio quella luce. Accogliamola. E impariamo ad apprezzarla.
18 Gennaio - 2° Domenica
Le Letture Bibliche: Isaia 49,3.5-6; 1Corinzi 1,1-3; Vangelo di 1,29-34
Quando si arriva al fine-settimana, capita di guardarsi indietro per vedere quello che è accaduto a partire dal lunedì… Ho osservato che non c’è neanche una settimana che ci riservi solo belle notizie (ci sono anche quelle, sia chiaro, ma sapete che le cose buone, positive, belle, quasi sempre non fanno notizia… e allora finisce che si rischia di vedere solo quelle brutte!).
Ma quelle brutte, purtroppo, ci sono… eccome! Anche in questa settimana… Scandali e beghe in politica… persone barbaramente trucidate da qualcuno che improvvisamente impazzisce…per non dire di quegli orrori accaduti in zone calde del Medio Oriente come l’Iran… E poi, lo sappiamo, ci sono brutture, violenze, soprusi che capitano anche vicino a noi o addirittura tra noi, e che non finiscono mai sui giornali… "Meglio parlare solo delle cose belle, dirà qualcuno; anzi, quando veniamo alla messa della Domenica, vogliamo sentir parlare solo di cose belle, perché di quelle brutte se ne parla già fin troppo fuori dalla chiesa"…
Capisco questo modo di pensare, ma lo condivido solo fino a un certo punto… Perché se il parlare delle cose belle vuol dire chiudere gli occhi su quelle brutte, o far finta che non ci siano, allora no: non sono d’accordo. Sono gli struzzi quelli che di fronte al pericolo mettono la testa sotto la sabbia per non vederlo. La fede in Gesù Cristo (quella per cui ci chiamiamo “cristiani”) non ci porta a chiudere gli occhi sul male, sul negativo, sui limiti e le brutture di questo mondo: ce li fa tenere aperti invece gli occhi, e ci dice… cosa possiamo fare noi per non essere travolti da quel male, anzi, per neutralizzarlo se possibile.
E’ come un medico Gesù Cristo. Anzi, lui stesso si è paragonato a un medico. Immaginate una persona che ha una malattia piuttosto seria: va dal suo dottore, si fa visitare, e quello le dice: “Oh, non è niente, sta’ tranquillo… Ti prescrivo questa medicina e vedrai che tutto si risolve!”. Quella persona lì per lì se ne va tranquilla, e magari dice anche. “Che bravo quel medico!”. Ma poi s’accorge che, via via che passano i giorni, peggiora invece di guarire… Ma allora… è stato davvero bravo quel medico? Onesto? No, per niente.
Gesù Cristo è un medico che dice al malato: “Guarda che la tua malattia è seria, è grave… tuttavia, tu puoi guarire!”. Quel malato è ogni uomo e ogni donna, è ognuno di noi, fratelli… Sì, sull’onda della cultura di oggi, siamo portati a pensare che se non abbiamo la febbre, né la tosse, né il raffreddore, stiamo davvero bene. Ma avete mai notato che i grandi criminali di questo mondo non hanno affatto la febbre, e neanche la tosse o il raffreddore? Anzi: stanno benissimo di salute! Ma allora, qual è la conclusione che dobbiamo trarre? Ci sono dei mali più profondi, più micidiali di quelli che si curano con le medicine o all’ospedale; anzi, qui non ci sono né medicine né ospedali che li possano guarire.
Il vangelo – con il suo linguaggio collaudato da 2000 anni di storia – questo male profondo lo chiama così: “peccato del mondo”. Perché del mondo? Perché poco o tanto ci prende tutti quanti, e tutti quanti collaboriamo a farlo più pesante, più minaccioso, più velenoso… Certuni al giorno d’oggi non sono d’accordo ed esclamano: “Eh, via! non siamo più nel Medio Evo! Smettete di fare certi discorsi, come parlare di peccato! Siamo nell’epoca moderna ormai!”. Tuttavia, chi la pensa così dovrebbe spiegarci come mai, nonostante il progresso, la cultura, la psicologia, il benessere, la buona educazione e altro ancora… come mai il male (nelle sue tipiche forme di cattiveria, odio, sopruso, violenza) non è ancora sparito dalla faccia della terra, anzi… Si è aggiornato, si è fatto più arrogante! Come mai?
“Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!”. Gesù si presenta così, anzi, è Giovanni Battista che lo presenta così, all’umanità di allora e di oggi: Ecco l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!
Qualcuno potrebbe obiettare: Sì, ma sono 2000 anni che si è presentato Gesù Cristo: come mai il male c’è ancora (e potente!)? Perché Dio non l’ha ancora eliminato del tutto? Quanto ci vuole?
Fratelli, faccio notare che Gesù si presenta come agnello, non come lupo, e neanche come bomba atomica… Come agnello. Perché agnello? Perché Dio ha scelto la via della convinzione per salvare questo mondo, non quella della costrizione. Ha scelto di guarirci dal male profondo che tutto avvelena, non di distruggerci insieme a quel male. Sì, Dio vince la potenza del male, ma caricandoselo sulle spalle… e morendoci sotto. Ecco come fa l’Agnello di Dio a togliere il peccato dal mondo!
La fede cristiana parla di redenzione, liberazione dal male, salvezza… ma non sono interventi “a pioggia”. Chi vuole prova cosa vuol dire redenzione, liberazione, salvezza, cioè: chi accetta di seguire Gesù, l’Agnello. Dopo essere nato a Betlemme (l’abbiamo ricordato a Natale), dopo che è vissuto e diventato adulto a Nazaret, adesso si presenta sulla scena del mondo: “Eccolo!” dice Giovanni Battista. Ed è come se dicesse: “Seguitelo… camminate sui suoi passi, ascoltatelo, lasciatevi dire da lui come si fa a vivere… Lui vi libererà dal male: e allora sarete davvero liberi, salvi”.
L’evangelista che oggi ci ha raccontato queste cose è lo stesso che ha scritto anche l’ultimo libro della Bibbia: l’Apocalisse. E proprio in quel libro afferma che Dio un giorno gli ha concesso di sbirciare dentro il suo cielo e di raccontarci quello che ha visto: una moltitudine immensa di persone che hanno vinto il grande Male che c’era nel mondo… non perché erano forti o eroi, ma perché hanno seguito Gesù, l’Agnello… e glielo dicono, cantando come in un coro: è grazie a te che siamo salvi! Grazie a te!
Quell’Agnello infatti si è lasciato schiacciare dal peso del male che c’è nel mondo… ma è in tal modo che l'ha vinto. Ed è risorto. Ed è vivo per sempre. Quale conclusione ne traiamo oggi?
Che la nostra partecipazione all’Eucaristia della Domenica sia la prova che anche noi seguiamo l’Agnello Gesù, e cerchiamo di seguirlo per davvero – nonostante i nostri limiti e difetti – e non tanto a parole ma nei fatti, cioè nella nostra vita d'ogni giorno.
Le Letture Bibliche: Isaia 49,3.5-6; 1Corinzi 1,1-3; Vangelo di 1,29-34
Quando si arriva al fine-settimana, capita di guardarsi indietro per vedere quello che è accaduto a partire dal lunedì… Ho osservato che non c’è neanche una settimana che ci riservi solo belle notizie (ci sono anche quelle, sia chiaro, ma sapete che le cose buone, positive, belle, quasi sempre non fanno notizia… e allora finisce che si rischia di vedere solo quelle brutte!).
Ma quelle brutte, purtroppo, ci sono… eccome! Anche in questa settimana… Scandali e beghe in politica… persone barbaramente trucidate da qualcuno che improvvisamente impazzisce…per non dire di quegli orrori accaduti in zone calde del Medio Oriente come l’Iran… E poi, lo sappiamo, ci sono brutture, violenze, soprusi che capitano anche vicino a noi o addirittura tra noi, e che non finiscono mai sui giornali… "Meglio parlare solo delle cose belle, dirà qualcuno; anzi, quando veniamo alla messa della Domenica, vogliamo sentir parlare solo di cose belle, perché di quelle brutte se ne parla già fin troppo fuori dalla chiesa"…
Capisco questo modo di pensare, ma lo condivido solo fino a un certo punto… Perché se il parlare delle cose belle vuol dire chiudere gli occhi su quelle brutte, o far finta che non ci siano, allora no: non sono d’accordo. Sono gli struzzi quelli che di fronte al pericolo mettono la testa sotto la sabbia per non vederlo. La fede in Gesù Cristo (quella per cui ci chiamiamo “cristiani”) non ci porta a chiudere gli occhi sul male, sul negativo, sui limiti e le brutture di questo mondo: ce li fa tenere aperti invece gli occhi, e ci dice… cosa possiamo fare noi per non essere travolti da quel male, anzi, per neutralizzarlo se possibile.
E’ come un medico Gesù Cristo. Anzi, lui stesso si è paragonato a un medico. Immaginate una persona che ha una malattia piuttosto seria: va dal suo dottore, si fa visitare, e quello le dice: “Oh, non è niente, sta’ tranquillo… Ti prescrivo questa medicina e vedrai che tutto si risolve!”. Quella persona lì per lì se ne va tranquilla, e magari dice anche. “Che bravo quel medico!”. Ma poi s’accorge che, via via che passano i giorni, peggiora invece di guarire… Ma allora… è stato davvero bravo quel medico? Onesto? No, per niente.
Gesù Cristo è un medico che dice al malato: “Guarda che la tua malattia è seria, è grave… tuttavia, tu puoi guarire!”. Quel malato è ogni uomo e ogni donna, è ognuno di noi, fratelli… Sì, sull’onda della cultura di oggi, siamo portati a pensare che se non abbiamo la febbre, né la tosse, né il raffreddore, stiamo davvero bene. Ma avete mai notato che i grandi criminali di questo mondo non hanno affatto la febbre, e neanche la tosse o il raffreddore? Anzi: stanno benissimo di salute! Ma allora, qual è la conclusione che dobbiamo trarre? Ci sono dei mali più profondi, più micidiali di quelli che si curano con le medicine o all’ospedale; anzi, qui non ci sono né medicine né ospedali che li possano guarire.
Il vangelo – con il suo linguaggio collaudato da 2000 anni di storia – questo male profondo lo chiama così: “peccato del mondo”. Perché del mondo? Perché poco o tanto ci prende tutti quanti, e tutti quanti collaboriamo a farlo più pesante, più minaccioso, più velenoso… Certuni al giorno d’oggi non sono d’accordo ed esclamano: “Eh, via! non siamo più nel Medio Evo! Smettete di fare certi discorsi, come parlare di peccato! Siamo nell’epoca moderna ormai!”. Tuttavia, chi la pensa così dovrebbe spiegarci come mai, nonostante il progresso, la cultura, la psicologia, il benessere, la buona educazione e altro ancora… come mai il male (nelle sue tipiche forme di cattiveria, odio, sopruso, violenza) non è ancora sparito dalla faccia della terra, anzi… Si è aggiornato, si è fatto più arrogante! Come mai?
“Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!”. Gesù si presenta così, anzi, è Giovanni Battista che lo presenta così, all’umanità di allora e di oggi: Ecco l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!
Qualcuno potrebbe obiettare: Sì, ma sono 2000 anni che si è presentato Gesù Cristo: come mai il male c’è ancora (e potente!)? Perché Dio non l’ha ancora eliminato del tutto? Quanto ci vuole?
Fratelli, faccio notare che Gesù si presenta come agnello, non come lupo, e neanche come bomba atomica… Come agnello. Perché agnello? Perché Dio ha scelto la via della convinzione per salvare questo mondo, non quella della costrizione. Ha scelto di guarirci dal male profondo che tutto avvelena, non di distruggerci insieme a quel male. Sì, Dio vince la potenza del male, ma caricandoselo sulle spalle… e morendoci sotto. Ecco come fa l’Agnello di Dio a togliere il peccato dal mondo!
La fede cristiana parla di redenzione, liberazione dal male, salvezza… ma non sono interventi “a pioggia”. Chi vuole prova cosa vuol dire redenzione, liberazione, salvezza, cioè: chi accetta di seguire Gesù, l’Agnello. Dopo essere nato a Betlemme (l’abbiamo ricordato a Natale), dopo che è vissuto e diventato adulto a Nazaret, adesso si presenta sulla scena del mondo: “Eccolo!” dice Giovanni Battista. Ed è come se dicesse: “Seguitelo… camminate sui suoi passi, ascoltatelo, lasciatevi dire da lui come si fa a vivere… Lui vi libererà dal male: e allora sarete davvero liberi, salvi”.
L’evangelista che oggi ci ha raccontato queste cose è lo stesso che ha scritto anche l’ultimo libro della Bibbia: l’Apocalisse. E proprio in quel libro afferma che Dio un giorno gli ha concesso di sbirciare dentro il suo cielo e di raccontarci quello che ha visto: una moltitudine immensa di persone che hanno vinto il grande Male che c’era nel mondo… non perché erano forti o eroi, ma perché hanno seguito Gesù, l’Agnello… e glielo dicono, cantando come in un coro: è grazie a te che siamo salvi! Grazie a te!
Quell’Agnello infatti si è lasciato schiacciare dal peso del male che c’è nel mondo… ma è in tal modo che l'ha vinto. Ed è risorto. Ed è vivo per sempre. Quale conclusione ne traiamo oggi?
Che la nostra partecipazione all’Eucaristia della Domenica sia la prova che anche noi seguiamo l’Agnello Gesù, e cerchiamo di seguirlo per davvero – nonostante i nostri limiti e difetti – e non tanto a parole ma nei fatti, cioè nella nostra vita d'ogni giorno.
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N A T A L E
Domenica 11 Gennaio - Battesimo del Signore
Le Letture Bibliche: Isaia 42,1-4.6-7; Atti degli Apostoli 10,34-38; Matteo 3,13-17
Anche se al giorno d’oggi sono più frequenti i funerali (e lì non occorre dare tante spiegazioni), capita ancora di celebrare ogni tanto un Battesimo, e visto che non solo in città ma anche nei paesi ci sono persone di altre culture o religioni, potrebbe accadere che qualcuna di loro un giorno ci domandi: cosa significa Battesimo? Che cos’è? “E’ quello che si fa per diventare cristiani…” potreste rispondere. Beh, è già qualcosa poter dire così, ma non vi pare che sarebbe meglio conoscere il senso giusto di certe parole, soprattutto se sono importanti?
“Battesimo” vuol dire “immersione”, ecco cosa significa la parola Battesimo. Immersione nell’acqua, ovviamente, magari gettandosi dal trampolino di una piscina. Gesù è entrato nell’acqua di un fiume, con tanta altra gente che vi si immergeva come lui, su invito di Giovanni Battista. Noi per fare il Battesimo ci limitiamo a versare un po’ d’acqua sul capo… ma in certe Chiese cristiane - come quelle orientali ad esempio - si battezza sempre per immersione.
A voler essere esatti però, non è questa la vera immersione che ha provato Gesù: è un’altra, d’altro genere. Per questa si fa presto: si entra nell’acqua e poi si esce (un po’ come quei turisti che presumono di conoscere la cultura di un paese solo perché ci sono stati qualche giorno in vacanza…). No, Gesù ha provato un’altra immersione, che è durata tutta la sua vita; anzi, ad essere precisi, non è ancora finita. Ricordate il bell’annuncio del Natale? “Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”. Solo che al posto di “abitare” il Vangelo usa un’altra espressione: “ha piantato la sua tenda in mezzo a noi…”. “Tenda” notate bene, non però quella di campeggiatori o turisti che l’adoperano per qualche giorno, ma una tenda comne quelle di chi vive nel deserto e che è la sua abitazione per tutta la vita: una dimora sempre provvisoria, comunque, perché nel deserto si è nomadi, ci si sposta in continuazione. Dio ha cominciato la sua storia in questo mondo con dei nomadi: Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè… perché mai? perché la vita è cammino, si dice; vivere è cambiare in continuazione. E Dio vuol stare al passo con noi che viviamo in questo mondo… perciò preferisce la tenda alla costruzione di mura… “Il Verbo, il Figlio di Dio, si è fatto carne e ha piantato la sua tenda in mezzo a noi, per stare al passo con noi”. Stare al passo nel senso di vivere, cioè provare tutto ciò che proviamo noi; in altre parole: è nella nostra esperienza umana che si è immerso Gesù. Ha condiviso i passaggi abituali di questa nostra avventura che è la vita; sì, è già adulto quando arriva al fiume Giordano, ma questo vuol dire che prima era stato bambino, poi ragazzo, poi adolescente, giovane… Questo vuol dire che ha imparato a correre e a giocare con gli altri ragazzi per le strade e per le colline di Nazaret, ma ha anche imparato il mestiere di carpentiere da Giuseppe…Ha provato l’ebbrezza del far festa con gli amici e anche la monotonia del riprendere a lavorare dopo la festa; ha avuto i suoi momenti di entusiasmo e anche quelli di monotonia, ha sperimentato il bello e il meno bello della vita come tutti…
E’ chiaro allora fratelli il senso della parola immersione, cioè Battesimo? E’ qui per condividere tutto ciò che è nostro. Ma… proprio tutto? “Tranne il peccato” dice la tradizione cristiana: questo vuol dire che la sua esperienza del peccato non è fatta di trasgressore, di colpa – come per noi: noi il peccato lo conosciamo perché lo facciamo; lui lo conosce perché lo porta su di sé, ne paga il prezzo, e - per toglierlo di mezzo - ci muore sotto. Immergendosi nell’acqua del Giordano insieme a tutta quella gente è come se dicesse: prendo tutto ciò che è vostro, lo faccio mio senza eccezioni e senza sconti.
La sua missione la compie così Gesù. Porterà la buona notizia di Dio – che è vicino e costruisce il suo Regno tra noi – entrando nelle case della gente, camminando per le strade come tutti, passando in riva al lago, fermandosi nelle sinagoghe e in tutti gli spazi aperti dove la gente si raduna… e lo farà in tutta semplicità; sarà mite invece che arrogante, rispettoso verso ogni persona, comprensivo e compassionevole verso ogni debolezza.
Un metodo strano questo, se pensate che a quei tempi i portavoce dei potenti erano soliti gridare e ricorrevano anche alla violenza per farsi obbedire da tutti… Gesù, l’inviato di Dio, no: “Il mio servo – (dice oggi nella prima lettura) – non griderà né alzerà il tono… non spezzerà una canna che è già incrinata… non spegnerà la fiammella di uno stoppino che sta languendo…”. Semplicità e mitezza: ecco gli atteggiamenti del Verbo fatto carne che ha piantato la sua tenda tra noi. Non è affatto debolezza o mancanza di coraggio la sua; se si comporta così è perché lo sa: la sua bontà, il suo amore disarmante e disarmato l’avranno vinta su qualsiasi ostacolo.
E noi tutti – noi che per il Battesimo siamo diventati figli di Dio e quindi suoi fratelli – penso che sia su queste orme che è bene che camminiamo; è questa strada aperta da lui che siamo invitati a percorrere. Mitezza, semplicità, bontà, tolleranza, comprensione… qualcuno dirà: ma sì, le solite cose che dite da 2000 anni voi preti! No, fratelli, affatto: oggi queste sono cose nuove; vere e autentiche novità. Guardatevi attorno, toccate un po’ il polso della cultura di oggi, dei rapporti sociali, dell’opinione pubblica…Quanti hanno la sensazione di correre rischi, di essere assediati: da una crisi che porta con se non pochi problemi, da culture diverse che si vanno diffondendo, da una criminalità diffusa… e la reazione abituale qual è? L’intolleranza, che non si fa riguardo di ricorrere a metodi violenti e discriminatori. Torna frequente l’espressione che risuonava negli anni oscuri del secolo appena passato: “tolleranza-zero”!
Ebbene, lo stile del Servo, adottato da Gesù – fatto di mitezza, bontà e comprensione - non trovate che vada contro-corrente e sia ancora nuovo dopo 2000 anni?
E allora oggi, oltre che rinnovare la nostra adesione a questo Messia che è Gesù Cristo, chiediamo a Dio di aiutarci davvero, perché possiamo essere coerenti – nella mentalità e nei comportamenti – con quella dignità di figli suoi che proprio nel Battesimo abbiamo ricevuto in dono.
Forti nella mitezza, coraggiosi nella bontà, perseveranti nella comprensione: in tal modo il Cristianesimo sarà anche ai nostri giorni un'autentica novità.
Le Letture Bibliche: Isaia 42,1-4.6-7; Atti degli Apostoli 10,34-38; Matteo 3,13-17
Anche se al giorno d’oggi sono più frequenti i funerali (e lì non occorre dare tante spiegazioni), capita ancora di celebrare ogni tanto un Battesimo, e visto che non solo in città ma anche nei paesi ci sono persone di altre culture o religioni, potrebbe accadere che qualcuna di loro un giorno ci domandi: cosa significa Battesimo? Che cos’è? “E’ quello che si fa per diventare cristiani…” potreste rispondere. Beh, è già qualcosa poter dire così, ma non vi pare che sarebbe meglio conoscere il senso giusto di certe parole, soprattutto se sono importanti?
“Battesimo” vuol dire “immersione”, ecco cosa significa la parola Battesimo. Immersione nell’acqua, ovviamente, magari gettandosi dal trampolino di una piscina. Gesù è entrato nell’acqua di un fiume, con tanta altra gente che vi si immergeva come lui, su invito di Giovanni Battista. Noi per fare il Battesimo ci limitiamo a versare un po’ d’acqua sul capo… ma in certe Chiese cristiane - come quelle orientali ad esempio - si battezza sempre per immersione.
A voler essere esatti però, non è questa la vera immersione che ha provato Gesù: è un’altra, d’altro genere. Per questa si fa presto: si entra nell’acqua e poi si esce (un po’ come quei turisti che presumono di conoscere la cultura di un paese solo perché ci sono stati qualche giorno in vacanza…). No, Gesù ha provato un’altra immersione, che è durata tutta la sua vita; anzi, ad essere precisi, non è ancora finita. Ricordate il bell’annuncio del Natale? “Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”. Solo che al posto di “abitare” il Vangelo usa un’altra espressione: “ha piantato la sua tenda in mezzo a noi…”. “Tenda” notate bene, non però quella di campeggiatori o turisti che l’adoperano per qualche giorno, ma una tenda comne quelle di chi vive nel deserto e che è la sua abitazione per tutta la vita: una dimora sempre provvisoria, comunque, perché nel deserto si è nomadi, ci si sposta in continuazione. Dio ha cominciato la sua storia in questo mondo con dei nomadi: Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè… perché mai? perché la vita è cammino, si dice; vivere è cambiare in continuazione. E Dio vuol stare al passo con noi che viviamo in questo mondo… perciò preferisce la tenda alla costruzione di mura… “Il Verbo, il Figlio di Dio, si è fatto carne e ha piantato la sua tenda in mezzo a noi, per stare al passo con noi”. Stare al passo nel senso di vivere, cioè provare tutto ciò che proviamo noi; in altre parole: è nella nostra esperienza umana che si è immerso Gesù. Ha condiviso i passaggi abituali di questa nostra avventura che è la vita; sì, è già adulto quando arriva al fiume Giordano, ma questo vuol dire che prima era stato bambino, poi ragazzo, poi adolescente, giovane… Questo vuol dire che ha imparato a correre e a giocare con gli altri ragazzi per le strade e per le colline di Nazaret, ma ha anche imparato il mestiere di carpentiere da Giuseppe…Ha provato l’ebbrezza del far festa con gli amici e anche la monotonia del riprendere a lavorare dopo la festa; ha avuto i suoi momenti di entusiasmo e anche quelli di monotonia, ha sperimentato il bello e il meno bello della vita come tutti…
E’ chiaro allora fratelli il senso della parola immersione, cioè Battesimo? E’ qui per condividere tutto ciò che è nostro. Ma… proprio tutto? “Tranne il peccato” dice la tradizione cristiana: questo vuol dire che la sua esperienza del peccato non è fatta di trasgressore, di colpa – come per noi: noi il peccato lo conosciamo perché lo facciamo; lui lo conosce perché lo porta su di sé, ne paga il prezzo, e - per toglierlo di mezzo - ci muore sotto. Immergendosi nell’acqua del Giordano insieme a tutta quella gente è come se dicesse: prendo tutto ciò che è vostro, lo faccio mio senza eccezioni e senza sconti.
La sua missione la compie così Gesù. Porterà la buona notizia di Dio – che è vicino e costruisce il suo Regno tra noi – entrando nelle case della gente, camminando per le strade come tutti, passando in riva al lago, fermandosi nelle sinagoghe e in tutti gli spazi aperti dove la gente si raduna… e lo farà in tutta semplicità; sarà mite invece che arrogante, rispettoso verso ogni persona, comprensivo e compassionevole verso ogni debolezza.
Un metodo strano questo, se pensate che a quei tempi i portavoce dei potenti erano soliti gridare e ricorrevano anche alla violenza per farsi obbedire da tutti… Gesù, l’inviato di Dio, no: “Il mio servo – (dice oggi nella prima lettura) – non griderà né alzerà il tono… non spezzerà una canna che è già incrinata… non spegnerà la fiammella di uno stoppino che sta languendo…”. Semplicità e mitezza: ecco gli atteggiamenti del Verbo fatto carne che ha piantato la sua tenda tra noi. Non è affatto debolezza o mancanza di coraggio la sua; se si comporta così è perché lo sa: la sua bontà, il suo amore disarmante e disarmato l’avranno vinta su qualsiasi ostacolo.
E noi tutti – noi che per il Battesimo siamo diventati figli di Dio e quindi suoi fratelli – penso che sia su queste orme che è bene che camminiamo; è questa strada aperta da lui che siamo invitati a percorrere. Mitezza, semplicità, bontà, tolleranza, comprensione… qualcuno dirà: ma sì, le solite cose che dite da 2000 anni voi preti! No, fratelli, affatto: oggi queste sono cose nuove; vere e autentiche novità. Guardatevi attorno, toccate un po’ il polso della cultura di oggi, dei rapporti sociali, dell’opinione pubblica…Quanti hanno la sensazione di correre rischi, di essere assediati: da una crisi che porta con se non pochi problemi, da culture diverse che si vanno diffondendo, da una criminalità diffusa… e la reazione abituale qual è? L’intolleranza, che non si fa riguardo di ricorrere a metodi violenti e discriminatori. Torna frequente l’espressione che risuonava negli anni oscuri del secolo appena passato: “tolleranza-zero”!
Ebbene, lo stile del Servo, adottato da Gesù – fatto di mitezza, bontà e comprensione - non trovate che vada contro-corrente e sia ancora nuovo dopo 2000 anni?
E allora oggi, oltre che rinnovare la nostra adesione a questo Messia che è Gesù Cristo, chiediamo a Dio di aiutarci davvero, perché possiamo essere coerenti – nella mentalità e nei comportamenti – con quella dignità di figli suoi che proprio nel Battesimo abbiamo ricevuto in dono.
Forti nella mitezza, coraggiosi nella bontà, perseveranti nella comprensione: in tal modo il Cristianesimo sarà anche ai nostri giorni un'autentica novità.
Martedì 6 Gennaio - Epifania del Signore
Le Letture Bibliche: Isaia 60,1-6; Efesini 3,2-3a,5-6; Matteo 2,1-12
Per svolgere un mestiere, esercitare una professione, occorre essere competenti. Ogni tanto si sente di qualcuno che si spaccia per medico senza esserlo: non appena lo scoprono, va in grane … Vale anche per la nostra qualifica di cristiani. I giorni scorsi ci è stato detto (da Dio! erano parole sue…) che noi siamo suoi figli: un’identità, una dignità che non ci saremmo mai aspettati… Esser ricchi o nobili è niente di fronte a questo. Però è come con il mestiere, con la professione: quel Gesù Cristo nel quale diciamo di credere, ci si aspetta che noi lo conosciamo, che ne siamo testimoni credibili. Tra il dire e il fare però anche qui c’è di mezzo il mare. E cos’è che dovremmo testimoniare noi? Ecco, questa festa dell’Epifania risponde alla domanda: i Magi. Hanno qualcosa da dirci a ‘sto proposito.
Vengono dall’Oriente. Quell’Oriente che è la culla della civiltà. E civiltà vuol dire che lì la gente non si è adagiata su se stessa, ma si è mossa in ricerca. Sarà per questo che anche i Magi vengono dall’Oriente? Quanto sarà stato lungo il loro viaggio? Il vangelo non lo dice. Ma è ovvio pensare che senz’altro è costato tempo e impegno notevole; non solo, possiamo immaginare anche le titubanze e le perplessità di quegli individui: chissà quante volte si saranno chiesti se era ragionevole o se invece non era da sprovveduti affidarsi alla guida di una stella...
Una cosa è certa comunque: questi cercatori, calamitati da quella stella, non conoscevano la pigrizia. "Neanche noi – direte. A cominciare dal mattino quando bisogna alzarsi…". Quella che i Magi non conoscevano, però, era un altro genere di pigrizia: spirituale. Cercavano qualcosa – o qualcuno – che non aveva nulla a che vedere con l’interesse immediato: non c’entrava col lavoro, né con lo stipendio, né con gli impegni presi. Se oggi la nostra testimonianza di cristiani lascia un po’ a desiderare, probabilmente è perché siamo diligenti e accorti in tutto, tranne che nelle “cose dello spirito”, che poi altro non sono che i più vitali interessi della nostra esistenza. Pigrizia spirituale. I Magi non la conoscevano. Già questo fa di loro dei testimoni seri, credibili.
A Gerusalemme, però, hanno la prima sorpresa: la stella li ha guidati là, ma la gente di quella città non è interessata a ciò che loro cercano… Ci sono però esperti delle antiche profezie: sanno per filo e per segno che il Messia dovrebbe nascere a Betlemme, lì vicino, ma nessuno di loro si muove per andarlo a vedere. Ecco un altro sintomo di quella pigrizia spirituale di cui dicevo. Ma torniamo a noi.
Pensate un po’: c’è mai stata un’epoca così ricca di scoperte, di specializzazioni, di competenze qul è la nostra? Quanta gente esperta in questo, in quello o in quell’altro campo: ma che ce ne facciamo di una vita stracolma di competenze e di specializzazioni se poi non sappiamo più il motivo per cui siamo al mondo? Certo, al giorno d’oggi non è normale porsi certe domande, perché quando c’è il frigorifero pieno e la carta di credito, basta: "cos’altro pretendi dalla vita?". Beh, se si ragiona così, è ovvio che il compito di testimoni, tipico di noi cristiani, lascia molto a desiderare…
Che differenza tra i Magi, cercatori del senso della vita, e la gente di Gerusalemme – città santa - che non cerca più niente! Ma che credenti sono costoro che si lasciano oltrepassare dagli stranieri, dai pagani? Sì, credenti… ma imbalsamati e rinsecchiti: non c'è fede in loro, c’è solo una patina religiosa, per cui non cercano, non camminano più. Credono di sapere tutto perchè l'hanno imparato una volta, ma … è un sapere che non dà sapore, non cambia la vita. E a che serve il sapere che non dà sapore ?
Fratelli, c’è comunque un dato di fatto che è sotto gli occhi di tutti: al giorno d’oggi abbondano le famiglie di genitori credenti, con figli che non passano più la porta della chiesa: come mai? Perché mai questo stacco – o questo abisso - tra la fede degli anziani o degli adulti, e l’indifferenza di molti giovani? I motivi saranno diversi, certamente: c’entra la cultura di oggi con i suoi ideali di cartapesta, c’entra la Chiesa con le sue incoerenze, c’entra anche l’immaturità e la leggerezza dei giovani stessi… ma non pensate che c’entri anche la scarsa testimonianza, l'esempio non troppo buono che noi adulti o anziani abbiamo dato? Proveniamo tutti da un passato che se non era di povertà, certo era di condizioni modeste… Quando si è aperto uno spiraglio di benessere… eh, siamo stati tutti molto diligenti ad approfittarne: abbiamo cambiato in meglio le nostre condizioni economiche, fatte più belle le nostre case, mandato i figli a studiare… ma le cose dello spirito… eh, quelle son rimaste tali e quali, anzi, nel frattempo si sono impolverate, rinsecchite… Un ambito che è rimasto indietro insomma, e oggi – alle giovani generazioni – appare come un vestito passato di moda da un pezzo… Lo si potrà indossare a Carnevale, o in certe parate folkloristiche, ma fuori di lì…no, assolutamente. Ecco, una Fede ridotta a vecchio rimasuglio da soffitta a chi volete che interessi?
Ma torniamo ai Magi e alla gente di Gerusalemme che sapeva tutto sul Messia, ma non ha mosso un dito quando è arrivato… Testimoniare la Fede non è dare risposte già pronte, ma contagiare altri con l’inquietudine della ricerca, cioè camminare e cercare insieme; con la certezza che qui “chi cerca trova”, perché la stella non sbaglia: Dio è davvero in mezzo a noi. Testimoniare la Fede è accettare di non essere mai arrivati; ripartire sempre, con la fiducia di trovare ancora: di meglio, e di più. “Quando si cerca Dio, ormai lo si trova sempre – afferma S.Agostino – ma lo si trova per cercarlo ancora e ancora…”.
Se la Fede è questo, allora non è possibile che le nuove generazioni siano insensibili, perché questa testimonianza è contagiosa. Contagiosa perché preziosa. Infatti qui c’è un prezzo da pagare. Oro, incenso e mirra offrono i Magi. Doni simbolici: vediamone il significato.
L’oro è ciò che ha maggior valore: rappresenta la nostra dignità di figli di Dio. Cosa di più prezioso di questa? Ecco perché con Dio val la pena impegnarsi in maniera vitale, senza sconti e condizioni.
L’incenso è simbolo della preghiera, quell’atteggiamento familiare a chi si sente creatura amata da Dio (chi invece si sente “padreterno” non prega mai).
La mirra dal canto suo ha a che vedere con la morte, o meglio, con la vita donata per amore, in una fedeltà quotidiana, ininterrotta, gratuita.
Ecco come si cerca davvero Dio, fratelli. I Magi sono testimoni perché non hanno portato solo cose al Signore; hanno portato se stessi Una testimonianza così è credibile, è contagiosa.
E lo sarà sempre.
Le Letture Bibliche: Isaia 60,1-6; Efesini 3,2-3a,5-6; Matteo 2,1-12
Per svolgere un mestiere, esercitare una professione, occorre essere competenti. Ogni tanto si sente di qualcuno che si spaccia per medico senza esserlo: non appena lo scoprono, va in grane … Vale anche per la nostra qualifica di cristiani. I giorni scorsi ci è stato detto (da Dio! erano parole sue…) che noi siamo suoi figli: un’identità, una dignità che non ci saremmo mai aspettati… Esser ricchi o nobili è niente di fronte a questo. Però è come con il mestiere, con la professione: quel Gesù Cristo nel quale diciamo di credere, ci si aspetta che noi lo conosciamo, che ne siamo testimoni credibili. Tra il dire e il fare però anche qui c’è di mezzo il mare. E cos’è che dovremmo testimoniare noi? Ecco, questa festa dell’Epifania risponde alla domanda: i Magi. Hanno qualcosa da dirci a ‘sto proposito.
Vengono dall’Oriente. Quell’Oriente che è la culla della civiltà. E civiltà vuol dire che lì la gente non si è adagiata su se stessa, ma si è mossa in ricerca. Sarà per questo che anche i Magi vengono dall’Oriente? Quanto sarà stato lungo il loro viaggio? Il vangelo non lo dice. Ma è ovvio pensare che senz’altro è costato tempo e impegno notevole; non solo, possiamo immaginare anche le titubanze e le perplessità di quegli individui: chissà quante volte si saranno chiesti se era ragionevole o se invece non era da sprovveduti affidarsi alla guida di una stella...
Una cosa è certa comunque: questi cercatori, calamitati da quella stella, non conoscevano la pigrizia. "Neanche noi – direte. A cominciare dal mattino quando bisogna alzarsi…". Quella che i Magi non conoscevano, però, era un altro genere di pigrizia: spirituale. Cercavano qualcosa – o qualcuno – che non aveva nulla a che vedere con l’interesse immediato: non c’entrava col lavoro, né con lo stipendio, né con gli impegni presi. Se oggi la nostra testimonianza di cristiani lascia un po’ a desiderare, probabilmente è perché siamo diligenti e accorti in tutto, tranne che nelle “cose dello spirito”, che poi altro non sono che i più vitali interessi della nostra esistenza. Pigrizia spirituale. I Magi non la conoscevano. Già questo fa di loro dei testimoni seri, credibili.
A Gerusalemme, però, hanno la prima sorpresa: la stella li ha guidati là, ma la gente di quella città non è interessata a ciò che loro cercano… Ci sono però esperti delle antiche profezie: sanno per filo e per segno che il Messia dovrebbe nascere a Betlemme, lì vicino, ma nessuno di loro si muove per andarlo a vedere. Ecco un altro sintomo di quella pigrizia spirituale di cui dicevo. Ma torniamo a noi.
Pensate un po’: c’è mai stata un’epoca così ricca di scoperte, di specializzazioni, di competenze qul è la nostra? Quanta gente esperta in questo, in quello o in quell’altro campo: ma che ce ne facciamo di una vita stracolma di competenze e di specializzazioni se poi non sappiamo più il motivo per cui siamo al mondo? Certo, al giorno d’oggi non è normale porsi certe domande, perché quando c’è il frigorifero pieno e la carta di credito, basta: "cos’altro pretendi dalla vita?". Beh, se si ragiona così, è ovvio che il compito di testimoni, tipico di noi cristiani, lascia molto a desiderare…
Che differenza tra i Magi, cercatori del senso della vita, e la gente di Gerusalemme – città santa - che non cerca più niente! Ma che credenti sono costoro che si lasciano oltrepassare dagli stranieri, dai pagani? Sì, credenti… ma imbalsamati e rinsecchiti: non c'è fede in loro, c’è solo una patina religiosa, per cui non cercano, non camminano più. Credono di sapere tutto perchè l'hanno imparato una volta, ma … è un sapere che non dà sapore, non cambia la vita. E a che serve il sapere che non dà sapore ?
Fratelli, c’è comunque un dato di fatto che è sotto gli occhi di tutti: al giorno d’oggi abbondano le famiglie di genitori credenti, con figli che non passano più la porta della chiesa: come mai? Perché mai questo stacco – o questo abisso - tra la fede degli anziani o degli adulti, e l’indifferenza di molti giovani? I motivi saranno diversi, certamente: c’entra la cultura di oggi con i suoi ideali di cartapesta, c’entra la Chiesa con le sue incoerenze, c’entra anche l’immaturità e la leggerezza dei giovani stessi… ma non pensate che c’entri anche la scarsa testimonianza, l'esempio non troppo buono che noi adulti o anziani abbiamo dato? Proveniamo tutti da un passato che se non era di povertà, certo era di condizioni modeste… Quando si è aperto uno spiraglio di benessere… eh, siamo stati tutti molto diligenti ad approfittarne: abbiamo cambiato in meglio le nostre condizioni economiche, fatte più belle le nostre case, mandato i figli a studiare… ma le cose dello spirito… eh, quelle son rimaste tali e quali, anzi, nel frattempo si sono impolverate, rinsecchite… Un ambito che è rimasto indietro insomma, e oggi – alle giovani generazioni – appare come un vestito passato di moda da un pezzo… Lo si potrà indossare a Carnevale, o in certe parate folkloristiche, ma fuori di lì…no, assolutamente. Ecco, una Fede ridotta a vecchio rimasuglio da soffitta a chi volete che interessi?
Ma torniamo ai Magi e alla gente di Gerusalemme che sapeva tutto sul Messia, ma non ha mosso un dito quando è arrivato… Testimoniare la Fede non è dare risposte già pronte, ma contagiare altri con l’inquietudine della ricerca, cioè camminare e cercare insieme; con la certezza che qui “chi cerca trova”, perché la stella non sbaglia: Dio è davvero in mezzo a noi. Testimoniare la Fede è accettare di non essere mai arrivati; ripartire sempre, con la fiducia di trovare ancora: di meglio, e di più. “Quando si cerca Dio, ormai lo si trova sempre – afferma S.Agostino – ma lo si trova per cercarlo ancora e ancora…”.
Se la Fede è questo, allora non è possibile che le nuove generazioni siano insensibili, perché questa testimonianza è contagiosa. Contagiosa perché preziosa. Infatti qui c’è un prezzo da pagare. Oro, incenso e mirra offrono i Magi. Doni simbolici: vediamone il significato.
L’oro è ciò che ha maggior valore: rappresenta la nostra dignità di figli di Dio. Cosa di più prezioso di questa? Ecco perché con Dio val la pena impegnarsi in maniera vitale, senza sconti e condizioni.
L’incenso è simbolo della preghiera, quell’atteggiamento familiare a chi si sente creatura amata da Dio (chi invece si sente “padreterno” non prega mai).
La mirra dal canto suo ha a che vedere con la morte, o meglio, con la vita donata per amore, in una fedeltà quotidiana, ininterrotta, gratuita.
Ecco come si cerca davvero Dio, fratelli. I Magi sono testimoni perché non hanno portato solo cose al Signore; hanno portato se stessi Una testimonianza così è credibile, è contagiosa.
E lo sarà sempre.
Domenica 4 Gennaio - Seconda dopo Natale
Le Letture Bibliche: Siracide 24,1-4.12-16; Efesini 1,3-6.15-18; Giovanni 1,1-18
Per la maggior parte delle persone sarà più importante la notte di Natale o quella dell’ultimo dell’anno? Certo è che i giorni festivi sovrabbondano in questo periodo, tanto che si parla di “Feste”… le Feste… e chi non ha molta familiarità con la dimensione religiosa è ovvio che debba cercarne un’altra per festeggiare: e allora capita frequentemente di eccedere: nel mangiare, nel bere, nel far botti la notte di san Silvestro, nel divertirsi insomma… E gli eccessi sono come dei segnali, dei sintomi che rivelano l’immaturità delle persone … (Beh, fin che a eccedere sono i giovani, bisogna anche capire: certo estremismo nei comportamenti è legato all’età). Ma quando sono gli adulti a eccedere, ad andare oltre certi limiti, allora il sintomo è preoccupante: vuol dire che quelle persone – se pure adulte e apparentemente mature – non sanno il motivo per cui sono al mondo; non hanno trovato il senso della loro vita: un senso affidabile, intendo, che dia carica, ebbrezza sempre, non che viene meno col finire delle Feste o col passare degli anni. Un senso che resiste e dura non l’hanno trovato. E allora – per forza – devono cercare un po’ di ebbrezza in altre direzioni: ecco il motivo di quegli eccessi di cui dicevo… Oh, in questo si va ben oltre le Feste di Natale! Eccedere diventa la norma: si eccede nell’ansia di avere di tutto e di più, nel cercare svaghi e diversivi in tutte le direzioni (soprattuto in quelle più costose, più strampalate, anche più pericolose)… Perché, per vivere, per andare avanti, ci vuole carica, ci vuole ebbrezza: è questo il carburante che fa camminare; e chi non ne ha una buona riserva in sè, deve pur cercare di riempirsi con qualcosa!
Quando gli individui – uomini o donne – si lasciano portare a certi eccessi, vuol dire che hanno una scarsa stima di loro stessi e un’altrettanto scarsa considerazione per tutto ciò che sta attorno. Pensano – in altre parole – che tutto sia frutto del caso: la loro vita, gli altri accanto a loro, il mondo con le sue bellezze e le sue brutture… tutto frutto del caso. “Ci sei? È un caso. Stai bene? Stai male? Guarisci… oppure muori? E’ il caso…oppure il destino, che è come dire: è così e basta, non c’è una spiegazione, è inutile cercarla”. Io trovo che è angosciante pensare così! E’ come vivere al buio, brancolando, con il rischio che prima o poi manchi il terreno sotto i piedi e si piombi nel vuoto! Ma siccome nell’angoscia non si può vivere, allora si cerca di distrarsi in tutti modi: ma devono essere distrazioni forti, a dosi molto elevate! Eccessi, appunto.
E cosa c’entra questo con il Natale, con il presepio, con tutte le Feste che in questi giorni andiamo celebrando? Natale – con tutto ciò che significa Natale – è la possibilità di sfuggire a questa dilagante mania degli eccessi. Natale, per noi, è la buona notizia che la vita ha un senso più grande della vita stessa e che non occorre cercarlo chissà dove o chissà come, perchè la può riempire fino a farla straripare …
E’ accaduto che “Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo” (altro che frutto del caso la nostra vita!)…e in quel bambino che è Gesù Cristo “ci ha predestinati a essere suoi figli… Perché? perché ha su di noi un disegno d’amore!”. Sono le parole di san Paolo ai cristiani di Efeso, che oggi diventano parole di Dio per noi qui (era la seconda lettura). Parole da portarci nel cuore, fratelli, e da farcele tornare alla mente specie quando ci prende il dubbio che tutto sia senza senso o frutto del caso! “Scelti prima della creazione del mondo… predestinati a essere suoi figli… e tutto ciò per un disegno d’amore!”.
No, noi cristiani non abbiamo bisogno di eccessi: l’ebbrezza, ciò che dà carica alla nostra vita, sta qui, in questa coscienza di essere scelti, predestinati al bello e al bene perché amati: non in modo generico, ma uno per uno, come solo Dio sa fare.
Il vangelo – che già avevamo ascoltato il giorno di Natale – ci ha ribadito la stessa bella notizia, ma è così strepitosa che la Chiesa oggi dice a Giovanni, l’evangelista: raccontacela un’altra volta.
“Il Verbo era presso Dio… il Verbo era Dio…”. E’ un linguaggio altissimo… le parole solite sono recipienti troppo piccoli per quello che Dio ha da dirci: ecco perché ce ne vogliono altre, anche se a noi magari suonano nuove o addirittura strane…
Prima di apparire come un bambino tra noi, quel Figlio esisteva già da sempre presso Dio: “Verbo” lo chiama il vangelo; un nome, una parola, che vuol dire “senso”, “significato”… Riascoltiamo questa espressione: “Tutto è stato fatto per mezzo di lui e niente senza di lui è stato fatto”. Ma se è così, tutto ha un senso: il mondo, le persone, la vita, tutto ciò che mi accade: ha un senso, un buon motivo, un perché plausibile, non è frutto del caso! E vi pare poco poter pensare così?
“In lui era la vita – continua il vangelo - e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta!”. Io ho parlato di “senso della vita”, ma il vangelo non si accontenta di una parola sola; eccone un’altra: luce. La luce permette di vedere tutto e anche di scorgere i colori di ogni cosa. La presenza di Gesù tra noi, anzi, dentro la nostra esistenza, ha questo effetto: rende sensato, direi… rende saporito tutto quello che viviamo! Ciò che è bello, con lui è ancora più bello (ha quel qualcosa in più che è dato dall’amore); ciò che invece comporta fatica, prova, sofferenza, con lui diventa materiale prezioso invece che ridursi a zavorra inutile: ecco l’effetto di quella luce. Ma la cosa più strepitosa è che questo “senso della vita”, questa luce che tutto illumina e impreziosisce, non dobbiamo andarla a cercare chissà dove, perché è con noi, proprio dentro la nostra umanità: “La luce vera, quella che illumina ogni uomo, è venuta nel mondo. Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi”.
Ecco perchè non abbiamo bisogno di cercare altrove quell’ebbrezza o quellaicarica che ci anima ad andare avanti, e tantomeno è necessario eccedere in chissà quali stranezze per trovarla: è tra noi, ha posto la sua dimora in mezzo a noi.
Allora il contenuto più vero di quegli auguri che ci scambiamo durante le Feste è opportuno che sia quello che ci ha fatto oggi San Paolo: “che Dio illumini gli occhi del vostro cuore, e vi faccia comprendere a quale speranza vi ha chiamati”.
Altro che frutto del caso, o vittime di un destino cieco e assurdo! Siamo stati pensati e amati ben da prima che aprissimo gli occhi alla vita! E lo saremo fino all’ultimo giorno della nostra esistenza: quel giorno che – proprio perché siamo pensati e amati da sempre – sorgerà infinitamente più luminoso degli altri e, soprattutto, non conoscerà mai tramonto.
Le Letture Bibliche: Siracide 24,1-4.12-16; Efesini 1,3-6.15-18; Giovanni 1,1-18
Per la maggior parte delle persone sarà più importante la notte di Natale o quella dell’ultimo dell’anno? Certo è che i giorni festivi sovrabbondano in questo periodo, tanto che si parla di “Feste”… le Feste… e chi non ha molta familiarità con la dimensione religiosa è ovvio che debba cercarne un’altra per festeggiare: e allora capita frequentemente di eccedere: nel mangiare, nel bere, nel far botti la notte di san Silvestro, nel divertirsi insomma… E gli eccessi sono come dei segnali, dei sintomi che rivelano l’immaturità delle persone … (Beh, fin che a eccedere sono i giovani, bisogna anche capire: certo estremismo nei comportamenti è legato all’età). Ma quando sono gli adulti a eccedere, ad andare oltre certi limiti, allora il sintomo è preoccupante: vuol dire che quelle persone – se pure adulte e apparentemente mature – non sanno il motivo per cui sono al mondo; non hanno trovato il senso della loro vita: un senso affidabile, intendo, che dia carica, ebbrezza sempre, non che viene meno col finire delle Feste o col passare degli anni. Un senso che resiste e dura non l’hanno trovato. E allora – per forza – devono cercare un po’ di ebbrezza in altre direzioni: ecco il motivo di quegli eccessi di cui dicevo… Oh, in questo si va ben oltre le Feste di Natale! Eccedere diventa la norma: si eccede nell’ansia di avere di tutto e di più, nel cercare svaghi e diversivi in tutte le direzioni (soprattuto in quelle più costose, più strampalate, anche più pericolose)… Perché, per vivere, per andare avanti, ci vuole carica, ci vuole ebbrezza: è questo il carburante che fa camminare; e chi non ne ha una buona riserva in sè, deve pur cercare di riempirsi con qualcosa!
Quando gli individui – uomini o donne – si lasciano portare a certi eccessi, vuol dire che hanno una scarsa stima di loro stessi e un’altrettanto scarsa considerazione per tutto ciò che sta attorno. Pensano – in altre parole – che tutto sia frutto del caso: la loro vita, gli altri accanto a loro, il mondo con le sue bellezze e le sue brutture… tutto frutto del caso. “Ci sei? È un caso. Stai bene? Stai male? Guarisci… oppure muori? E’ il caso…oppure il destino, che è come dire: è così e basta, non c’è una spiegazione, è inutile cercarla”. Io trovo che è angosciante pensare così! E’ come vivere al buio, brancolando, con il rischio che prima o poi manchi il terreno sotto i piedi e si piombi nel vuoto! Ma siccome nell’angoscia non si può vivere, allora si cerca di distrarsi in tutti modi: ma devono essere distrazioni forti, a dosi molto elevate! Eccessi, appunto.
E cosa c’entra questo con il Natale, con il presepio, con tutte le Feste che in questi giorni andiamo celebrando? Natale – con tutto ciò che significa Natale – è la possibilità di sfuggire a questa dilagante mania degli eccessi. Natale, per noi, è la buona notizia che la vita ha un senso più grande della vita stessa e che non occorre cercarlo chissà dove o chissà come, perchè la può riempire fino a farla straripare …
E’ accaduto che “Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo” (altro che frutto del caso la nostra vita!)…e in quel bambino che è Gesù Cristo “ci ha predestinati a essere suoi figli… Perché? perché ha su di noi un disegno d’amore!”. Sono le parole di san Paolo ai cristiani di Efeso, che oggi diventano parole di Dio per noi qui (era la seconda lettura). Parole da portarci nel cuore, fratelli, e da farcele tornare alla mente specie quando ci prende il dubbio che tutto sia senza senso o frutto del caso! “Scelti prima della creazione del mondo… predestinati a essere suoi figli… e tutto ciò per un disegno d’amore!”.
No, noi cristiani non abbiamo bisogno di eccessi: l’ebbrezza, ciò che dà carica alla nostra vita, sta qui, in questa coscienza di essere scelti, predestinati al bello e al bene perché amati: non in modo generico, ma uno per uno, come solo Dio sa fare.
Il vangelo – che già avevamo ascoltato il giorno di Natale – ci ha ribadito la stessa bella notizia, ma è così strepitosa che la Chiesa oggi dice a Giovanni, l’evangelista: raccontacela un’altra volta.
“Il Verbo era presso Dio… il Verbo era Dio…”. E’ un linguaggio altissimo… le parole solite sono recipienti troppo piccoli per quello che Dio ha da dirci: ecco perché ce ne vogliono altre, anche se a noi magari suonano nuove o addirittura strane…
Prima di apparire come un bambino tra noi, quel Figlio esisteva già da sempre presso Dio: “Verbo” lo chiama il vangelo; un nome, una parola, che vuol dire “senso”, “significato”… Riascoltiamo questa espressione: “Tutto è stato fatto per mezzo di lui e niente senza di lui è stato fatto”. Ma se è così, tutto ha un senso: il mondo, le persone, la vita, tutto ciò che mi accade: ha un senso, un buon motivo, un perché plausibile, non è frutto del caso! E vi pare poco poter pensare così?
“In lui era la vita – continua il vangelo - e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta!”. Io ho parlato di “senso della vita”, ma il vangelo non si accontenta di una parola sola; eccone un’altra: luce. La luce permette di vedere tutto e anche di scorgere i colori di ogni cosa. La presenza di Gesù tra noi, anzi, dentro la nostra esistenza, ha questo effetto: rende sensato, direi… rende saporito tutto quello che viviamo! Ciò che è bello, con lui è ancora più bello (ha quel qualcosa in più che è dato dall’amore); ciò che invece comporta fatica, prova, sofferenza, con lui diventa materiale prezioso invece che ridursi a zavorra inutile: ecco l’effetto di quella luce. Ma la cosa più strepitosa è che questo “senso della vita”, questa luce che tutto illumina e impreziosisce, non dobbiamo andarla a cercare chissà dove, perché è con noi, proprio dentro la nostra umanità: “La luce vera, quella che illumina ogni uomo, è venuta nel mondo. Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi”.
Ecco perchè non abbiamo bisogno di cercare altrove quell’ebbrezza o quellaicarica che ci anima ad andare avanti, e tantomeno è necessario eccedere in chissà quali stranezze per trovarla: è tra noi, ha posto la sua dimora in mezzo a noi.
Allora il contenuto più vero di quegli auguri che ci scambiamo durante le Feste è opportuno che sia quello che ci ha fatto oggi San Paolo: “che Dio illumini gli occhi del vostro cuore, e vi faccia comprendere a quale speranza vi ha chiamati”.
Altro che frutto del caso, o vittime di un destino cieco e assurdo! Siamo stati pensati e amati ben da prima che aprissimo gli occhi alla vita! E lo saremo fino all’ultimo giorno della nostra esistenza: quel giorno che – proprio perché siamo pensati e amati da sempre – sorgerà infinitamente più luminoso degli altri e, soprattutto, non conoscerà mai tramonto.
1 Gennaio 2026 - Santa Maria, Madre di Dio
Le Letture Bibliche: Numeri 6,22-27; Galati 4,4-7; Luca 2,16-21
Quanti sanno che la vita, il tempo - e quindi ogni anno nuovo che comincia – tutto è dono di Dio? Quanti si fanno premura di incontrarlo a ogni Capodanno per dirgli “grazie” e così cominciare bene, col passo giusto, questa nuova carellata di giorni che ci regala? Forse che bastano quattro botti o un cenone per fare di questo che comincia oggi un buon anno?
Poi però mi fermo qui con le lamentele perchè questa è un’omelia e non voglio che succeda quello che succedeva spesso in passato, e cioè che chi veniva in chiesa se le sentiva per chi non ci veniva… No, è meglio che mi congratuli con voi che siete qui, a partecipare a questa Messa di Capodanno, invece che prendermela per quelli che non sono qui. E per congratularmi davvero con voi che cominciate un anno nuovo nel nome del Signore, sempre nel nome del Signore vi auguro subito fin d’ora che sia buono, se possibile.
Buono in che senso? Senz’altro nel senso della buona salute fuori e fuori, nel senso che le cose vadano bene come si spera... però, con tutti i limiti degli auguri: gli auguri vanno fatti, lo sappiamo, ma rivelano anche i limiti di quelli che li fanno…Bello sarebbe poter dire a una persona: “Io farò in modo che tu stia sempre bene di salute… e che le cose per te vadano tutte dritte…”. Ma questo lo può dire solo chi è onnipotente, senza limiti, non certo noi: nessuno può dare una tale garanzia. Io posso dire soltanto: “Vorrei che fosse così…vorrei ogni bene per te, ma …non posso garantirlo: può anche darsi che le cose vadano in altro modo da quello che vorresti e che speri…chissà?!”.
“Chissà!”. Ma come si fa a iniziare un anno nuovo sul “chissà!”? No, io qui – fratelli – posso però farvi un augurio che si realizzerà senz’altro: l’unica condizione è che voi lo vogliate accogliere davvero. E quale sarà?
Per quanto riguarda la buona salute, mettiamocela tutta, ma – come sappiamo - dipende solo in parte dal nostro impegno. E così anche per le cose più diverse che fanno la nostra vita e quella delle nostre famiglie: facciamo il possibile, ma tante condizioni non dipendono da noi, e lo sappiamo.
Quello che vi auguro invece – e lo auguro anche a me – dipende proprio e solo da noi, ed è che la Fede che abbiamo nel cuore ci accompagni tutti i giorni, sia in quelli sereni sia in quelli nuvolosi: che non ci sia neanche un giorno in cui la Fede dorme; in modo che possiamo non tanto deviare il corso degli eventi (scegliere quelli buoni e scartare quelli cattivi: è da sciocchi pretenderlo!), ma possiamo affrontare tutto – proprio tutto – con dignità, padronanza ed equilibrio cristiano! Questo augurio, fratelli, dipende solo da noi che si realizzi oppure no.
Qualcuno potrebbe dire: “Eh, un momento! Dipende anche dal Signore Dio!”. E io rispondo: guarda che il Signore Dio si è già impegnato da sempre per realizzare questo buon augurio; Lui la sua parte la fa già…o meglio: aspetta che gli diamo il nostro consenso. Risentiamo le espressioni di poco fa’, era la prima lettura: “Voi benedirete così le persone (è Dio che parla: ai responsabili del popolo): Il Signore faccia splendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace!” Così porrete il mio nome sulle persone e io le benedirò” dice il Signore. Sono gli auguri di Dio questi, e quando è lui a farli, si realizzano. Basta solo che chi li riceve, li accolga davvero… Certo che Lui rivolge su te il suo volto, ma tu…non è che ti volterai dall’altra parte, e farai attenzione a tutto, tranne che a Lui? Certo che il Signore ti concede pace: ma tu la saprai custodire, promuovere questa pace?
Oggi – come ogni Capodanno - è la giornata mondiale della Pace. E mi pare, senza timore di sbagliarmi, che il mondo avrà sì bisogno di tante cose, ma oggi è di pace che ha soprattutto bisogno. E qui accade una cosa strana! Siccome la pace – quella vera – viene da Dio, Lui la concede, non c’è dubbio: “il Signore ti conceda pace”- erano parole dettate da lui, sono risuonate poco fa’. Ma allora perché non c’è la pace a questo mondo? “La pace esiste - dice Papa Leone nel suo messaggio al mondo - vuole abitare tra noi la pace, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”.
Insomma, fratelli, se la pace – che potrebbe illuminare e allargare l’intelligenza come dice il Papa - non c’è, è perché vi sono ancora troppe intelligenze ristrette, a partire da chi ci governa e ha in mano le sorti del mondo…
Se certi auguri si realizzeranno, non lo sappiamo: non dipende da noi. Ma che questo buon augurio si realizzi, sì: dipende in buona parte da uomini e donne come noi. Cuori aperti e intelligenze ampie ci vogliono. Citando S.Agostino, di cui è discepolo, Papa Leone prosegue dicendo: «Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso».
E’, in definitiva, l’augurio di vivere con responsabilità il tempo che il Signore ci dona; un anno nuovo è sempre un dono suo: noi cristiani dobbiamo adoperarlo bene, con saggezza, con responsabilità. Se non altro perché di ogni dono che ci fa un giorno ci chiederà conto! La vita non è un limone da spremere e poi buttar via; la vita è un dono da gestire con saggezza. E il Natale che stiamo ancora celebrando è qui proprio ad insegnarci questo: vivere la vita con responsabilità vuol dire donarsi, rifiutando decisamente la logica del vivere solo per se stessi. In fondo, non è proprio per insegnarci questo che Dio si è disturbato a venire tra noi?
Fin che ci sono persone che pensano alla vita come a un bene da g odere e basta, non ci potranno che essere guerre, violenze e atrocità a questo mondo. La pace comincerà ad arrivare via via che la gente capirà che la vita non è un bene di consumo, ma un dono, e che l’unico modo per realizzarla – e goderla davvero – è quello di donarla, vivendola non solo per se stessi.
Noi cristiani abbiamo il compito di testimoniare che questa è la logica vincente: cos’altro ci insegna il Natale di Dio venuto in mezzo a noi?
E per questo oggi ci pemettiamo di disturbare anche Maria, la Madonna: è dedicato a lei questo primo giorno dell’anno. Lei che se n’intende, ci insegni ad accogliere e gestire con responsabilità questo dono dell’anno nuovo che il Signore depone oggi nelle nostre mani.
Perché… non si spenga questa convinzione, fratelli: dipende anche da noi che vi sia la pace.
Le Letture Bibliche: Numeri 6,22-27; Galati 4,4-7; Luca 2,16-21
Quanti sanno che la vita, il tempo - e quindi ogni anno nuovo che comincia – tutto è dono di Dio? Quanti si fanno premura di incontrarlo a ogni Capodanno per dirgli “grazie” e così cominciare bene, col passo giusto, questa nuova carellata di giorni che ci regala? Forse che bastano quattro botti o un cenone per fare di questo che comincia oggi un buon anno?
Poi però mi fermo qui con le lamentele perchè questa è un’omelia e non voglio che succeda quello che succedeva spesso in passato, e cioè che chi veniva in chiesa se le sentiva per chi non ci veniva… No, è meglio che mi congratuli con voi che siete qui, a partecipare a questa Messa di Capodanno, invece che prendermela per quelli che non sono qui. E per congratularmi davvero con voi che cominciate un anno nuovo nel nome del Signore, sempre nel nome del Signore vi auguro subito fin d’ora che sia buono, se possibile.
Buono in che senso? Senz’altro nel senso della buona salute fuori e fuori, nel senso che le cose vadano bene come si spera... però, con tutti i limiti degli auguri: gli auguri vanno fatti, lo sappiamo, ma rivelano anche i limiti di quelli che li fanno…Bello sarebbe poter dire a una persona: “Io farò in modo che tu stia sempre bene di salute… e che le cose per te vadano tutte dritte…”. Ma questo lo può dire solo chi è onnipotente, senza limiti, non certo noi: nessuno può dare una tale garanzia. Io posso dire soltanto: “Vorrei che fosse così…vorrei ogni bene per te, ma …non posso garantirlo: può anche darsi che le cose vadano in altro modo da quello che vorresti e che speri…chissà?!”.
“Chissà!”. Ma come si fa a iniziare un anno nuovo sul “chissà!”? No, io qui – fratelli – posso però farvi un augurio che si realizzerà senz’altro: l’unica condizione è che voi lo vogliate accogliere davvero. E quale sarà?
Per quanto riguarda la buona salute, mettiamocela tutta, ma – come sappiamo - dipende solo in parte dal nostro impegno. E così anche per le cose più diverse che fanno la nostra vita e quella delle nostre famiglie: facciamo il possibile, ma tante condizioni non dipendono da noi, e lo sappiamo.
Quello che vi auguro invece – e lo auguro anche a me – dipende proprio e solo da noi, ed è che la Fede che abbiamo nel cuore ci accompagni tutti i giorni, sia in quelli sereni sia in quelli nuvolosi: che non ci sia neanche un giorno in cui la Fede dorme; in modo che possiamo non tanto deviare il corso degli eventi (scegliere quelli buoni e scartare quelli cattivi: è da sciocchi pretenderlo!), ma possiamo affrontare tutto – proprio tutto – con dignità, padronanza ed equilibrio cristiano! Questo augurio, fratelli, dipende solo da noi che si realizzi oppure no.
Qualcuno potrebbe dire: “Eh, un momento! Dipende anche dal Signore Dio!”. E io rispondo: guarda che il Signore Dio si è già impegnato da sempre per realizzare questo buon augurio; Lui la sua parte la fa già…o meglio: aspetta che gli diamo il nostro consenso. Risentiamo le espressioni di poco fa’, era la prima lettura: “Voi benedirete così le persone (è Dio che parla: ai responsabili del popolo): Il Signore faccia splendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace!” Così porrete il mio nome sulle persone e io le benedirò” dice il Signore. Sono gli auguri di Dio questi, e quando è lui a farli, si realizzano. Basta solo che chi li riceve, li accolga davvero… Certo che Lui rivolge su te il suo volto, ma tu…non è che ti volterai dall’altra parte, e farai attenzione a tutto, tranne che a Lui? Certo che il Signore ti concede pace: ma tu la saprai custodire, promuovere questa pace?
Oggi – come ogni Capodanno - è la giornata mondiale della Pace. E mi pare, senza timore di sbagliarmi, che il mondo avrà sì bisogno di tante cose, ma oggi è di pace che ha soprattutto bisogno. E qui accade una cosa strana! Siccome la pace – quella vera – viene da Dio, Lui la concede, non c’è dubbio: “il Signore ti conceda pace”- erano parole dettate da lui, sono risuonate poco fa’. Ma allora perché non c’è la pace a questo mondo? “La pace esiste - dice Papa Leone nel suo messaggio al mondo - vuole abitare tra noi la pace, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”.
Insomma, fratelli, se la pace – che potrebbe illuminare e allargare l’intelligenza come dice il Papa - non c’è, è perché vi sono ancora troppe intelligenze ristrette, a partire da chi ci governa e ha in mano le sorti del mondo…
Se certi auguri si realizzeranno, non lo sappiamo: non dipende da noi. Ma che questo buon augurio si realizzi, sì: dipende in buona parte da uomini e donne come noi. Cuori aperti e intelligenze ampie ci vogliono. Citando S.Agostino, di cui è discepolo, Papa Leone prosegue dicendo: «Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso».
E’, in definitiva, l’augurio di vivere con responsabilità il tempo che il Signore ci dona; un anno nuovo è sempre un dono suo: noi cristiani dobbiamo adoperarlo bene, con saggezza, con responsabilità. Se non altro perché di ogni dono che ci fa un giorno ci chiederà conto! La vita non è un limone da spremere e poi buttar via; la vita è un dono da gestire con saggezza. E il Natale che stiamo ancora celebrando è qui proprio ad insegnarci questo: vivere la vita con responsabilità vuol dire donarsi, rifiutando decisamente la logica del vivere solo per se stessi. In fondo, non è proprio per insegnarci questo che Dio si è disturbato a venire tra noi?
Fin che ci sono persone che pensano alla vita come a un bene da g odere e basta, non ci potranno che essere guerre, violenze e atrocità a questo mondo. La pace comincerà ad arrivare via via che la gente capirà che la vita non è un bene di consumo, ma un dono, e che l’unico modo per realizzarla – e goderla davvero – è quello di donarla, vivendola non solo per se stessi.
Noi cristiani abbiamo il compito di testimoniare che questa è la logica vincente: cos’altro ci insegna il Natale di Dio venuto in mezzo a noi?
E per questo oggi ci pemettiamo di disturbare anche Maria, la Madonna: è dedicato a lei questo primo giorno dell’anno. Lei che se n’intende, ci insegni ad accogliere e gestire con responsabilità questo dono dell’anno nuovo che il Signore depone oggi nelle nostre mani.
Perché… non si spenga questa convinzione, fratelli: dipende anche da noi che vi sia la pace.
Domenica 28 - Santa Famiglia di Nazaret
Le Letture Bibliche: Siracide 3,3-7.14-17a; Colossesi 3,12-21; Matteo 2,13-15.19-23
Sarebbe ben povero il nostro cristianesimo se Dio, dall’alto dei cieli, si limitasse a dirci “non far questo… non far quello…”: a chi potrebbe interessare?
Sarebbe povero se non ci raccontasse la storia di Gesù, Figlio di Dio, che viene in mezzo a noi come un bambino, nasce in una stalla… ci sono persone semplici che vanno a trovarlo (i pastori)… ma c’è anche un potere malvagio che cerca di ucciderlo, e allora quel Bambino – Dio! - deve essere messo al sicuro. Ecco che perciò suo padre e sua madre devono scappare di nascosto e metterlo in salvo…
Sarebbe povero il nostro cristianesimo se non ci raccontasse che poi – quando le acque si saranno calmate – quella famiglia torna in patria e va a vivere in un paesino (Nazaret) dove quel Dio-bambino impara a leggere e a scrivere, corre e gioca con i suoi compagni, e – crescendo – impara anche un mestiere; quello di carpentiere, da suo padre… perché tutti nella vita devono avere un mestiere da fare.
Ecco, il bello del cristianesimo è proprio qui: ci presenta un Dio che non sta sopra le nuvole, ma entra nelle nostre situazioni umane, anche le più tormentate, e parla e insegna non da sopra, ma da dentro, da vicino a noi…
L’amara vicenda che abbiamo appena ascoltato nel vangelo fa pensare a tutte quelle famiglie che anche al giorno d’oggi devono lasciare la loro patria e partire per cercare una vita migliore, o semplicemente per sopravvivere… e si tratta di papà e mamme e bambini…non di rado il loro viaggio finisce in fondo al mare perché ci si rifiuta di soccorrerli… E’ accaduto anche la vigilia di Natale: 116 annegati in quel Mar Mediterraneo che è diventato ormai un cimitero. Come si giustificheranno davanti a Dio coloro che stabiliscono per legge di rifiutare ogni soccorso, ogni accoglienza? Dicono di credere in Dio, di voler difendere Dio: sì, ma quale dio precisamente? Il Dio di Gesù Cristo, uno e trino? No, affatto… Il dio-quattrino piuttosto! Fratelli, mi metto dalla parte di Maria e Giuseppe che fuggono in Egitto per salvare il bambino Gesù… e domando: che mondo sarà quello in cui si difendono i confini e ci si rifiuta di difendere e soccorrere le persone?
Certo, per chi crede, non è poco poter dire: anche Dio ha fatto questa esperienza, anche Gesù – da bambino - con Maria e Giuseppe ha dovuto affrontare una brutta avventura come questa… Sì, la cosa più bella del cristianesimo è che anche Dio ha provato turtto ciò che proviamo noi: soddisfazioni e preoccupazioni, speranze e paure, entusiasmi e delusioni… Tutto ha provato, anche quella brutta esperienza che è per noi la morte; ma la cosa più interessante è che lui non è rimasto nella morte, ma è risorto. E allora quella brutta esperienza non è più così terrificante per noi: anche per noi ci sarà risurrezione: ecco il vero traguardo.
Credere, affidarsi a questo Dio che sa come vanno le cose a questo mondo e in ogni famiglia, è la condizione per affrontare la vita con equilibrio, sia nei momenti belli sia nelle situazioni meno belle e preoccupanti…
Il vangelo ci ha detto che ci sono due forze contrarie a questo mondo. La prima è quella dei potenti egoisti e arroganti. Erode, il re sanguinario, li rappresenta tutti. L’altra è la forza di quella famigliola che deve scappare, per mettere in salvo il bambino dal potere sanguinario di Erode… Ma che forza ci può essere in quella povera famiglia che deve scappare? E’ debolezza più che forza, è paura, incertezza… precarietà… Sì, ma dietro a tutto questo c’è la forza dell’amore, e di un grande amore. E’ per amore di quel Dio-bambino che Maria e Giuseppe mettono a rischio la loro vita e prendono la via della fuga. Sì, sembra una sconfitta lì per lì, è l’arroganza di Erode a vincere; eppure no, non è affatto così: viene il giorno che il potere di Erode scompare con lui nella tomba, mentre Maria e Giuseppe – e quel Dio-bambino – non scompaiono affatto, anzi, possono tornare al loro paese. Perché l’amore, anche se appare debole è comunque sempre vincente. Oh, non quell’amore sdolcinato, cantato e strombazzato nelle canzonette, ma l’amore umile, nascosto, costante e coraggioso. E’ questo amore che permette a noi e alle nostre famiglie di resistere a molte insidie che le minacciano e far fronte alle responsabilità, anche quando sono piuttosto pesanti. E’ questa la nostra forza, fratelli. E allora capite perché quelle raccomandazioni insistenti ad amare nelle letture che oggi abbiamo ascoltato: “Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia… Sii buono con lui, anche se gli prendesse l’alzheimer, non disprezzarlo…Chi onora sua madre è come chi accumula tesori…”. Cosa c’è dietro questi atteggiamenti? L’amore.
E poi ancora: “fratelli – ci diceva san Paolo – rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di mitezza, di grandezza d’animo, sopportandovi e perdonandovi a vicenda”… Da dove vengono questi sentimenti, cos’è che li mantiene vivi? L’amore: quell’amore coraggioso che anche se appare debole è comunque sempre vincente. “Voi figli obbedite ai genitori perché questo fa piacere al Signore. Sì, ma voi genitori non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino…”. E com’è possibile questo? E’ possibile grazie a quell’amore, che è la vera forza vincente.
Sì, fratelli, sarà anche vero che questo amore al giorno d’oggi è minacciato e ostacolato più che mai… Vero che nella cultura dei nostri giorni sembrano trionfare il potere, l’interesse, l’arroganza, ma non possiamo permetterci di essere pessimisti: in quest’Anno Santo, che oggi si conclude, ci è stato detto e ripetuto: “la Speranza che Dio ci ha dato non delude… non delude…”, è più forte di tutte le paure: i trionfi di Erode passano presto. Invece, la speranza di quella famiglia che fugge per metter in salvo il Bambino, pur piccola e povera, quella resiste, non delude, e rimarrà per sempre. Perché è radicata nell’amore, e l’amore è una forza che viene da Dio: è Dio stesso l’amore. Anche in questa messa noi siamo qui con lui: se c’è un briciolo di fede nei nostri cuori, state pur sicuri che non ci lascerà partire a mani vuote, o meglio – col cuore vuoto.
La raccomandazione, l’augurio, allora è questo, e vi inviterei a scolpirvelo bene nel cuore: se la fonte dell’amore vero, coraggioso, costante, è il Signore Dio che ci ama, allora cerchiamo di essere saggi, anzi, furbi: se non vogliamo restare a secco di amore e di speranza, torniamo a questa fonte spesso; non perdiamola mai di vista soprattutto, per nessun motivo.
Le Letture Bibliche: Siracide 3,3-7.14-17a; Colossesi 3,12-21; Matteo 2,13-15.19-23
Sarebbe ben povero il nostro cristianesimo se Dio, dall’alto dei cieli, si limitasse a dirci “non far questo… non far quello…”: a chi potrebbe interessare?
Sarebbe povero se non ci raccontasse la storia di Gesù, Figlio di Dio, che viene in mezzo a noi come un bambino, nasce in una stalla… ci sono persone semplici che vanno a trovarlo (i pastori)… ma c’è anche un potere malvagio che cerca di ucciderlo, e allora quel Bambino – Dio! - deve essere messo al sicuro. Ecco che perciò suo padre e sua madre devono scappare di nascosto e metterlo in salvo…
Sarebbe povero il nostro cristianesimo se non ci raccontasse che poi – quando le acque si saranno calmate – quella famiglia torna in patria e va a vivere in un paesino (Nazaret) dove quel Dio-bambino impara a leggere e a scrivere, corre e gioca con i suoi compagni, e – crescendo – impara anche un mestiere; quello di carpentiere, da suo padre… perché tutti nella vita devono avere un mestiere da fare.
Ecco, il bello del cristianesimo è proprio qui: ci presenta un Dio che non sta sopra le nuvole, ma entra nelle nostre situazioni umane, anche le più tormentate, e parla e insegna non da sopra, ma da dentro, da vicino a noi…
L’amara vicenda che abbiamo appena ascoltato nel vangelo fa pensare a tutte quelle famiglie che anche al giorno d’oggi devono lasciare la loro patria e partire per cercare una vita migliore, o semplicemente per sopravvivere… e si tratta di papà e mamme e bambini…non di rado il loro viaggio finisce in fondo al mare perché ci si rifiuta di soccorrerli… E’ accaduto anche la vigilia di Natale: 116 annegati in quel Mar Mediterraneo che è diventato ormai un cimitero. Come si giustificheranno davanti a Dio coloro che stabiliscono per legge di rifiutare ogni soccorso, ogni accoglienza? Dicono di credere in Dio, di voler difendere Dio: sì, ma quale dio precisamente? Il Dio di Gesù Cristo, uno e trino? No, affatto… Il dio-quattrino piuttosto! Fratelli, mi metto dalla parte di Maria e Giuseppe che fuggono in Egitto per salvare il bambino Gesù… e domando: che mondo sarà quello in cui si difendono i confini e ci si rifiuta di difendere e soccorrere le persone?
Certo, per chi crede, non è poco poter dire: anche Dio ha fatto questa esperienza, anche Gesù – da bambino - con Maria e Giuseppe ha dovuto affrontare una brutta avventura come questa… Sì, la cosa più bella del cristianesimo è che anche Dio ha provato turtto ciò che proviamo noi: soddisfazioni e preoccupazioni, speranze e paure, entusiasmi e delusioni… Tutto ha provato, anche quella brutta esperienza che è per noi la morte; ma la cosa più interessante è che lui non è rimasto nella morte, ma è risorto. E allora quella brutta esperienza non è più così terrificante per noi: anche per noi ci sarà risurrezione: ecco il vero traguardo.
Credere, affidarsi a questo Dio che sa come vanno le cose a questo mondo e in ogni famiglia, è la condizione per affrontare la vita con equilibrio, sia nei momenti belli sia nelle situazioni meno belle e preoccupanti…
Il vangelo ci ha detto che ci sono due forze contrarie a questo mondo. La prima è quella dei potenti egoisti e arroganti. Erode, il re sanguinario, li rappresenta tutti. L’altra è la forza di quella famigliola che deve scappare, per mettere in salvo il bambino dal potere sanguinario di Erode… Ma che forza ci può essere in quella povera famiglia che deve scappare? E’ debolezza più che forza, è paura, incertezza… precarietà… Sì, ma dietro a tutto questo c’è la forza dell’amore, e di un grande amore. E’ per amore di quel Dio-bambino che Maria e Giuseppe mettono a rischio la loro vita e prendono la via della fuga. Sì, sembra una sconfitta lì per lì, è l’arroganza di Erode a vincere; eppure no, non è affatto così: viene il giorno che il potere di Erode scompare con lui nella tomba, mentre Maria e Giuseppe – e quel Dio-bambino – non scompaiono affatto, anzi, possono tornare al loro paese. Perché l’amore, anche se appare debole è comunque sempre vincente. Oh, non quell’amore sdolcinato, cantato e strombazzato nelle canzonette, ma l’amore umile, nascosto, costante e coraggioso. E’ questo amore che permette a noi e alle nostre famiglie di resistere a molte insidie che le minacciano e far fronte alle responsabilità, anche quando sono piuttosto pesanti. E’ questa la nostra forza, fratelli. E allora capite perché quelle raccomandazioni insistenti ad amare nelle letture che oggi abbiamo ascoltato: “Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia… Sii buono con lui, anche se gli prendesse l’alzheimer, non disprezzarlo…Chi onora sua madre è come chi accumula tesori…”. Cosa c’è dietro questi atteggiamenti? L’amore.
E poi ancora: “fratelli – ci diceva san Paolo – rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di mitezza, di grandezza d’animo, sopportandovi e perdonandovi a vicenda”… Da dove vengono questi sentimenti, cos’è che li mantiene vivi? L’amore: quell’amore coraggioso che anche se appare debole è comunque sempre vincente. “Voi figli obbedite ai genitori perché questo fa piacere al Signore. Sì, ma voi genitori non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino…”. E com’è possibile questo? E’ possibile grazie a quell’amore, che è la vera forza vincente.
Sì, fratelli, sarà anche vero che questo amore al giorno d’oggi è minacciato e ostacolato più che mai… Vero che nella cultura dei nostri giorni sembrano trionfare il potere, l’interesse, l’arroganza, ma non possiamo permetterci di essere pessimisti: in quest’Anno Santo, che oggi si conclude, ci è stato detto e ripetuto: “la Speranza che Dio ci ha dato non delude… non delude…”, è più forte di tutte le paure: i trionfi di Erode passano presto. Invece, la speranza di quella famiglia che fugge per metter in salvo il Bambino, pur piccola e povera, quella resiste, non delude, e rimarrà per sempre. Perché è radicata nell’amore, e l’amore è una forza che viene da Dio: è Dio stesso l’amore. Anche in questa messa noi siamo qui con lui: se c’è un briciolo di fede nei nostri cuori, state pur sicuri che non ci lascerà partire a mani vuote, o meglio – col cuore vuoto.
La raccomandazione, l’augurio, allora è questo, e vi inviterei a scolpirvelo bene nel cuore: se la fonte dell’amore vero, coraggioso, costante, è il Signore Dio che ci ama, allora cerchiamo di essere saggi, anzi, furbi: se non vogliamo restare a secco di amore e di speranza, torniamo a questa fonte spesso; non perdiamola mai di vista soprattutto, per nessun motivo.
Giovedì 25 - Messa del Giorno
Le Letture Bibliche: Isaia 52,7-10; Ebrei 1,1-6; Giovanni 1,1-18
La tradizione prevede tre Messe diverse a Natale: quella della notte, quella dell'aurora e quella del giorno. Ma l’evento che si celebra è quello avvenuto nella notte: la nascita di Gesù Cristo. Anzi, pare che, tutti gli eventi più importanti della storia di Dio con gli uomini si siano verificati di notte. Di notte è entrato come un bambino in questo mondo, di notte Maria e Giuseppe han dovuto fuggire per metterlo in salvo dalla ferocia di Erode, a Pasqua è ancora di notte che lascia il sepolcro e risorge. E perciò, allorchè noi ci raduniamo, l’evento che celebriamo è già accaduto: si direbbe che Dio non ama dare spettacolo, per questo sceglie la notte. Questo, però, è un motivo che riguarda lui.
Ce n'è un altro che invece interessa a noi. Sì, è vero, anche oggi è sorto il sole, c'è piena luce, ma quanto sono lunghe queste notti d'inverno! E notte vuol dire oscurità, buio, tenebra, e a Natale vuol dire anche freddo. Si, sappiamo bene che l’oscurità all'alba scompare, e il freddo pure finisce quando l'inverno cede il posto alla primavera. Ma c'è un freddo, e un'oscurità, che né il sole dell'aurora né la primavera possono eliminare. Ogni epoca del mondo ne fa esperienza, ogni famiglia, ogni individuo, anzi, la società tutta intera. E ha molte forme l’oscurità. Cos'altro è la crisi economica di cui otre 6 milioni di italiani stanno pagando le conseguenze con l’impoverimento di questi tempi? E poi pensate: Betlemme! Come non pensare a Betlemme il giorno di Natale? ebbene, la gente di Betlemme, abituata a vivere in massima parte sui proventi del turismo religioso, in questi ultimi due anni di proventi ne ha visti ben pochi e la crisi lì è spaventosa… Chi ci assicura che una crisi simile, per altri motivi ovviamente, non possa subentrare anche tra noi?
Notte, oscurità, vuol dire anche paura; non sono soltanto i bambini ad aver paura del buio. E le paure portano a reazioni viscerali in cui dominano la diffidenza, il sospetto e la chiusura nel proprio guscio. E’ accaduto ancora: le paure possono rendere perfino disumani.
Il freddo, fratelli, il freddo e il buio peggiore non è quello di queste lunghe notti d’inverno. Il freddo e il buio più micidiale è provocato dalla mancanza di umanità.
Certo, nessuno di voi è venuto qui per risentire l'elenco interminabile dei mali di questo mondo, ma io non posso annunciarvi il vangelo - la lieta notizia del Natale - ignorando le situazioni in cui viviamo di questi tempi e facendo finta di nulla. Perché il Figlio di Dii non è venuto tra noi per fare una crociera o un’escursione, e poi tornarsene lassù da dove era venuto. Non sarebbe vangelo quello che vi annuncio.
E qual è allora la bella notizia in questo clima piuttosto teso che si respira di questi tempi?
Quest'ora del mondo, pur con tutti i suoi interrogativi e le sue contraddizioni, è comunque anche “l’ora di Dio”, in cui ci viene offerta una buona carica di speranza. Sì, ecco perché è sempre straordinario il Natale. Non capita tutti i giorni di intendere un annuncio come quello che abbiamo sentito oggi: "Il Verbo, cioè il Figlio di Dio, si è fatto carne, ed è venuto ad abitare in mezzo a noi".
È una consolazione sapere che questa nostra storia non è abbandonata al caso, ma c'è un Salvatore che se la prende a cuore: è lui, Gesù, che prende nelle sue mani le sorti della nostra umanità.
Certo, c'è una grossa contraddizione tra le parole altisonanti con cui lo salutiamo, lo cantiamo, e il modo in cui si presenta: bambino! Chi più inerme, più fragile e più indifeso di un bambino? E poi il luogo in cui nasce: un alloggio di fortuna, una stalla, una mangiatoia...
Sì, c'è una luce che rompe l'oscurità, che traccia una strada, un percorso, ed è offerta a tutti: quella luce fa intravedere un futuro in cui delle guerre, dei soprusi, delle angherie, non esisterà nemmeno il nome, la parola. Ma tutto questo non avviene per magia o con un colpo di spugna. Il bambino del Natale si presenta come un figlio di povera gente, non di potenti o di ricchi. Non ci salverà con l'uso della forza, ma sacrificando per noi la sua vita; la sua – notate bene - non quella di altri. E allora bisognerà pur chiederselo: siamo disposti noi, come i pastori di Betlemme, ad accogliere questo Dio che si presenta in modo così modesto senza attirare l’attenzione dei grandi e dei potenti?
Fratelli, questa è la strada che Dio ha scelto per entrare nella storia e per cambiarla. Se decidiamo di fidarci di lui, del suo progetto d'amore, ci sorprenderà, è sicuro che ci sorprenderà, perché questo sarà il suo stile! Del resto, se non siamo ingenui, ce ne siamo accorti ormai: giustizia e pace per tutti, in questo mondo di oggi non verranno dalle altisonanti strategie degli uomini: si sono già rivelate fallimentari. Chi sono gli ingenui che ci credono ancora? Troppe belle parole, troppi interventi… che non di rado hanno l'unico effetto di nascondere grossolani interessi di parte.
"Tolleranza zero" si sente dire spesso. Sì, è doveroso bloccare i criminali, i terroristi, i delinquenti, e la società tutta ha pieno diritto di essere protetta. Ma non basterà per realizzare davvero giustizia e pace: non siamo così ingenui da pensarlo. Anche per noi cristiani comunque vale il criterio di "tolleranza zero": sì, ma in situazioni ben precise.
Là dove si rischia di diventare disumani: "tolleranza zero".
Là dove si ragiona con la pancia e con il fegato, invece che con il cervello e con il cuore: "tolleranza zero".
Là dove c'è chiusura e ostilità verso chi soffre e muore per l'egoismo di molti: là per noi vale il criterio "tolleranza zero".
"Il Verbo, cioè il Figlio di Dio, si è fatto carne ed è venuto ad abitare tra noi".. "Carne" si è fatto. Tutti sappiamo cosa vuol dire, perché tutti siamo fatti di carne: sana o malata, giovane o raggrinzita dagli anni, ben curata e protetta oppure infreddolita dall'abbandono e dalla miseria, tutti sappiamo cosa vuol dire "carne umana". Ebbene, a partire dal Natale, ecco la conseguenza: se Dio è venuto tra noi nella carne, noi non possiamo andare da lui se non per questa stessa strada: la carne, la carne della nostra umanità. Infatti verrà il giorno che quel Bambino, divenuto adulto, dirà con autorevolezza: "Avevo fame e mi avete dato da mangiare... Ero malato e siete venuti a trovarmi... Ero straniero, profugo, fuggiasco, e mi avete accolto...". Ecco, fratelli, dove possiamo incontrare, toccare, soccorrere la “carne di Gesù Cristo".
E allora, sì: facciamo festa, ma che il Natale non diventi il pretesto per continuare a pensare solo a noi stessi, bensì provocazione salutare a dare speranza e offrire pace a questo mondo di oggi. Ognuno nel suo piccolo può fare qualcosa dal momento che anche Dio si è fatto piccolo per fare la sua parte. Cos’altro significa se non proprio questo che "il Verbo di Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi" ?
Le Letture Bibliche: Isaia 52,7-10; Ebrei 1,1-6; Giovanni 1,1-18
La tradizione prevede tre Messe diverse a Natale: quella della notte, quella dell'aurora e quella del giorno. Ma l’evento che si celebra è quello avvenuto nella notte: la nascita di Gesù Cristo. Anzi, pare che, tutti gli eventi più importanti della storia di Dio con gli uomini si siano verificati di notte. Di notte è entrato come un bambino in questo mondo, di notte Maria e Giuseppe han dovuto fuggire per metterlo in salvo dalla ferocia di Erode, a Pasqua è ancora di notte che lascia il sepolcro e risorge. E perciò, allorchè noi ci raduniamo, l’evento che celebriamo è già accaduto: si direbbe che Dio non ama dare spettacolo, per questo sceglie la notte. Questo, però, è un motivo che riguarda lui.
Ce n'è un altro che invece interessa a noi. Sì, è vero, anche oggi è sorto il sole, c'è piena luce, ma quanto sono lunghe queste notti d'inverno! E notte vuol dire oscurità, buio, tenebra, e a Natale vuol dire anche freddo. Si, sappiamo bene che l’oscurità all'alba scompare, e il freddo pure finisce quando l'inverno cede il posto alla primavera. Ma c'è un freddo, e un'oscurità, che né il sole dell'aurora né la primavera possono eliminare. Ogni epoca del mondo ne fa esperienza, ogni famiglia, ogni individuo, anzi, la società tutta intera. E ha molte forme l’oscurità. Cos'altro è la crisi economica di cui otre 6 milioni di italiani stanno pagando le conseguenze con l’impoverimento di questi tempi? E poi pensate: Betlemme! Come non pensare a Betlemme il giorno di Natale? ebbene, la gente di Betlemme, abituata a vivere in massima parte sui proventi del turismo religioso, in questi ultimi due anni di proventi ne ha visti ben pochi e la crisi lì è spaventosa… Chi ci assicura che una crisi simile, per altri motivi ovviamente, non possa subentrare anche tra noi?
Notte, oscurità, vuol dire anche paura; non sono soltanto i bambini ad aver paura del buio. E le paure portano a reazioni viscerali in cui dominano la diffidenza, il sospetto e la chiusura nel proprio guscio. E’ accaduto ancora: le paure possono rendere perfino disumani.
Il freddo, fratelli, il freddo e il buio peggiore non è quello di queste lunghe notti d’inverno. Il freddo e il buio più micidiale è provocato dalla mancanza di umanità.
Certo, nessuno di voi è venuto qui per risentire l'elenco interminabile dei mali di questo mondo, ma io non posso annunciarvi il vangelo - la lieta notizia del Natale - ignorando le situazioni in cui viviamo di questi tempi e facendo finta di nulla. Perché il Figlio di Dii non è venuto tra noi per fare una crociera o un’escursione, e poi tornarsene lassù da dove era venuto. Non sarebbe vangelo quello che vi annuncio.
E qual è allora la bella notizia in questo clima piuttosto teso che si respira di questi tempi?
Quest'ora del mondo, pur con tutti i suoi interrogativi e le sue contraddizioni, è comunque anche “l’ora di Dio”, in cui ci viene offerta una buona carica di speranza. Sì, ecco perché è sempre straordinario il Natale. Non capita tutti i giorni di intendere un annuncio come quello che abbiamo sentito oggi: "Il Verbo, cioè il Figlio di Dio, si è fatto carne, ed è venuto ad abitare in mezzo a noi".
È una consolazione sapere che questa nostra storia non è abbandonata al caso, ma c'è un Salvatore che se la prende a cuore: è lui, Gesù, che prende nelle sue mani le sorti della nostra umanità.
Certo, c'è una grossa contraddizione tra le parole altisonanti con cui lo salutiamo, lo cantiamo, e il modo in cui si presenta: bambino! Chi più inerme, più fragile e più indifeso di un bambino? E poi il luogo in cui nasce: un alloggio di fortuna, una stalla, una mangiatoia...
Sì, c'è una luce che rompe l'oscurità, che traccia una strada, un percorso, ed è offerta a tutti: quella luce fa intravedere un futuro in cui delle guerre, dei soprusi, delle angherie, non esisterà nemmeno il nome, la parola. Ma tutto questo non avviene per magia o con un colpo di spugna. Il bambino del Natale si presenta come un figlio di povera gente, non di potenti o di ricchi. Non ci salverà con l'uso della forza, ma sacrificando per noi la sua vita; la sua – notate bene - non quella di altri. E allora bisognerà pur chiederselo: siamo disposti noi, come i pastori di Betlemme, ad accogliere questo Dio che si presenta in modo così modesto senza attirare l’attenzione dei grandi e dei potenti?
Fratelli, questa è la strada che Dio ha scelto per entrare nella storia e per cambiarla. Se decidiamo di fidarci di lui, del suo progetto d'amore, ci sorprenderà, è sicuro che ci sorprenderà, perché questo sarà il suo stile! Del resto, se non siamo ingenui, ce ne siamo accorti ormai: giustizia e pace per tutti, in questo mondo di oggi non verranno dalle altisonanti strategie degli uomini: si sono già rivelate fallimentari. Chi sono gli ingenui che ci credono ancora? Troppe belle parole, troppi interventi… che non di rado hanno l'unico effetto di nascondere grossolani interessi di parte.
"Tolleranza zero" si sente dire spesso. Sì, è doveroso bloccare i criminali, i terroristi, i delinquenti, e la società tutta ha pieno diritto di essere protetta. Ma non basterà per realizzare davvero giustizia e pace: non siamo così ingenui da pensarlo. Anche per noi cristiani comunque vale il criterio di "tolleranza zero": sì, ma in situazioni ben precise.
Là dove si rischia di diventare disumani: "tolleranza zero".
Là dove si ragiona con la pancia e con il fegato, invece che con il cervello e con il cuore: "tolleranza zero".
Là dove c'è chiusura e ostilità verso chi soffre e muore per l'egoismo di molti: là per noi vale il criterio "tolleranza zero".
"Il Verbo, cioè il Figlio di Dio, si è fatto carne ed è venuto ad abitare tra noi".. "Carne" si è fatto. Tutti sappiamo cosa vuol dire, perché tutti siamo fatti di carne: sana o malata, giovane o raggrinzita dagli anni, ben curata e protetta oppure infreddolita dall'abbandono e dalla miseria, tutti sappiamo cosa vuol dire "carne umana". Ebbene, a partire dal Natale, ecco la conseguenza: se Dio è venuto tra noi nella carne, noi non possiamo andare da lui se non per questa stessa strada: la carne, la carne della nostra umanità. Infatti verrà il giorno che quel Bambino, divenuto adulto, dirà con autorevolezza: "Avevo fame e mi avete dato da mangiare... Ero malato e siete venuti a trovarmi... Ero straniero, profugo, fuggiasco, e mi avete accolto...". Ecco, fratelli, dove possiamo incontrare, toccare, soccorrere la “carne di Gesù Cristo".
E allora, sì: facciamo festa, ma che il Natale non diventi il pretesto per continuare a pensare solo a noi stessi, bensì provocazione salutare a dare speranza e offrire pace a questo mondo di oggi. Ognuno nel suo piccolo può fare qualcosa dal momento che anche Dio si è fatto piccolo per fare la sua parte. Cos’altro significa se non proprio questo che "il Verbo di Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi" ?
Mercoledì 24 - Messa della Notte
Le Letture Bibliche: Isaia 9,1-6; Tito 2,11-14; Luca 2,1-14
In quest’epoca in cui ci si vanta di credere solo a ciò che si vede, credere in Dio è un autentico paradosso. Fare attenzione a qualcuno che non fa parte del nostro circondario è già di per sé una stranezza. Al giorno d’oggi sono importanti le emozioni immediate, le opinioni individuali… la logica del “secondo me”. Le religioni – tutte quante – appaiono come qualcosa di esotico, di paradossale.
E la più paradossale tra tutte è il cristianesimo: qui infatti non si afferma solo che c’è un Dio; qui si annuncia che questo Dio è entrato nel nostro mondo e ha preso il volto e il nome di un uomo: Gesù. Si annuncia che ha lasciato le residenze adatte al suo rango (come può essere il cielo, oppure un tempio) per scegliere una dimora umana: il grembo di una donna. Una dimora provvisoria, come lo è per ogni bimbo che nasce alla vita, perché è nella vita che voleva entrare.
Da Dio qual è, avrebbe potuto scegliere altre vie a lui certamente più adeguate: la spettacolarità, ad esempio; quale personaggio tra i grandi non ama la spettacolarità? O l’imponenza, che fa rima con onnipotenza, e che sempre riscuote credito e affascina le folle…
Ebbene, no, quel Dio in cui noi cristiani crediamo non si adegua a queste logiche. Per venire tra noi ha scelto il grembo di una donna … con tutto quello che comporta questa esperienza: silenzio, discrezione, anonimato. Perché ha scelto una tale via?
E’ su questo che vorrei invitarvi a pensare, fratelli: Dio ha scelto questa via, perché questa è la via della vita – di ogni vita – e Dio è nella vita che voleva venire ad abitare, questa vita carica di sogni, di progetti, ma anche infarcita di caducità, di limiti.
L’ha accolta senza riserve: ha provato cosa vuol dire essere neonato, bambino, ragazzo, adolescente, giovane, adulto… E quando si dice vita, vita umana, si intende questo miscuglio di riso e di lacrime, di speranze e di delusioni, di salute e di malattia, di parole e di silenzi, di amori e di tradimenti, questo e altro ancora è ciò che ha conosciuto Dio venendo in mezzo a noi.
Ecco il paradosso del cristianesimo, fratelli. Quanti tentativi per mascherarlo in questi 2000 anni! E in buona parte ci si è anche riusciti, bisogna riconoscerlo: se tutti, perfino gli atei e gli agnostici festeggiano a loro modo Natale, vuol dire che al paradosso di questo Dio che entra nella nostra storia è stato messo il silenziatore. E in parte funziona anche. Ma non del tutto.
Fin che ci sono credenti che si radunano a celebrare il Natale, e si lasciano prendere dallo stupore di fronte a quel bambino che giace nella mangiatoria di una stalla… quello stupore è la prova che l’aspetto paradossale del Natale non si può, non si potrà mai smorzare. Io vi auguro di provare sempre questo stupore, perché solo chi si stupisce capisce, o meglio, comprende. Senza lo stupore, non si può sostare davanti a un presepio; senza lo stupore, il presepio è solo una specie di giocattolo, di passatempo.
Lo stupore è il respiro della fede.
Anche perché il paradosso del cristianesimo, fratelli, non si esaurisce a Natale. Comincia qui, ma non finisce all’interno di un presepio o di una chiesa: la vita infatti – lo sappiamo - scorre fuori dai presepi, fuori dalle chiese: ebbene, se questo Dio è venuto per entrare nella vita, ciò vuol dire che d’ora in poi è lì che lo si incontra, lì ci attende al varco. Proprio la tua vita – fatta com’è fatta, di soddisfazioni e di preoccupazioni - quello è il luogo, il terreno, in cui ti imbatti davvero con Dio. Che tu lo sappia o meno, anzi, che tu ci creda oppure no. Ma se ti consideri credente, e celebri il Natale di Cristo, ora non puoi più ignorarlo. Ricordati che è nella tua vita che Dio ti da appuntamento.
E’ lì lo ascolti davvero, gli parli, lo ami; oppure lo ignori, fai finta di non conoscerlo, gli volti le spalle: a seconda di come ti comporti, delle scelte che fai. Ma è lì che accade, anche se a volte non è gratificante né comodo: lo dobbiamo riconoscere. Più comodo sarebbe un dio che se ne sta chiuso in un luogo fisso: una chiesa, o un museo, oppure un libro… per cui lo vai a cercare solo in certe occasioni, ma poi chiudi la comunicazione e te ne vai: lui se ne resta lì e tu ritorni alla vita, senza che nulla sia cambiato.
Però, chiediamocelo onestamente: che vita sarebbe quella in cui nulla cambia e le uniche modifiche fossero quelle imposte dall’esterno: dal tempo che passa inesorabile, dalle mode culturali che ti impongono il loro look di pensiero e di condotta? A cos’altro si ridurrebbero le nostre persone, se non a dei fossili, mascherati di modernità? O a pedine di una scacchiera, che si illudono di essere vive solo perché qualcuno le muove a suo piacimento? Fratelli, capite perché Dio ha scelto la vita come luogo in cui abitare? Noi avevamo bisogno di ricuperare coscienza e dignità, anzi, adoperiamo pure il presente: noi abbiamo bisogno di ricuperare coscienza e dignità. La coscienza di essere noi a modellare la nostra persona, perché la nostra identità è quella dei figli di Dio, e la vita che abbiamo in dono è quindi un progetto da realizzare, non un’opportunità da svendere a prezzi stracciati. Noi abbiamo bisogno di ricuperare la coscienza che non siamo affatto soli in questa imprersa, perché la vita – la nostra vita – è anche dimora di Dio ormai.
E quello che è vero per me, per te, per noi, è vero per tutti: anche per quelli che questa notte, come tutte le notti, cercano riparo nei dormitori, o in luoghi di fortuna… (Nei paesi il fenomeno non lo si nota, ma nelle città è presente in tutte le periferie): ebbene, che loro lo sappiano o meno, anche la loro vita Dio è venuto ad abitare. E così pure la vita di quelli, individui o famiglie, che quest’anno non hanno bazzicato molto nei supermercati o nei mercatini, né hanno programmato grandi escursioni o vacanze sulla neve, perché si sono trovati alle strette se non sul lastrico del tutto, e se noi non ce ne siamo accorti, è perché hanno abbastanza pudore e dignità da non mettersi in mostra. Sì, anche questa è vita che Dio è venuto ad abitare.
Se questi accenni disturbano in qualche modo la nostra festa, fratelli, sappiate che questo è il contesto vero del Natale cristiano, fin da quella prima volta. Tanto che se non è questo anzitutto, è contraffatto e sofisticato, e alllora ha poco o niente di cristiano.
Non vorrei che fossimo venuti qui solo per abitudine o per tradizione. E allora, uscendo di qui, portiamoci nel cuore qualcosa che ci aiuti a vivere, e cioè la convinzione che la vita non è non solo una faccenda seria, ma è addirittura santa: sì, perché è il luogo in cui Dio ha deciso di abitare. E’ lì che noi – tutti i giorni - abbiamo a che fare con Dio.
Bella notizia questa, certamente. E anche “bella responsabilità”.
Ma non temiamo: c’è Lui a portarla con noi, se lo accoglieremo davvero.
Perciò: Buon Natale!
Le Letture Bibliche: Isaia 9,1-6; Tito 2,11-14; Luca 2,1-14
In quest’epoca in cui ci si vanta di credere solo a ciò che si vede, credere in Dio è un autentico paradosso. Fare attenzione a qualcuno che non fa parte del nostro circondario è già di per sé una stranezza. Al giorno d’oggi sono importanti le emozioni immediate, le opinioni individuali… la logica del “secondo me”. Le religioni – tutte quante – appaiono come qualcosa di esotico, di paradossale.
E la più paradossale tra tutte è il cristianesimo: qui infatti non si afferma solo che c’è un Dio; qui si annuncia che questo Dio è entrato nel nostro mondo e ha preso il volto e il nome di un uomo: Gesù. Si annuncia che ha lasciato le residenze adatte al suo rango (come può essere il cielo, oppure un tempio) per scegliere una dimora umana: il grembo di una donna. Una dimora provvisoria, come lo è per ogni bimbo che nasce alla vita, perché è nella vita che voleva entrare.
Da Dio qual è, avrebbe potuto scegliere altre vie a lui certamente più adeguate: la spettacolarità, ad esempio; quale personaggio tra i grandi non ama la spettacolarità? O l’imponenza, che fa rima con onnipotenza, e che sempre riscuote credito e affascina le folle…
Ebbene, no, quel Dio in cui noi cristiani crediamo non si adegua a queste logiche. Per venire tra noi ha scelto il grembo di una donna … con tutto quello che comporta questa esperienza: silenzio, discrezione, anonimato. Perché ha scelto una tale via?
E’ su questo che vorrei invitarvi a pensare, fratelli: Dio ha scelto questa via, perché questa è la via della vita – di ogni vita – e Dio è nella vita che voleva venire ad abitare, questa vita carica di sogni, di progetti, ma anche infarcita di caducità, di limiti.
L’ha accolta senza riserve: ha provato cosa vuol dire essere neonato, bambino, ragazzo, adolescente, giovane, adulto… E quando si dice vita, vita umana, si intende questo miscuglio di riso e di lacrime, di speranze e di delusioni, di salute e di malattia, di parole e di silenzi, di amori e di tradimenti, questo e altro ancora è ciò che ha conosciuto Dio venendo in mezzo a noi.
Ecco il paradosso del cristianesimo, fratelli. Quanti tentativi per mascherarlo in questi 2000 anni! E in buona parte ci si è anche riusciti, bisogna riconoscerlo: se tutti, perfino gli atei e gli agnostici festeggiano a loro modo Natale, vuol dire che al paradosso di questo Dio che entra nella nostra storia è stato messo il silenziatore. E in parte funziona anche. Ma non del tutto.
Fin che ci sono credenti che si radunano a celebrare il Natale, e si lasciano prendere dallo stupore di fronte a quel bambino che giace nella mangiatoria di una stalla… quello stupore è la prova che l’aspetto paradossale del Natale non si può, non si potrà mai smorzare. Io vi auguro di provare sempre questo stupore, perché solo chi si stupisce capisce, o meglio, comprende. Senza lo stupore, non si può sostare davanti a un presepio; senza lo stupore, il presepio è solo una specie di giocattolo, di passatempo.
Lo stupore è il respiro della fede.
Anche perché il paradosso del cristianesimo, fratelli, non si esaurisce a Natale. Comincia qui, ma non finisce all’interno di un presepio o di una chiesa: la vita infatti – lo sappiamo - scorre fuori dai presepi, fuori dalle chiese: ebbene, se questo Dio è venuto per entrare nella vita, ciò vuol dire che d’ora in poi è lì che lo si incontra, lì ci attende al varco. Proprio la tua vita – fatta com’è fatta, di soddisfazioni e di preoccupazioni - quello è il luogo, il terreno, in cui ti imbatti davvero con Dio. Che tu lo sappia o meno, anzi, che tu ci creda oppure no. Ma se ti consideri credente, e celebri il Natale di Cristo, ora non puoi più ignorarlo. Ricordati che è nella tua vita che Dio ti da appuntamento.
E’ lì lo ascolti davvero, gli parli, lo ami; oppure lo ignori, fai finta di non conoscerlo, gli volti le spalle: a seconda di come ti comporti, delle scelte che fai. Ma è lì che accade, anche se a volte non è gratificante né comodo: lo dobbiamo riconoscere. Più comodo sarebbe un dio che se ne sta chiuso in un luogo fisso: una chiesa, o un museo, oppure un libro… per cui lo vai a cercare solo in certe occasioni, ma poi chiudi la comunicazione e te ne vai: lui se ne resta lì e tu ritorni alla vita, senza che nulla sia cambiato.
Però, chiediamocelo onestamente: che vita sarebbe quella in cui nulla cambia e le uniche modifiche fossero quelle imposte dall’esterno: dal tempo che passa inesorabile, dalle mode culturali che ti impongono il loro look di pensiero e di condotta? A cos’altro si ridurrebbero le nostre persone, se non a dei fossili, mascherati di modernità? O a pedine di una scacchiera, che si illudono di essere vive solo perché qualcuno le muove a suo piacimento? Fratelli, capite perché Dio ha scelto la vita come luogo in cui abitare? Noi avevamo bisogno di ricuperare coscienza e dignità, anzi, adoperiamo pure il presente: noi abbiamo bisogno di ricuperare coscienza e dignità. La coscienza di essere noi a modellare la nostra persona, perché la nostra identità è quella dei figli di Dio, e la vita che abbiamo in dono è quindi un progetto da realizzare, non un’opportunità da svendere a prezzi stracciati. Noi abbiamo bisogno di ricuperare la coscienza che non siamo affatto soli in questa imprersa, perché la vita – la nostra vita – è anche dimora di Dio ormai.
E quello che è vero per me, per te, per noi, è vero per tutti: anche per quelli che questa notte, come tutte le notti, cercano riparo nei dormitori, o in luoghi di fortuna… (Nei paesi il fenomeno non lo si nota, ma nelle città è presente in tutte le periferie): ebbene, che loro lo sappiano o meno, anche la loro vita Dio è venuto ad abitare. E così pure la vita di quelli, individui o famiglie, che quest’anno non hanno bazzicato molto nei supermercati o nei mercatini, né hanno programmato grandi escursioni o vacanze sulla neve, perché si sono trovati alle strette se non sul lastrico del tutto, e se noi non ce ne siamo accorti, è perché hanno abbastanza pudore e dignità da non mettersi in mostra. Sì, anche questa è vita che Dio è venuto ad abitare.
Se questi accenni disturbano in qualche modo la nostra festa, fratelli, sappiate che questo è il contesto vero del Natale cristiano, fin da quella prima volta. Tanto che se non è questo anzitutto, è contraffatto e sofisticato, e alllora ha poco o niente di cristiano.
Non vorrei che fossimo venuti qui solo per abitudine o per tradizione. E allora, uscendo di qui, portiamoci nel cuore qualcosa che ci aiuti a vivere, e cioè la convinzione che la vita non è non solo una faccenda seria, ma è addirittura santa: sì, perché è il luogo in cui Dio ha deciso di abitare. E’ lì che noi – tutti i giorni - abbiamo a che fare con Dio.
Bella notizia questa, certamente. E anche “bella responsabilità”.
Ma non temiamo: c’è Lui a portarla con noi, se lo accoglieremo davvero.
Perciò: Buon Natale!
A V V E N T O
21 Dicembre - Quarta Domenica
Le Letture Bibliche: Isaia 7,10-14; Romani 1,1-7; Matteo 1,18-24
Non c’è nessuno che sappia far funzionare così bene uno strumento come quel tale che l’ha inventato. E’ una questione di buon senso: è così in tutte le cose. Quando si compra un qualsiasi apparecchio, nessuno (a meno che non sia esperto) si sogna di metterlo in funzione senza guardare il libretto delle istruzioni… Nessuno dice: “Io non voglio dipendere da altri: faccio per conto mio!”.
Noi non siamo elettrodomestici, e nemmeno marchingegni dell’informatica o cellulari. Noi siamo persone vive, fatte di carne e ossa, ma soprattutto di coscienza e di intelligenza. Però non ci siamo fatti da soli; nessuno di noi può dire: “io mi sono fatto da me”. Quel po’ di luce che ci dà la fede ci permette di dire: è Dio che ci ha inventati. Uno per uno. E ci ha inventati con amore: sì, perché avrebbe potuto farci tutti uguali – come delle fotocopie – e invece no: ognuno diverso dall’altro. Questo vuol dire che ci ha creati per amore. I nostri genitori hanno collaborato con lui, certamente, ma non sono stati loro a inventarci: con questo carattere, con questo volto, con queste doti da far fruttare e con questi difetti da correggere… no, non sono stati loro a inventarci, è stato il Signore, Dio. Noi quindi non siamo macchine che basta far funzionare bene, siamo persone che devono vivere, crescere e realizzare se stesse. Ci sarà qualcuno che può dirci come fare? Qualcuno che se n’intende e ci può dare le istruzioni giuste? O dobbiamo arrangiarci da soli?
Mai come oggi gli individui provano l’ebbrezza della libertà, dell’autonomia, del non dipendere da nessuno: l’ebbrezza del “fai da te” insomma… “La mia vita è mia” si sente dire “e quindi decido io come viverla”. Una volta erano gli adolescenti, i giovani, che non vedevano l’ora di sganciarsi dal controllo dei genitori… Ma al giorno d’oggi non sono pochi neanche gli adulti che si ritrovano a ragionare così: l’ebbrezza dell’autonomia, dell’indipendenza, eccome che li contagia e li accompagna per tutta la vita… Che se poi sono anche genitori, oltre che adulti, quell’ebbrezza di libertà e di autonomia ha conseguenze anche sui figli: “Di mio figlio faccio quello che voglio io…” si sente dire. Ma sei sicuro che quello che vuoi tu è davvero il suo bene? Come fai a esserne tanto certo? E poi – tu che rivendichi autonomia e libertà per te stesso – non t’accorgi di quanti condizionamenti sei vittima? E del costume, e delle mode, e dell’opinione altrui, e dello status symbol, e dei persuasori occulti la cui specialità è abbindolare la gente senza che se n’accorga… Ma davvero ti illudi di essere libero?
Quest’ebbrezza di libertà e di autonomia s’insinua anche nell'ambito della Fede al giorno d’oggi, e allora la Fede decade a religiosità innocua, a bene di consumo spirituale… L’individuo allora rivendica il diritto di decidere lui ciò che fa piacere a Dio: a volte sono gesti o atteggiamenti innocui e un po’ ridicoli, che hanno a che vedere più con il folklore religioso che con Dio (“io alla messa di Mezzanotte non manco mai…” mi diceva un tale; e io gli rispondevo: “Guarda che nella maggior parte delle chiese ormai la si celebra alcune ore prima di mezzanotte … e poi, forse questo fa più piacere a te che a Dio … A Dio probabilmente farebbe piacere qualcos’altro, qualcosa di più vitale e più vantaggioso anche per te!”).
Altre volte però la presunzione di voler decidere noi ciò che piace a Dio porta a gesti e atteggiamenti disastrosi: è il caso di certi fanatici nei paesi del Medio Oriente o dell’Africa che pensano di far piacere a Dio sgozzando o massacrando quelli che non sono religiosi come loro… Ma anche senza andare troppo lontano, basta guardare in casa nostra: non sono pochi quelli che blaterano di voler mettere Dio al primo posto… solo che poi, guardando i loro progetti, le loro scelte, la loro condotta, vien da chiedersi: ma quale Dio? Non certo il Dio di Gesù Cristo e del vangelo…
Proprio in questa Messa del resto abbiamo sentito la storia di Acaz: era re di Gerusalemme 7 secoli prima che venisse Gesù… Era religioso quel re, e come! In un momento drammatico per la città (era assediata dalla super-potenza degli Assiri) aveva pensato di attirare l’attenzione di Dio, offrendogli in olocausto suo figlio: olocausto vuol dire che l’avrebbe ucciso e bruciato a onore di Dio: un bambino! Ma questo fa orrore a Dio, altro che onore! Ecco a cosa porta certa libertà di pensiero, certa autonomia! E quando il profeta Isaia lo rimprovera e gli dice: Chiedi al Signore piuttosto che vi dia un segno della sua protezione! – quel re (religioso, ma incredulo) rifiuta: si fida di se stesso, delle sue strategie, non si fida di Dio!
Sì, molti pensano che fidarsi di Dio voglia dire dipendere… vivere da schiavi, anziché essere liberi e indipendenti. Ma fratelli: si vive una volta sola! Chi sono io per comportarmi da autodidatta, col rischio di rovinare tutto? Fidarci di Colui che ci ha pensati e creati per amore non è dipendenza che avvilisce, è saggezza, è da intelligenti chiedersi cos’è che piace davvero a lui - e farlo. Che se poi abbiamo responsabilità verso altri (i figli, per esempio, o comunque le persone che vivono con noi) è rischioso, è pericoloso regolarsi col metro del “secondo me”: secondo me, per te è bene questo, secondo me, per te è giusto quello… E’ più sicuro dire “Io credo, cioè mi fido, dei criteri di Dio”: la sua volontà è più sicura, più affidabile delle mie opinioni personali.
Giuseppe era un uomo giusto, ci ha detto oggi il vangelo. “Giusto” per la Bibbia è colui che è saggio e intelligente anche agli occhi di Dio. Sì, anche Giuseppe aveva la sua opinione su Maria; anche lui pensava in cuor suo: “secondo me è meglio ch'io rinunci ai miei progetti su di lei…”. Ma Dio gli fa capire che no: è giusto che lui accolga Maria come sua sposa… ed ecco che Giuseppe accantona la sua opinione personale e fa ciò che Dio gli domanda: quel bambino, che non aveva generato lui, sarebbe stato comunque suo figlio: lui gli sarebbe stato padre. A generare si fa presto. A diventare padri, ad essere padri, ci vuole una vita.
Fatto sta che Giuseppe mette da parte le sue visuali personali e fa sua la volontà di Dio. Fratelli, noi non siamo macchine, nè elettrodomestici – dicevo - siamo persone vive, fatte di coscienza e di intelligenza. Ma non ci siamo fatti da soli; ci ha pensati Lui – quel Dio che ci ama. E allora diamogli fiducia! Sia nostra ambizione, nostro vanto, vivere, decidere e fare non secondo noi, ma secondo la sua volontà.
E un’ultima raccomandazione lasciate che vi rivolga: fate pure i presepi… belli, suggestivi, tutto come volete … ma non dimenticate di metterci - oltre al Bambinello - i personaggi più importanti, cioè voi stessi. Altrimenti è solo folklore.
Il Dio-Bambino nella capanna è di gesso… o di legno… Quello vero, quello vivo, ricordatevi che è nella vostra vita che desidera entrare: nella vostra persona, nella vostra esistenza tutta intera… è lì che attende di essere accolto e poter abitare.
Perché Dio – il Salvatore – non ha altro spazio in questo mondo se non la vita di coloro che lo accolgono liberamente, e per amore.
***
Le Letture Bibliche: Isaia 7,10-14; Romani 1,1-7; Matteo 1,18-24
Non c’è nessuno che sappia far funzionare così bene uno strumento come quel tale che l’ha inventato. E’ una questione di buon senso: è così in tutte le cose. Quando si compra un qualsiasi apparecchio, nessuno (a meno che non sia esperto) si sogna di metterlo in funzione senza guardare il libretto delle istruzioni… Nessuno dice: “Io non voglio dipendere da altri: faccio per conto mio!”.
Noi non siamo elettrodomestici, e nemmeno marchingegni dell’informatica o cellulari. Noi siamo persone vive, fatte di carne e ossa, ma soprattutto di coscienza e di intelligenza. Però non ci siamo fatti da soli; nessuno di noi può dire: “io mi sono fatto da me”. Quel po’ di luce che ci dà la fede ci permette di dire: è Dio che ci ha inventati. Uno per uno. E ci ha inventati con amore: sì, perché avrebbe potuto farci tutti uguali – come delle fotocopie – e invece no: ognuno diverso dall’altro. Questo vuol dire che ci ha creati per amore. I nostri genitori hanno collaborato con lui, certamente, ma non sono stati loro a inventarci: con questo carattere, con questo volto, con queste doti da far fruttare e con questi difetti da correggere… no, non sono stati loro a inventarci, è stato il Signore, Dio. Noi quindi non siamo macchine che basta far funzionare bene, siamo persone che devono vivere, crescere e realizzare se stesse. Ci sarà qualcuno che può dirci come fare? Qualcuno che se n’intende e ci può dare le istruzioni giuste? O dobbiamo arrangiarci da soli?
Mai come oggi gli individui provano l’ebbrezza della libertà, dell’autonomia, del non dipendere da nessuno: l’ebbrezza del “fai da te” insomma… “La mia vita è mia” si sente dire “e quindi decido io come viverla”. Una volta erano gli adolescenti, i giovani, che non vedevano l’ora di sganciarsi dal controllo dei genitori… Ma al giorno d’oggi non sono pochi neanche gli adulti che si ritrovano a ragionare così: l’ebbrezza dell’autonomia, dell’indipendenza, eccome che li contagia e li accompagna per tutta la vita… Che se poi sono anche genitori, oltre che adulti, quell’ebbrezza di libertà e di autonomia ha conseguenze anche sui figli: “Di mio figlio faccio quello che voglio io…” si sente dire. Ma sei sicuro che quello che vuoi tu è davvero il suo bene? Come fai a esserne tanto certo? E poi – tu che rivendichi autonomia e libertà per te stesso – non t’accorgi di quanti condizionamenti sei vittima? E del costume, e delle mode, e dell’opinione altrui, e dello status symbol, e dei persuasori occulti la cui specialità è abbindolare la gente senza che se n’accorga… Ma davvero ti illudi di essere libero?
Quest’ebbrezza di libertà e di autonomia s’insinua anche nell'ambito della Fede al giorno d’oggi, e allora la Fede decade a religiosità innocua, a bene di consumo spirituale… L’individuo allora rivendica il diritto di decidere lui ciò che fa piacere a Dio: a volte sono gesti o atteggiamenti innocui e un po’ ridicoli, che hanno a che vedere più con il folklore religioso che con Dio (“io alla messa di Mezzanotte non manco mai…” mi diceva un tale; e io gli rispondevo: “Guarda che nella maggior parte delle chiese ormai la si celebra alcune ore prima di mezzanotte … e poi, forse questo fa più piacere a te che a Dio … A Dio probabilmente farebbe piacere qualcos’altro, qualcosa di più vitale e più vantaggioso anche per te!”).
Altre volte però la presunzione di voler decidere noi ciò che piace a Dio porta a gesti e atteggiamenti disastrosi: è il caso di certi fanatici nei paesi del Medio Oriente o dell’Africa che pensano di far piacere a Dio sgozzando o massacrando quelli che non sono religiosi come loro… Ma anche senza andare troppo lontano, basta guardare in casa nostra: non sono pochi quelli che blaterano di voler mettere Dio al primo posto… solo che poi, guardando i loro progetti, le loro scelte, la loro condotta, vien da chiedersi: ma quale Dio? Non certo il Dio di Gesù Cristo e del vangelo…
Proprio in questa Messa del resto abbiamo sentito la storia di Acaz: era re di Gerusalemme 7 secoli prima che venisse Gesù… Era religioso quel re, e come! In un momento drammatico per la città (era assediata dalla super-potenza degli Assiri) aveva pensato di attirare l’attenzione di Dio, offrendogli in olocausto suo figlio: olocausto vuol dire che l’avrebbe ucciso e bruciato a onore di Dio: un bambino! Ma questo fa orrore a Dio, altro che onore! Ecco a cosa porta certa libertà di pensiero, certa autonomia! E quando il profeta Isaia lo rimprovera e gli dice: Chiedi al Signore piuttosto che vi dia un segno della sua protezione! – quel re (religioso, ma incredulo) rifiuta: si fida di se stesso, delle sue strategie, non si fida di Dio!
Sì, molti pensano che fidarsi di Dio voglia dire dipendere… vivere da schiavi, anziché essere liberi e indipendenti. Ma fratelli: si vive una volta sola! Chi sono io per comportarmi da autodidatta, col rischio di rovinare tutto? Fidarci di Colui che ci ha pensati e creati per amore non è dipendenza che avvilisce, è saggezza, è da intelligenti chiedersi cos’è che piace davvero a lui - e farlo. Che se poi abbiamo responsabilità verso altri (i figli, per esempio, o comunque le persone che vivono con noi) è rischioso, è pericoloso regolarsi col metro del “secondo me”: secondo me, per te è bene questo, secondo me, per te è giusto quello… E’ più sicuro dire “Io credo, cioè mi fido, dei criteri di Dio”: la sua volontà è più sicura, più affidabile delle mie opinioni personali.
Giuseppe era un uomo giusto, ci ha detto oggi il vangelo. “Giusto” per la Bibbia è colui che è saggio e intelligente anche agli occhi di Dio. Sì, anche Giuseppe aveva la sua opinione su Maria; anche lui pensava in cuor suo: “secondo me è meglio ch'io rinunci ai miei progetti su di lei…”. Ma Dio gli fa capire che no: è giusto che lui accolga Maria come sua sposa… ed ecco che Giuseppe accantona la sua opinione personale e fa ciò che Dio gli domanda: quel bambino, che non aveva generato lui, sarebbe stato comunque suo figlio: lui gli sarebbe stato padre. A generare si fa presto. A diventare padri, ad essere padri, ci vuole una vita.
Fatto sta che Giuseppe mette da parte le sue visuali personali e fa sua la volontà di Dio. Fratelli, noi non siamo macchine, nè elettrodomestici – dicevo - siamo persone vive, fatte di coscienza e di intelligenza. Ma non ci siamo fatti da soli; ci ha pensati Lui – quel Dio che ci ama. E allora diamogli fiducia! Sia nostra ambizione, nostro vanto, vivere, decidere e fare non secondo noi, ma secondo la sua volontà.
E un’ultima raccomandazione lasciate che vi rivolga: fate pure i presepi… belli, suggestivi, tutto come volete … ma non dimenticate di metterci - oltre al Bambinello - i personaggi più importanti, cioè voi stessi. Altrimenti è solo folklore.
Il Dio-Bambino nella capanna è di gesso… o di legno… Quello vero, quello vivo, ricordatevi che è nella vostra vita che desidera entrare: nella vostra persona, nella vostra esistenza tutta intera… è lì che attende di essere accolto e poter abitare.
Perché Dio – il Salvatore – non ha altro spazio in questo mondo se non la vita di coloro che lo accolgono liberamente, e per amore.
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L'Omelia di Domenica 14 Dicembre non è riportata.
Il Rettore del Santuario era con la Delegazione Diocesana che ha partecipato Sabato 13 nella Cattedrale di Notre-Dame di Parigi alla Beatificazione dei 50 Martiri - tra i quali il trentino ALFREDO DALL'OGLIO - soppressi in odium Fidei dal regime Nazista negli anni 1943 - 1945.
Al link che presenta i tratti biografici del nuovo Beato trentino è riportata l'Omelia del Card. Hollerich, Legato Pontificio, tenuta in quell'occasione.
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8 Dicembre - Solennità dell'IMMACOLATA
Le Letture Bibliche: Genesi 3,9-15.20; Efesini 1,3-6.11-12; Luca 1,26-38
Che in questi ultimi decenni l’umanità sia progredita in molti campi, in certe sensibilità, non lo si può negare: il pulito, ad esempio, l’igiene…sia in casa che fuori, piace a tutti.
Poi magari rischiamo di morire avvelenati dall’aria che respiriamo, o di rovinare questa benedetta terra sulla quale abitiamo, ma in fatto di pulizia personale abbiamo fatto dei passi notevoli: andare in giro puliti al giorno d’oggi è cosa che non occorre insegnare quasi più a nessuno: viene da sé. Puliti e vestiti decorosamente, anzi – di solito – anche elegantemente.
L’estetica trionfa insomma, sia nell’esperienza delle persone (molto sensibili e attente nella scelta dell’abbigliamento), sia nella cura per l’ambiente: palazzi brutti e impresentabili nelle città non ce ne sono più… mentre nei paesi le case sono tutte o nuove o comunque belle a vedersi. Ebbene, tutto questo è importante, ma non ci basta. Anzi, se è tutto qui il progresso, è decisamente troppo poco.
Un tempo – in passato - sporcizia e volgarità andavano spesso a braccetto con l’ignoranza e la povertà… Oggi, non più. Oggi capita di trovare persone pulitissime, eleganti, magari anche istruite, ma nello stesso tempo arroganti, sguaiate, con un parlare farcito di bassezze e di volgarità… La cosa fa ancora più impressione quando ci accorgiamo che, oltre alla volgarità, anche gli interessi di queste persone sono di bassa quota: egocentrici e piccini. E’ come se emanassero cattivo odore ovunque vanno. Come se puzzassero in permanenza. Eppure sono pulitissime, magari anche di “bella presenza”, come si suol dire.
Ebbene, questo è il risultato di un progresso che è stato un po’ troppo parziale, di un’emancipazione che ha riguardato solo la scorza: dentro, nell’intimo, nella mentalità, nella coscienza – ma diciamo pure nell’anima – siamo rimasti un po’ indietro, con una sensibilità un po’ rattrappita, che è come dire handicappata. Perché, vedete fratelli: non c’è soltanto un’ecologia dell’ambiente, c’è – ci deve essere – anche un’ecologia dello spirito. Insomma, pulizia ed ecologia è ora di cominciare a coltivarle a partire dall’intimo di noi stessi. L’unica bellezza che ci soddisfa veramente non può essere quella che ci riflette lo specchio (e che dura quel che dura, come sapete), o quella che ha in mente chi ci dice “Stai bene vestito così”… Solo chi è perennemente immaturo può accontentarsi di queste valutazioni, ma non chi progredisce in età, equilibrio e saggezza… Del resto, quando diciamo di qualcuno: “Quella è una bella persona…”, non intendiamo affatto riferirci alle sue qualità estetiche, o al suo abbigliamento elegante. Intendiamo andare oltre questi parametri.
L’unica bellezza che ci riguarda senza mai decadere è quella che parte dallo spirito, si riflette nello sguardo, trova espressione negli atteggiamenti e nella condotta, perché sono sinceri, non violenti o rozzi o arroganti. Una bellezza che abita volti puliti, ma puliti perché accesi da uno sguardo limpido, buono, non perché lavati o rifatti da trucchi o da chirurgie facciali…Una bellezza che traspare dal parlare, anch’esso pulito e semplice, che non ha bisogno di mescolare ogni tanto volgarità o bestemmie per far colpo.
Sto forse facendo una lezione di galateo o di buone maniere? No. Sto facendo la predica dell’Immacolata Concezione di Maria, madre di Dio. Sto cercando di ridestare in noi tutti la nostalgia per quella bellezza di cui ho parlato, e per risvegliare la convinzione che è possibile, perché Dio ha già cominciato a realizzarla: ha già posto il fondamento. E’ Maria, questo fondamento.
“Piena di grazia” così è stata salutata, e così continuiamo a salutarla. Piena di grazia vuol dire bella di quella bellezza che ho cercato di descrivere, ma che è così ideale che nessuno può costruirla da solo: belli così si è solo per grazia di Dio. Infatti, Maria lo è: piena di grazia, appunto.
Dio sapeva che noi da soli possiamo aspirare a certi ideali, averne una costante nostalgia, ma realizzarli, costruirli… no, non è in nostro potere. E’ come se ci mancasse il fondamento su cui costruire. E allora Dio ci ha fornito lui stesso il fondamento: Maria. “Tota pulchra es Maria” si canta in questa occasione: tutta bella sei, Maria… Tu sei il fondamento, l’inizio di quella bellezza che ora possiamo realizzare anche noi senza passare per ingenui. E tu – con la tua storia - ci dai i criteri, le direttive per realizzarla, via via che procede il cantiere della nostra esistenza.
Direttive e criteri che alla fine si riducono a uno solo, ma quanto mai decisivo: uno stile di vita aperto… sia in altezza sia in ampiezza. In altezza vuol dire: verso Dio in totale fiducia, e in ampiezza significa: verso gli altri, senza mai dimenticare che negli altri, specie se bisognosi d’aiuto, è ancora e sempre Lui che ci viene incontro. Maria, l’ha saputo accogliere, come abbiamo sentito dal vangelo, ma non ha esitato a correre da Elisabetta, anziana e bisognosa d’aiuto, per mettersi al suo servizio.
Bella è Maria anche in quella sua umanissima perplessità che le fa dire: Com’è possibile che io diventi madre del Messia, del Figlio di Dio? Stupore e umiltà la fanno davvero bella. Ma bella soprattutto lo è quando consegna a Dio la sua risposta, il suo sì: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la sua parola”.
Anche in quella stalla dove darà alla luce Gesù, Maria rimarrà bella: perché la sua bellezza ha radici nell’intimo, non è condizionata dalla coreografia esteriore. Si è fidata del Signore Maria: si è fidata nel senso più vero e più decisivo che ci sia, e ha accolto la parola di Dio con tanto amore da trasformarla in carne della sua carne e darle volto: Gesù, “il più bello tra tutti i figli degli uomini” come dice la Bibbia.
Fratelli, fidarci di Dio e accogliere realmente e con amore la sua Parola, sono anche per noi le condizioni per quella storia di bellezza che Dio vuol fare con ciascuno di noi.
Sì, riconosciamolo: il Signore vuol fare di noi tutti delle “belle persone”.
E’ ora, insomma, di promuovere un’ecologia spirituale, e proprio a partire da noi stessi, perché quel Dio che ci ha creati è amante della bellezza, quella più vera che ci sia.
Qualcuno infatti ha detto e ripetuto che è grazie a questa bellezza che Dio salverà il mondo.
7 Dicembre - Seconda Domenica
Le Letture Bibliche: Isaia 11,1-10; Romani 15,4-9; Matteo 3,1-12
I sogni sono di due tipi. Quelli che si fanno di notte, durante il sonno, soprattutto dopo una cena un po’ pesante: a volte sono belli, certi sono bizzarri, certi altri ancora sono incubi che ci fanno risvegliare di soprassalto…Questo è il primo tipo di sogni.
Sogni di tutt’altra specie son quelli che si fanno a occhi aperti, da svegli (“sognare ad occhi aperti” si dice infatti): questi, di solito sono tutti belli. Eccone uno, ad esempio: “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. Il leone si ciberà di paglia come il bue…il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi” senza che gli succeda niente di male.
Questo tale che sognava a occhi aperti era il profeta Isaia, ma siccome parlava per incarico di Dio, possiamo ben pensare che qui è il Signore stesso a sognare: è suo questo sogno.
“Lupo…agnello…pantera…capretto…leone…”: ma cos’è? Uno zoo? No, è l’unico linguaggio che va bene per raccontare i sogni di Dio: le parole solite non bastano, ci vogliono queste immagini.
Il Signore Dio sogna che un giorno non ci saranno più uomini che si comporteranno come i lupi e altri che faranno la fine degli agnelli … Non ci saranno più prepotenti e arroganti, da una parte, e dall’altra poveri cristi che ci rimettono sempre …(“il germoglio che spunterà dal tronco di Iesse, cioè il Messia – ci diceva poco fa’ – giudicherà con giustizia i poveri e prenderà decisioni giuste per gli oppressi di questo mondo!”)…
Il Signore Dio sogna che un giorno i piccoli e i semplici potranno crescere e vivere liberamente, senza che nessuno approfitti di loro… Noi potremmo concludere: ma che bel sogno! Peccato che la realtà sia un’altra… La realtà è ancora quella di uomini che si combattono tra loro, agnelli che continuano ad essere sbranati dai lupi… e arroganti che continuano a fare da padroni…
Ma allora, perché stiamo qui ad ascoltare i sogni del Signore? Ogni anno, ad ogni Avvento sentiamo queste parole e siamo costretti a constatare che la realtà, invece, è sempre diversa. Anche quella realtà che è la nostra, quella delle nostre famiglie, dei nostri paesi, dei nostri ambienti di lavoro… Armonia, intesa, sintonia: quante volte si fanno desiderare! Perché il Signore ci fa sognare ad occhi aperti un’altra realtà che è sempre di là da venire?
Fratelli, quando è il Signore a sognare ad occhi aperti, i suoi sogni sono progetti: Lui stesso si assume la responsabilità di realizzarli. I sogni di Dio, a differenza dei nostri, diventano sempre realtà. Quando…lo sa Lui, ed è bene che sia Lui a saperlo. A noi tocca il compito di tenerli vivi e vigilare perché il pessimismo e la rassegnazione non li cancellino dalla nostra memoria…
Ma, ci domandiamo: è tutto qui quello che possiamo fare noi? Solo aspettare che faccia tutto il Signore?
Giovanni Battista non pare di questa opinione: “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore”. Ah, ecco, quindi c’è qualcosa che possiamo fare: “preparare la via del Signore” appunto, spianando un po’ di terreno, tirando via qualche ostacolo, colmando qualche buca…non è molto, se volete, ma questo lo possiamo fare (e che cosa voglia dire spianare il terreno, togliere ostacoli o colmare buche…non tocca a me dirlo: per ognuno di noi significa qualcosa di tipico, di diverso, come è tipica e diversa la vita di ciascuno!).
Giovanni era un tipo un po’ rude, anzi, possiamo ben dire: rozzo. Già l’abbigliamento lo rendeva tale: portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi… Ma certe volte gli individui rozzi sono anche quelli più limpidi, più schietti: non hanno peli sulla lingua. “Razza di vipere!” (che direste se qualche domenica io vi accogliessi con queste parole: “razza di vipere”!? Pensereste che mi sono alzato male dal letto..o che ho avuto una cattiva digestione…). No, per Giovanni Battista non era questione di cattiva digestione perché era uno che digiunava sempre. “Razza di vipere! Fate frutti di conversione, e non crediate di poter dire: ah, noi siamo già apposto per quando viene il Messia…noi siamo già persone religiose…Noi abbiamo tanti interessi, sì…ma andiamo anche in chiesa…anzi: mai mancati alla messa di mezzanotte!”. (Sto aggiornando un po’ il linguaggio di Giovanni Battista, come capirete).
Fratelli, al di là dell’uomo rozzo e del suo linguaggio sferzante, non ci è lecito smorzare il messaggio, la provocazione che ci lancia: uso il presente – ci lancia – perché se Giovanni Battista è già morto da un pezzo, Dio no, non è morto… e le parole di quell’uomo, il Signore Dio le tiene vive per noi e per tutti. “Fate frutti di conversione”: che si veda dai vostri atteggiamenti, dalle vostre scelte di vita, da che parte state…Vi sta a cuore che il bel sogno di Dio diventi prima o poi realtà? Che cominci a realizzarsi nel concreto della vostra vita d’ogni giorno? Allora “preparategli la via”: “fate frutti di conversione”. A cominciare da questo Avvento, da questo cammino verso un altro Natale: “fate frutti di conversione, per esempio, sul terreno della sobrietà (quella sobrietà che non è fine a se stessa ma che diventa solidarietà); frutti di conversione, per esempio, sul piano delle relazioni e dei rapporti con gli altri…non ci sono buche da riempire, ostacoli da togliere, sentieri da raddrizzare? Frutti di conversione, per esempio, nel fare più spazio al Signore (è pur sempre sua la strada che siamo chiamati a preparare): più spazio al Signore vuol dire più attenzione ai
valori che sono i suoi, ascolto più assiduo della sua Parola, aprendogli la porta del cuore e non solo una fessura…
Fate frutti di conversione: quel “razza di vipere” di Giovanni Battista non ce lo meritiamo forse, ma deve farci pensare, deve farci rizzare gli orecchi! Attenti, a non lasciarvi prendere dall’incoerenza, dalla superficialità…dal come fan tutti!
Fratelli, è alle nostre mani – alle nostre fragili mani – che Dio affida il suo sogno: su di noi e su tutto questo mondo. Teniamolo vivo: non si offuschi dinanzi ai nostri occhi, perché altrimenti sarebbe il pessimismo a dominare, anzichè la speranza.
Mentre invece, quasi al termine di quest’Anno Santo che ci ha visti “pellegrini di Speranza”, è proprio alla Speranza che non delude che noi dobbiamo e possiamo fare pubblicità, non al pessimismo.
Le Letture Bibliche: Isaia 11,1-10; Romani 15,4-9; Matteo 3,1-12
I sogni sono di due tipi. Quelli che si fanno di notte, durante il sonno, soprattutto dopo una cena un po’ pesante: a volte sono belli, certi sono bizzarri, certi altri ancora sono incubi che ci fanno risvegliare di soprassalto…Questo è il primo tipo di sogni.
Sogni di tutt’altra specie son quelli che si fanno a occhi aperti, da svegli (“sognare ad occhi aperti” si dice infatti): questi, di solito sono tutti belli. Eccone uno, ad esempio: “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. Il leone si ciberà di paglia come il bue…il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi” senza che gli succeda niente di male.
Questo tale che sognava a occhi aperti era il profeta Isaia, ma siccome parlava per incarico di Dio, possiamo ben pensare che qui è il Signore stesso a sognare: è suo questo sogno.
“Lupo…agnello…pantera…capretto…leone…”: ma cos’è? Uno zoo? No, è l’unico linguaggio che va bene per raccontare i sogni di Dio: le parole solite non bastano, ci vogliono queste immagini.
Il Signore Dio sogna che un giorno non ci saranno più uomini che si comporteranno come i lupi e altri che faranno la fine degli agnelli … Non ci saranno più prepotenti e arroganti, da una parte, e dall’altra poveri cristi che ci rimettono sempre …(“il germoglio che spunterà dal tronco di Iesse, cioè il Messia – ci diceva poco fa’ – giudicherà con giustizia i poveri e prenderà decisioni giuste per gli oppressi di questo mondo!”)…
Il Signore Dio sogna che un giorno i piccoli e i semplici potranno crescere e vivere liberamente, senza che nessuno approfitti di loro… Noi potremmo concludere: ma che bel sogno! Peccato che la realtà sia un’altra… La realtà è ancora quella di uomini che si combattono tra loro, agnelli che continuano ad essere sbranati dai lupi… e arroganti che continuano a fare da padroni…
Ma allora, perché stiamo qui ad ascoltare i sogni del Signore? Ogni anno, ad ogni Avvento sentiamo queste parole e siamo costretti a constatare che la realtà, invece, è sempre diversa. Anche quella realtà che è la nostra, quella delle nostre famiglie, dei nostri paesi, dei nostri ambienti di lavoro… Armonia, intesa, sintonia: quante volte si fanno desiderare! Perché il Signore ci fa sognare ad occhi aperti un’altra realtà che è sempre di là da venire?
Fratelli, quando è il Signore a sognare ad occhi aperti, i suoi sogni sono progetti: Lui stesso si assume la responsabilità di realizzarli. I sogni di Dio, a differenza dei nostri, diventano sempre realtà. Quando…lo sa Lui, ed è bene che sia Lui a saperlo. A noi tocca il compito di tenerli vivi e vigilare perché il pessimismo e la rassegnazione non li cancellino dalla nostra memoria…
Ma, ci domandiamo: è tutto qui quello che possiamo fare noi? Solo aspettare che faccia tutto il Signore?
Giovanni Battista non pare di questa opinione: “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore”. Ah, ecco, quindi c’è qualcosa che possiamo fare: “preparare la via del Signore” appunto, spianando un po’ di terreno, tirando via qualche ostacolo, colmando qualche buca…non è molto, se volete, ma questo lo possiamo fare (e che cosa voglia dire spianare il terreno, togliere ostacoli o colmare buche…non tocca a me dirlo: per ognuno di noi significa qualcosa di tipico, di diverso, come è tipica e diversa la vita di ciascuno!).
Giovanni era un tipo un po’ rude, anzi, possiamo ben dire: rozzo. Già l’abbigliamento lo rendeva tale: portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi… Ma certe volte gli individui rozzi sono anche quelli più limpidi, più schietti: non hanno peli sulla lingua. “Razza di vipere!” (che direste se qualche domenica io vi accogliessi con queste parole: “razza di vipere”!? Pensereste che mi sono alzato male dal letto..o che ho avuto una cattiva digestione…). No, per Giovanni Battista non era questione di cattiva digestione perché era uno che digiunava sempre. “Razza di vipere! Fate frutti di conversione, e non crediate di poter dire: ah, noi siamo già apposto per quando viene il Messia…noi siamo già persone religiose…Noi abbiamo tanti interessi, sì…ma andiamo anche in chiesa…anzi: mai mancati alla messa di mezzanotte!”. (Sto aggiornando un po’ il linguaggio di Giovanni Battista, come capirete).
Fratelli, al di là dell’uomo rozzo e del suo linguaggio sferzante, non ci è lecito smorzare il messaggio, la provocazione che ci lancia: uso il presente – ci lancia – perché se Giovanni Battista è già morto da un pezzo, Dio no, non è morto… e le parole di quell’uomo, il Signore Dio le tiene vive per noi e per tutti. “Fate frutti di conversione”: che si veda dai vostri atteggiamenti, dalle vostre scelte di vita, da che parte state…Vi sta a cuore che il bel sogno di Dio diventi prima o poi realtà? Che cominci a realizzarsi nel concreto della vostra vita d’ogni giorno? Allora “preparategli la via”: “fate frutti di conversione”. A cominciare da questo Avvento, da questo cammino verso un altro Natale: “fate frutti di conversione, per esempio, sul terreno della sobrietà (quella sobrietà che non è fine a se stessa ma che diventa solidarietà); frutti di conversione, per esempio, sul piano delle relazioni e dei rapporti con gli altri…non ci sono buche da riempire, ostacoli da togliere, sentieri da raddrizzare? Frutti di conversione, per esempio, nel fare più spazio al Signore (è pur sempre sua la strada che siamo chiamati a preparare): più spazio al Signore vuol dire più attenzione ai
valori che sono i suoi, ascolto più assiduo della sua Parola, aprendogli la porta del cuore e non solo una fessura…
Fate frutti di conversione: quel “razza di vipere” di Giovanni Battista non ce lo meritiamo forse, ma deve farci pensare, deve farci rizzare gli orecchi! Attenti, a non lasciarvi prendere dall’incoerenza, dalla superficialità…dal come fan tutti!
Fratelli, è alle nostre mani – alle nostre fragili mani – che Dio affida il suo sogno: su di noi e su tutto questo mondo. Teniamolo vivo: non si offuschi dinanzi ai nostri occhi, perché altrimenti sarebbe il pessimismo a dominare, anzichè la speranza.
Mentre invece, quasi al termine di quest’Anno Santo che ci ha visti “pellegrini di Speranza”, è proprio alla Speranza che non delude che noi dobbiamo e possiamo fare pubblicità, non al pessimismo.
30 Novembre - Prima Domenica
Le Letture Bibliche: Isaia 2,1-5; Romani 13,11-14; Matteo 24,37-44
E così anche quest’anno abbiamo a disposizione le corone dell’Avvento, abbiamo acceso la prima candela, qua e là compaiono le solite luminarie che decorano le strade o i negozi, i mercatini di Natale attireranno comitive di turisti e di clienti come sempre… Nelle vostre case senz’altro metterete qualche segno: o un presepio, o un albero di Natale…
Questo durerà circa 40 giorni, cioè fino all’Epifania. Poi, tutto sparirà… tutto tornerà come prima. Ma… non vi pare che è come ripetere ogni anno la stessa commedia, o rivedere lo stesso film? Sarà anche bello, se volete… ma dai oggi, dai domani, dai sempre… chi ha un minimo di sale in zucca – e un po’ di coscienza - si stufa e commenta: Che monotonia! Ma è sempre quella!
I bambini no: da bambini non ci si stufa mai di preparare il Natale, perché i bambini sanno sognare che qualcosa di grande possa accadere… (non per nulla al centro di ogni Natale c’è un bambino, anzi, quel Bambino). Ma noi adulti, noi smaliziati perché ne abbiamo viste tante… noi che pensiamo che sognare sia roba da bambini e non da persone che ragionano… noi rischiamo di ridurre tutto a coreografia, anzi, anestetico, tranquillante… Sì,, anche la coreografia natalizia per certuni ha un effetto stupefacente: fa un po’ dimenticare le grane, i problemi, la fatica del vivere: questo vivere sempre di corsa con almeno un’apprensione o una preoccupazione ogni giorno… Per un po’ tutto questo verrà messo a tacere, ma poi – si sa – salterà fuori di nuovo. E tutto tornerà come prima.
Fratelli, sto cercando di spazzar via una certa immagine falsa dell’Avvento e del Natale, per consentirvi di sostituirla con una più giusta, più affidabile. Quale esattamente? Quella del vangelo. Dove cercarla se non nel Vangelo?
Oggi ci parla di gente che viveva ai tempi di Noè. Viveva in modo irresponsabile, ognuno pensava a se stesso, illudendosi che questo modo di vivere dovesse continuare sempre; e guardava con ironia a quell’individuo bizzarro che stava costruendo un’arca e andava ripetendo, tra l’ironia generale: Verrà un diluvio e travolgerà tutto quanto…
“Vegliate, aggiunge il vangelo a questo punto, non siate come quella gente del tempo di Noè. Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà”.
Fratelli, se scorriamo il vangelo dall’inizio alla fine, troveremo poche raccomandazioni così pressanti e accalorate come questa: “Vegliate… vegliate… perché il Signore verrà, ma quando …non lo sapete: perciò, vegliate!”.
L’Avvento non è stato inventato per preparare la festa di Natale. Oh intendiamoci! prepararla va bene, ma perché “vegliare”? che necessità c’è di vegliare?
L’Avvento torna ogni anno per ricordare a noi cristiani che credere vuol dire attendere, ma attendere da svegli, e sempre, tutti i giorni… perché lui, il Signore appunto, viene in tantissime occasioni: della nostra vita e della vita di questo mondo. E’ la sua specialità “venire”. Tanto che alla fine della Bibbia – nell’Apocalisse – si presenta con questa carta d’identità: “Io sono colui che viene”. E se noi facciamo ogni anno Natale, e con il Natale il presepe, è perché lì abbiamo la prova: a partire da quella notte di Betlemme di 20 secoli fa’ Dio è “Colui che viene”. Ecco perchè ha senso vegliare, stare all’erta, per poterlo accogliere. Come? Ma, prima ancora, dov’è che viene il Signore oggi? Su quali strade, o in quali situazioni? A cosa fare attenzione soprattutto?
Lui stesso nel vangelo ci dà delle indicazioni; ci raccomanda, ad esempio, di scrutare il tempo – cioè l’epoca in cui viviamo, perché è nei fatti, negli eventi che lui ci viene incontro. “Sapete prevedere che tempo farà domani o posdomani – ci dice nel Vangelo - perché non sapete capire i tempi in cui vivete, con i loro segnali?”. I segnali dei quali parla sono i fatti della nostra vita, sono gli avvenimenti di questo tempo in cui viviamo: il fenomeno mondiale delle migrazioni, ad esempio, che niente e nessuno riuscirà a bloccare… le crisi economiche che gettano sul lastrico non poca gente… i conflitti che ci si ostina a voler risolvere con le armi invece che con il confronto e con il dialogo… fenomeni che forse sembrano distanti da noi, ma che in realtà ci riguardano più di quanto possiamo immaginare. Per noi credenti non basta ciò che dicono i giornali per cercar di capirli: ci occorre anche uno sguardo di fede, perché dietro a tutto questo – voglia o non si voglia – c’è anche Dio che viene e bussa alla nostra porta. Occorre vegliare, per poterlo riconoscere e accogliere.
Ma anche nei fatti e nelle esperienze della nostra vita, personale o quella delle nostre famiglie, anche qui c’è il Signore che viene. Dietro la crisi di una coppia ad esempio, nella crescita di un figlio che comincia a contestare i genitori e a rivendicare spazi di autonomia, o in quel famigliare che per un motivo o per l’altro ha bisogno che tutta la famiglia si prenda cura di lui… Ecco alcune strade su cui viene il Signore, e viene per portare salvezza: cioè per offrire uno sbocco positivo in quella situazione, o quantomeno per dare carica, luce, equilibrio nell’affrontarla… Nella persona che attende da noi un gesto di attenzione, un aiuto di qualche genere, non è sempre lui, il Signore Gesù che ci viene incontro? Ce lo dice nel Vangelo lui stesso: “Tutto quello che avrete fatto per quella persona, è a me che l’avete fatto”. Ecco in che senso si deve risvegliare la nostra fede, fratelli.
Del resto san Paolo ce l’ha ribadito in questa Liturgia: “E’ tempo di svegliarvi dal sonno”.
Oh, non si tratta di fare cose eccezionali per attendere il Signore: è nella vita di ogni giorno vissuta da cristiani che lo si attende davvero. Nel vangelo poco fa’ ce l’ha confermarto che è così: “Due uomini saranno nel campo (cioè intenti a fare le cose di ogni giorno): uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno il grano alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata”. E perché mai? ci vien da domandare… Con quale criterio uno sarà portato via e l’altro lasciato? Semplice la risposta: quando si alza il vento, tutto ciò che è leggero, superficiale – come le foglie secche - il vento lo porta via… Però gli alberi no, non riesce a portarli via. Ecco, fratelli: chi crede e attende il Signore nella vita di ogni giorno è uno che ha consistenza, ha radici: il vento non riesce a portarlo via.
Auguriamoci, allora ma soprattutto preghiamo, di poter essere credenti che hanno consistenza e radici, anziché foglie secche in balia del vento.
