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SANTUARIO DELLA MADONNA DI PINE'
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TEMPO ORDINARIO

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Domenica 9 Agosto - 19° del Tempo Ordinario

          Le Letture Bibliche: 1Re 19,9-13; Romani 9,1-5; Matteo 14,22-33

            Quando si esce di casa e ci si mette in vbiaggio, magari in macchina, è scontato avere con sé alcune cose essenziali: un portafoglio con denaro e i documenti personali, e la chiave di casa per il rientro. A me qualche volta è capitato di  dimenticare qualcuna di queste cose ed è davvero penoso accorgersene poi nel corso del viaggio.
           Capita anche nel corso di quel viaggio  che è la vita a volte, e con realtà ben più importanti della chiave di casa o del portafoglio. Con la Fede, per esempio. Siamo cristiani, quindi ci dovrebbe accompagnare sempre la Fede; ma arrivano quei momenti prima o poi nei quali ci accorgiamo che non è affatto così: chissà dove l’abbiamo dimnticata…
       Ecco, fratelli, se dovessi riassumere in poche parole il messaggio del vangelo di oggi, direi così:  guardiamoci dal dare per scontata la Fede. Non presumiamo di averla sempre con noi solo perché frequentiamo la chiesa; sono sempre le situazioni, i fatti della vita, a verificare se ci accompagna davvero…E’ come con il portafoglio: non basta sentirne l’ingombro in tasca, per essere sicuri che contenga davvero tutto ciò che ci serve. Sì, ci sono momenti nei quali sentiamo che la Fede ci accompagna: sono i momenti esaltanti, belli, animati magari anche da qualche celebrazione religiosa. Come per i discepoli di Gesù quel pomeriggio lì sulle rive del lago di Tiberiade… quella folla raccolta come in un festoso pic nic, a mangiare pane e pesce piovuti da chissà dove e chissà come… e Gesù nel mezzo. Eh sì, gli apostoli di Gesù la toccavano con mano la Fede quella sera.
             Poi però la situazione cambiò, il Maestro disse loro di salire in barca e precederlo all’altra riva del lago, mentre lui avrebbe congedato la folla…ma poi, anziché raggiungerli subito, salì sul monte, da solo, a pregare. E intanto scendeva notte. E con la notte il vento, che su quel lago soffia particolarmente violento, con toni da burrasca…
           “La barca era agitata dalle onde a causa del vento contrario…”.
Ci sono delle situazioni nella vita in cui si rema…si rema…ma non si va a avanti per niente; sembra proprio di remare a vuoto. E sono situazioni personali, o familiari, che a volte sembrano non finire mai. Succede.
        Succede anche nel cammino della Chiesa: ci sono dei bravi preti, bravi religiosi, bravi laici – donne e uomini - che remano…remano… cioè continuano a offrire il loro servizio con generosità, con fedeltà, ma sembra tutto inutile, o quasi. La Chiesa oggi – nel nostro Occidente soprattutto – assomiglia a una barca che sta sì a galla, ma con fatica, e soprattutto non va avanti; abbiamo la sensazione di un certo sfascio attorno a noi: alcuni si allontanano, diminuisce la partecipazione, si stenta a trovare collaboratori, le vocazioni son diventate rare, si diffondono a macchia d’olio le crisi nella vita di coppie che pure  si erano sposate in chiesa… Sensazione di un certo sfascio insomma. E anche qui c’è chi si domanda – proprio come nell’esperienza personale (quando le cose prendono una brutta piega): Ma, non è che il Signore ci avrà abbandonati? Perché non è con noi a calmare il vento contrario? Dove se ne sarà andato Gesù?
          “Egli se ne stava da solo lassù sul monte – dice il Vangelo -  ed era già quasi la fine della notte”. Sì, ma da quel monte, anche se era notte fonda e nessuno vedeva oltre il suo naso, Gesù quella barca la vedeva… La vedeva mentre era in preghiera, perché era per quei 12 che c’erano sopra che pregava. Li vedeva, li teneva sott’occhio con sollecitudine, con amore…Tant’è vero che “verso la fine della notte venne verso di loro camminando sul mare…”. Quel suo modo di fare, del tutto fuori dall’ordinario -  voleva dire: guardate che il vostro Maestro, il Signore al quale vi siete affidati, è più forte del vento e della tempesta. Lo sapevate? In teoria forse: ebbene,  ecco il momento di crederlo nella pratica, con ferma convinzione. 
        Quelli però si spaventarono, pensavano che fosse un fantasma. Pietro – che come sempre ci rappresenta tutti – ha un soprassalto di fede: “Se sei tu, Gesù, comanda che io venga verso di te camminando sulle acque…”. Avrà pensato: voglio provare se è vero che, affidandomi a te, sono più forte delle onde e del vento contrario… “Vieni!” gli dice Gesù. Ma per la violenza del vento s’impaurì e cominciò ad affondare: “Signore, salvami!”. Perché cominciò ad affondare? Pietro distolse lo sguardo da Gesù per compiacersi di se stesso; forse ha pensato: “Ma guarda! Chi l’avrebbe mai detto? Riesco perfino a camminare sulle acque!”. E’ allora che si accorse del vento, che era più forte di lui, e ne pagò il prezzo: cominciò ad affondare. Perché mai? perché è ciò che accade a tutti: se distogli lo sguardo da Gesù, ogni avversità non può che spaventarti, tutto è più forte di te e ti travolge…
          La nostra fede, fratelli, non cresce perché diciamo a noi stessi: “devo avere più fede”. Non matura per qualche soprassalto di fiducia in Dio ogni tanto. Noi possiamo dire che la Fede è viva e ci accompagna sempre solo se è adesione a Gesù Cristo senza interruzione alcuna, senza black-out… Perchè non è la nostra personale fedeltà, ma la fedeltà di Gesù che fa da fondamento alla nostra fede, cioè il fatto che lui ci vede, ci tiene d’occhio con amore, e non permette che siamo inghiottiti dalle onde.
           E allora qui comprendiamo anche quella vicenda del profeta Elia che ci riferiva la prima lettura. Elia, il più grande di tutti i profeti, si trovò a  vivere in un tempo in  cui tutto ciò in cui si credeva, sembrava andare allo sfascio. Fuggì nel deserto Elia,  salì il monte di Dio, il Sinai – per chiedergli spiegazioni; ma si accorse che Dio non era dietro i fulmini e le saette, nel fuoco e nel terremoto, come lui aveva sempre pensato: lo sentì presente quando tutto fu silenzio e quiete …
         Fratelli, sapete perché ci prende talora il dubbio che il Signore ci abbia abbandonati? Perché non sappiamo più apprezzare il silenzio, anzi, ci fa paura e cerchiamo rumori che ci tengano compagnia; e anche quando i rumori fuori di noi tacciono, dentro di noi continuano a risuonare: i rumori delle nostre apprensioni, dei nostri ragionamenti, di quei pensieri più o meno contorti che continuiamo a rimescolare nell’intimo…
         Anche il comportamento di Gesù è scuola per noi a questo riguardo. Lui si allontana dalle folle, dai rumori, e sale sul monte da solo, per stare in preghiera: per accorgersi che, aldilà di tutto, c’è il Padre che veglia sempre su di lui, e quindi dialogare con lui. Attenzione, fratelli! Senza questi ripetuti momenti, non si sta a galla: si affonda, travolti dalle onde e dalle tempeste.
         La fede – poca o tanta che sia - ci assicura che siamo costantemente accompagnati, custoditi dall’amore di Dio, dalla sua misericordia. Ma per accorgerci di questo, ed esserne sempre più convinti, occorre rompere ogni tanto con i rumori.
            Perché Dio non abita nei rumori. E’ il silenzio la sua dimora. E’ là che l’incontreremo.

 
 

Domenica 2 Agosto - 18° del Tempo Ordinario

          Le Letture Bibliche: Isaia 55,1-3; Romani 8,35.37-39; Matteo14,13-21


        Non è detto che a questo mondo si debba essere per forza tutti egoisti e pensare solo a se stessi (ci saremmo dentro anche noi in tal caso!); non è detto che la maggior parte sia all’oscuro delle cose storte che accadono, dei soprusi, dei crimini perpetrati a danno di moltissimi innocenti… solo che troppo spesso si chiude ogni discorso dicendo: “E noi cosa possiamo farci?”. Come a dire: “niente”… e allora tanto vale cambiare canale e non pensarci più. Era più o meno così che ragionavano anche gli apostoli quella sera in cui Gesù disse loro:  “Date voi da mangiare a questa gente…”. Non si trattava di due o tre mendicanti, era una folla di migliaia di persone . “Ma come, Signore? Ma che dici? Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!”.  “Solo cinque pani e due pesci? Ebbene, portatemeli qui…”. Prese i cinque pani e i due pesci, pregò, poi spezzò i pani e i discepoli li distribuirono alla folla.  Tutti mangiarono a sazietà… erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini”.
         Cosa possiamo fare noi di fronte ai gravi problemi che affliggono l’umanità del nostro tempo? Niente, pensa più di qualcuno. E sbaglia. Sì, è una conclusione troppo comoda questa. Due cose, invece, possiamo fare: pregare e condividere.  Chi non prega mai, o lo fa con superficialità, si chiederà: cosa vuoi che possa fare la preghiera per risolvere i problemi dell’umanità? Forse che può riempire lo stomaco di chi ha fame o salvare chi sta scappando dalle guerre?
          A queste domande potrei rispondere semplicemente così: forse è poco quello che possiamo fare… ma vi pare che i grandi di questo  mondo, i responsabili della comunità internazionale, sappiano fare di meglio e di più?  La preghiera… Anche tra noi cristiani può insinuarsi qualche dubbio sull’efficacia della preghiera quando ci si trova di fronte a certi drammi di portata mondiale. Ebbene, se c’è un briciolo di fede in noi, eliminiamo quel dubbio: forse la preghiera non ha come effetto la risoluzione immediata dei problemi, ma … avete mai sentito parlare voi di “comunione dei santi”? E’ la logica dei vasi comunicanti.
         Quando i credenti avviano il dialogo con Dio, quel dialogo può  dare consolazione, coraggio, forza interiore e altro ancora, a quelli che per troppe sofferenze patite faticano persino a respirare. Sì, per la nostra preghiera Dio può fare quello che tante iniziative diplomatiche o politiche non vogliono o non sanno fare:  per esempio trasformare i cuori e le coscienze di quanti si sono votati al Male. Sì, per la nostra preghiera. E accanto alla preghiera (scusate se mi azzardo a dirlo)…magari anche un po’ di digiuno (siamo così solleciti a far diete quando ne va della salute o semplicemente della forma!). Digiuno vuol dire rinunciare a qualcosa che si ha per solidarizzare con chi non ha niente. Il digiuno rafforza, rende robusta la preghiera (che altrimenti potrebbe ridursi a una cascata di parole vuote che non costa niente…).
         Avrete notato che questo vangelo di oggi lo risentiamo ogni anno? I Vangeli sono quattro: ogni anno sentiamo la narrazione di questo fatto dei pani e dei pesci da parte di un evangelista diverso. E’ già un dato interessante questo: ogni papà, ogni mamma sa che certe cose ai figli si possono dire una volta ogni tanto, ma certe altre vanno dette e ridette spesso a costo di risultare noiosi, perché sono importanti, e i figli ci mettono tempo a farle diventare loro convinzioni personali. Anche per noi cristiani è così, certi insegnamenti del vangelo facciamo più fatica a farli nostri: li dobbiamo risentire spesso.
         Voi penserete: Cosa ci sarà mai di importante qui, che non l’abbiamo già capito una volta per tutte? Ecco, io dico “vangelo”, ma forse dovrei dire più esattamente “parola di Dio”, che come sapete arriva a noi ogni Domenica attraverso tre letture… Nella prima di oggi ad esempio il Signore ci dice: “Voi tutti assetati, venite… bevete e mangiate senza denaro, senza pagare…Perché spendete denaro per ciò che non sazia?”. Questo è un modo di parlare che fa a pugni con la logica di questo mondo. Perché a questo mondo (e soprattutto nel nostro occidente) c’è l’idea che “quello che non si paga non vale niente.  Soltanto ciò che si compra e si paga a caro prezzo, vale”. Sì, solo che prima o poi ce n’accorgiamo tutti: ci sono beni, ricchezze, realtà che non non hanno prezzo: l’amore vero, ad esempio, la fedeltà, l’amicizia autentica, l’onesta…e altro ancora: il loro valore non è stimabile in denaro. Ecco che allora molti - abituati come sono a valutare tutto in termini di Euro o Dollari - non le prendono neanche in considerazione: è a costoro che Dio dice: “Ma perché spendete denaro per ciò che non sazia? Venite a me: ascoltate e vivrete!”.
            Altra idea molto condivisa è quella che bisogna tenere ben da conto quel tanto o poco che si ha, e per aumentarne il valore occorre investirlo nel modo più intelligente possibile. Ebbene, il vangelo è di un’altra opinione. “Non abbiamo che cinque pani e due pesci” dissero gli apostoli quel giorno. Era una presuntuosa bugia oltretutto, perché un altro evangelista – Giovanni - precisa che, non eran loro, ma  un ragazzo, presente lì in mezzo alla folla, lui aveva cinque pani e due pesci. Il che è ancora più sorprendente: cosa potrà mai fare un ragazzo per risolvere i gravi problemi dell’umanità?
         (Io però stento a credere che quel ragazzo fosse l’unico ad avere con sé qualcosa da mangiare quel giorno… No, è stato l’unico a lasciar vedere quello che aveva semmai, perché tutti gli altri si son ben guardati dall’aprire le loro saccocce…). E allora il vangelo  ci propone  un’altra idea,  ben diversa da quella domi nante:  il modo per essere al sicuro – tutti – l’unico investimento affidabile, consiste in questo: condividere. Perché qui, a questo punto, entra un altro “azionista” (il più importante di tutti): Dio, il Padre nostro. E con questo risultato: “Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene… Erano cinquemila uomini”.
         Fratelli, forse riserviamo eccessiva attenzione ai beni da frigorifero,  da  guardaroba,  o  a quelli da investire nel modo più redditizio, e poca a  quelli  non  commerciabili,  che ci consentono invece di essere  più umani e di vivere con dignità. 
           Il vangelo di oggi comunque ce lo dice da dove cominciare: “Sceso dalla barca, Gesù vide una grande folla e ne sentì compassione… “.  Ecco l’atteggiamento adatto: la compassione,  ma quella operosa, attiva, non quella che porta a cambiare canale senza far niente. Ed è da Dio, da Gesù Cristo, che potremo re-impararla. Perché vedete: senza compassione forse  ci potrà essere  comunque  un futuro per l’umanità, ma sarebbe un futuro arido, cieco e disumano: per tutti.
             Dio non lo vuole così. E spero nemmeno noi, che siamo suoi figli.

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Domenica 26 Luglio - 17° del Tempo Ordinario

          Le Letture Bibliche: 1Re 3,5.7-12; Romani 8,28-30; Matteo 13,44-46

          “Come un tesoro nascosto in un campo”… Peccato che, oggi come oggi, sia finito il tempo dei tesori. Tesori nascosti sottoterra, da qualcuno che scappava e sperava poi di poter tornare a riprenderselo… (e invece non tornò affatto)… ecco, tesori così  probabilmente non ce ne sono più…Storie o leggende d’altri tempi. Il tesoro oggi lo si cerca altrove.
            Gli albergatori del nostro Trentino hanno trovato il tesoro nel turismo (che anche se conosce un po’ di crisi in questi ultimi tempi, tuttavia regge bene). E così tutti gli operatori turistici dei più famosi luoghi di vacanze: altrochè se hanno trovato la perla preziosa di grande valore… E proprio come nella parabola, anche loro investono tutto: non di rado anche l’anima (e la famiglia, e le persone che hanno accanto): tutto per quella perla di grande valore che è il fenomeno “turismo” nel nostro tempo.
          Altri, invece, hanno un fiuto speciale per un altro tipo di tesori: quando ci sono certe svolte di grande rilievo sullo scacchiere nazionale o internazionale, sanno sempre da che parte buttarsi per trarne vantaggio; intuiscono subito qual è la bandiera, o il personaggio giusto, alla cui ombra potranno fare i loro interessi. Anche loro hanno trovato il tesoro. Altri che invece non hanno saputo cogliere quell’opportunità, si sentono malpentiti…
       I litigi poi – per esempio quella litigiosità permanente che caratterizza coloro che dovrebbero promuovere il bene comune, proprio dalla ricerca del bene comune sarà motivata, o non piuttosto dall’ansia per il tesoro (cioè il potere)? da conservare, per chi ce l’ha – o da poterci metter su le mani, per chi non ce l’ha ancora… Mah, sarà pur vero che i tesori sottoterra ci  sono solo  nelle leggende,  ma questi altri tesori…
eccome che sono cercati con passione anche al giorno d’oggi!
          E allora io mi chiedo: dov’è finito Salomone? quel Salomone di cui parla ampiamente la Bibbia (e la prima lettura di oggi), che quando è diventato re ha chiesto a Dio: Signore, non ti chiedo ricchezza o potere, neanche lunga vita e successo…ti chiedo un cuore docile – docile a te – cioè saggio, per governare questo popolo con giustizia…
          Dov’è finito Salomone? quanti oggi ragionano come lui, tra quelli che hanno responsabilità sugli altri? Ma lasciamo stare quella categoria… Veniamo a noi: come ragioniamo noi, fratelli? L’abbiamo trovato noi il tesoro, la perla preziosa? E quale sarebbe? In cosa consiste?
           “Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo… chi lo trova va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo”. Beh, tanti o pochi che siano i nostri averi, è certo che solo per ciò che sta a cuore più di tutto si dà tutto: mezzi, tempo, interesse, impegno, diligenza, competenza … solo per ciò che sta a cuore più di tutto. Perfino la vita si dà. E quando un individuo è disposto a dare perfino la vita, vuol dire che il motivo per cui lo fa vale moltissimo ai suoi occhi: più della vita stessa, appunto.
          Il vero tesoro, secondo Gesù Cristo e stando al suo vangelo, è il Regno dei cieli.  Oh, può darsi che queste parole – Regno dei cieli -  a molti non facciano né caldo né freddo al giorno d’oggi… ma cerchiamo di tradurle nel linguaggio della nostra esperienza.
          Ci possiamo chiedere, ad esempio: mi interessa il fatto che Dio mi conosce e mi ama da sempre? Questo ha come conseguenza che tutte le cose che mi accadono, concorrono al mio vero bene – ce l’ha confermato proprio oggi san Paolo (era la seconda lettura: “tutto concorre al bene per coloro che amano Dio”: tutto sì, anche le cose storte, perché Dio, che mi ama come figlio, sa trarre il mio vero bene anche dalle cose storte…): mi sta a cuore questo? Chiediamocelo! E che questo Dio sia per me un papà che mi comprende, che mi avvolge di tenerezza, che mi dà vita, respiro e tutto, anche quando io gli volto le spalle…mi fa piacere?
           Mi interessa il fatto che, insieme a lui, la mia vita prenda un orizzonte sconfinato, tanto che io posso guardare con speranza anche oltre questa vita biologica: mi preme, mi interessa? e quanto?
            E poi ancora: che a questo mondo non siano le ingiustizie, le cattiverie, i soprusi a trionfare, ma che la vittoria sia… del Regno dei cieli appunto, che non è fatto di palazzi, di privilegi, di vitalizi… ma di giustizia, di solidarietà vera, di dignità e vita piena per tutti? Che se poi penso che questo Regno è già in mezzo a noi e cresce e procede verso questi traguardi: è cosa che m’interessa, mi fa piacere oppure mi lascia indifferente?
          Ecco qual è il tesoro di cui parla oggi il vangelo, fratelli: oh, non è mica tutto qui, beninteso…ma già questo dovrebbe bastare a smentire chi pensa che Regno dei cieli sia solo una vecchia teoria e nulla di più. No, è l’unica realtà invece. E’ tutto il resto semmai che è illusione e facciata. Basta poco per provarlo. Ma pensate un po’: se il tesoro per cui uno spende la vita è il suo patrimonio, o il conto in banca… beh  (ammesso che non subentri una svalutazione) quando la sua vita finisce… mica se lo porta dietro il patrimonio… Eh, no: la carta di credito non funziona per entrare nel regno dei cieli. Ma allora che tesoro è?  Tesoro o non piuttosto illusione?
         Forse a questo punto vi è chiaro cos’è la saggezza, cioè quella sapienza che la Bibbia apprezza così tanto!  capite  perché  Salomone  è  passato alla storia come il modello del vero sapiente?  “Signore, non ti chiedo né fortuna né lunga vita né ricchezza: dammi un cuore docile, che si lascia insegnare da te quali sono i valori e gli interessi per i quali val la pena spendere tutto…”.
          A questo punto possiamo anche fare dell’ironia, su certi falsi tesori di moda e su quelli che li cercano con tanta passione… Su quanti si affannano per possedere, per avere sempre di più senza essere mai sazi; ebbene, commiseriamoli, ridiamoci su: sono semplicemente stolti secondo il vangelo, che è come dire individui senza sugo, insipidi: i loro tesori assomigliano alle lucciole delle notti d’estate: durano poco, come sapete.  E dopo averli commiserati, pur senza alcuna cattiveria da parte nostra, torniamo con lo sguardo a questo benedetto Regno dei cieli, che è già in mezzo a noi.
            E cerchiamo di non distogliere mai l’interesse da quell’unico vero tesoro.  
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Domenica 19 Luglio - 16° del Tempo Ordinario

          Le Letture Bibliche: Sapienza 12,13.16-19; Romai 8,26-27; Matteo 13,24-43

           Tra tutte le erbacce che possono crescere in un campo di grano il Signore ha nominato espressamente proprio la zizzania: perché? E’ una mala pianta nel senso più vero della parola: è perfino attaccaticcia, quasi vischiosa, si avvinghia alle pianticelle del grano; a sradicarla però si rischia di danneggiare anche il grano. Meglio attendere la mietitura, secondo la parabola: allora si potrà separare il grano dalla zizzania.
          E’ una parabola. Quindi c’è un messaggio. Nell’intervallo tra la semina e la mietitura c’è tutta la storia di questo mondo; anche la storia di questo mondo di oggi, anzi, potremo dire che c’è la vita, l’esistenza di ciascuno di noi.
Che ci sia del buon grano è sicuro; lo riconosciamo ogni tanto e diciamo: sì, c’è ancora del bene a questo mondo, ci sono ancora delle brave persone, per fortuna…Il Vangelo, che ci dà gli occhi per vedere in profondità e le parole per dire quello che vediamo, chiama tutto ciò  “Regno di Dio”: l’ha seminato Gesù nella nostra terra… e cresce, cresce. Certo, se stai a guardarlo non te n’accorgi; come tutto ciò che è vivo cresce senza dare nell’occhio, senza far rumore… Il Regno di Dio si realizza così, anche nella nostra vita, anche nella storia di questo mondo di oggi.
          Certo, c’è anche la zizzania: è ben qui il problema. Zizzania è tutto l’opposto del Regno di Dio, è l’anti-vangelo: quindi menzogna, falsità, interesse egoistico, sopruso, materialismo, razzismo…sì, è di tante specie la zizzania. I servi, secondo la parabola,  vorrebbero estirparla. Chi sono questi servi? Quei tali che se la prendono con Dio e dicono:  “Perché Dio lascia che ai delinquenti vada sempre bene? Perché non li toglie di mezzo? Perché lascia trionfare l’ingiustizia, l’illegalità, l’ipocrisia? “Vuoi che andiamo ad estirparla questa zizzania?”. E senza attendere la risposta, molte volte i cristiani hanno cercato – con la forza – di estirpare tutto questo; han fatto crociate, alcuni le fanno anche al giorno d’oggi… inutilmente: non riescono ad estirpare la zizzania, e se pare che ci riescano, ecco che rispunta e cresce da un’altra parte, più rigogliosa di prima.
           Ah, certo, non è affatto bello né comodo convivere con la zizzania, cioè con il male in tutte le sue forme… Perché il male c’è. C’è nel mondo di oggi, c’è vicino a noi, c’è anche nella nostra vita. Ha la forma della cattiveria, dell’egoismo, che quando contagia le masse, le nazioni ha effetti perfino raccapriccianti. C’è nelle forme della superficialità, della smemoratezza, per cui l’umanità torna a ripetere gli stessi errori che aveva già fatto, come se fosse la prima volta che li fa… Il male ha anche la forma imponderabile della catastrofe, della malattia incurabile di fronte a cui si lotta sì, ma inutilmente…E anche chi crede in Dio ne paga un certo prezzo. E resta perplesso, e si domanda: “Perché Dio permette il male?”. Però sa che risposte soddisfacenti non ce ne sono,  neanche Gesù ha dato spiegazioni. Ha semplicemente detto che è giusto che sia così: il buon grano e la zizzania devono convivere nello stesso campo. “Padrone, vuoi che andiamo a estirparla?” chiedono i servi.  “No, potreste estirpare anche il grano. Lasciate che crescano insieme fino al tempo della mietitura… Allora si farà la cernita!”.
            E dove sta il vangelo, cioè la buona notizia, in questa parabola? Dio non ci ha fornito spiegazioni sul perché c’è il male a questo mondo: probabilmente non sono necessarie (le spiegazioni sono come le diagnosi dei medici: forse che basta fare la diagnosi di una malattia per guarirla? Eh, ci vuole ben altro!). No, Dio ci ha dato Dio qualcosa più importante delle spiegazioni. Per mezzo di Gesù, nell’esperienza di Gesù.
          Il male Lui l’ha accettato, l’ha portato con sé sulla croce, è morto a causa del male, ma con lui è morta anche la potenza sovrumana del male, tant’è vero che Gesù è risorto. La potenza del male invece no: sì continua a imperversare, ma continua a fallire, a morire.  Ciò vuol dire che Dio è più potente del male, tanto da potersene addirittura servire per i suoi progetti, che sono sempre buoni: progetti di salvezza, di vita, non di rovina.
         “Lasciate che grano  e  zizzania  crescano insieme  fino al giorno della mietitura…”. Io non so se vale anche per il grano, ma per il bene che noi possiamo fare vale senz’altro questo criterio: non sarebbe vero bene, non avrebbe la qualifica doc, se non maturasse a contatto con la zizzania, che ogni giorno lo mette alla prova. E una fede che non conoscesse la prova sarebbe una povera fede: fragile e leggera come una foglia secca. Questo ci porta allora a riconoscere che la zizzania non c’è solo fuori di noi, nel mondo, nella società: no, c’è anche nella nostra vita.
      Questo tuttavia non deve renderci pessimisti, anzi, proprio questa coscienza può rendere più bella, più limpida in noi l’immagine di Dio. Chi è Dio per noi, fratelli? E’ quel padre nel quale si combinano bene sapienza e misericordia: tanto è sapiente da tollerare anche la zizzania (per i suoi bei progetti di salvezza); tanto è misericordia da saper aspettare, da lasciare tempo al tempo, da attendere e sperare: sì, Dio spera sapete!? Che cosa spera Dio? Lascio la risposta a S.Agostino (che se n’intendeva anche per esperienza personale).
         “Chi è buon grano, continui ad esserlo fino al giorno del raccolto; ma coloro che sono zizzania, si cambino in buon grano. In natura infatti la spiga rimane spiga e la zizzania rimane zizzania; ma nel campo del Signore, cioè nella Chiesa, può  accadere il  contrario:  che  chi  era  frumento,  a  volte  si cambia in zizzania, e quelli ch'erano zizzania si cambino in frumento.” . Sì anche questo può accadere nel campo di Dio: può accadere …se non altro perché è già accaduto più e più volte in questi 2000 anni di cristianesimo.
  Ecco ciò che attende e spera Dio, nostro Padre.  Sarà ingenuo a comportarsi così? No, gli ingenui sono anche  un po’ stolti. Dio non è stolto: Lui è sapienza. E misericordia. Ecco perché ha pazienza. “Lasciate che zizzania e grano buono crescano insieme fino alla mietitura”.
       Fratelli, piuttosto che di estirpare la zizzania attorno a noi, preoccupiamoci di diventare grano sempre un po’ più buono e di restare grano buono fino al giorno della mietitura.
 




Domenica 12 Luglio - 15° del Tempo Ordinario

          Le Letture Bibliche: Isaia 55,10-11; Romani 8,18-23; Matteo 13,1-9

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Duemila anni fa’ non c’erano i giornali,  tantomeno c’erano internet e la posta elettronica che oggi quasi quasi li rimpiazzano…. Eppure… alcune parole, dette in un oscuro paese ai margini dell’impero romano, sono arrivate dappertutto, hanno fermentato le situazioni di tutti i popoli: ne son venuti fuori risultati eccezionali: moltitudini di persone buone e generose, frutti di giustizia e di carità, opere di cultura, di arte di valore intramontabile…Erano parole di Dio quelle. E quei tali che le dicevano (gli apostoli, Gesù soprattutto) non erano celebri oratori che incantavano le folle: le loro erano parole dette con semplicità, a volte anche la grammatica lasciava desiderare… Ciononostante hanno fecondato, trasformato la storia del mondo, perché dietro a quei suoni, a quelle voci, c’era una fecondità umile ma eccezionale nello stesso tempo: la potenza di Dio.
          Certo, in questi 2000 anni ci sono state anche brutture e vicende scandalose – e proprio all’interno di quei popoli che si dichiaravano cristiani… ma questo, se da un lato dispiace, dall’altro non può meravigliarci più di tanto: dipende da dove cade il seme buono e potente della Parola del Signore. Se cade su strada asfaltata, su terreno sassoso… oppure tra i rovi, è ovvio che non può portare frutto (la zizzania e le altre erbacce invece… avete notato? prosperano dappertutto!). Non meravigliamoci troppo se il terreno dell’umanità – e della Chiesa – è fatto anche di strada battuta, di pietraie e di rovi…Non meravigliamoci troppo se anche oggi è così e lo sarà anche domani… Gesù Cristo, esperto inventore di parabole, non chiude gli occhi su questo terreno così variegato, ma fa notare che qua e là c’è anche terra buona, e quando il seme cade su quella, il frutto non è solo abbondante, ma sovrabbondante, e in modo eccezionale! E’ la Parola di Dio il seme.
          Quello che “cadde su terreno buono diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno…”. Ora, per capire bene, fate attenzione a un particolare:  un grano di frumento in Palestina,  nel migliore dei casi, produce una spiga di 10… 12 grani… Qui siamo a 30, o 60, o addirittura a 100. Ecco dove voleva arrivare Gesù con la sua parabola: è questo il vertice, il clou! Ed è qui che scatta la sorpresa di quelli che l’ascoltano, perché si chiedono: ma di cosa sta parlando questo qui?
Ebbene, questo qui – cioè Gesù - è come se dicesse: sarà pur vero che tanta gente non ascolta… che altra gente ascolta sì ma non muove un dito… ma è anche vero che coloro che ascoltano davvero e soprattutto con il cuore – anche se pochi, sparpagliati qua e là, anche se sembrano individui insignificanti – petmettono a Dio di fare grandi cose, cioè di cambiare la faccia della terra, di dare una svolta decisiva e positiva alla storia di questo mondo.
             Lo ripeteva spesso Papa Benedetto XVI: “Sono sempre state le minoranze vive e creative a cambiare in meglio la società, anzi: la stessa umanità”. Chi sono queste minoranze creative nel cristianesimo?  Quei tali che accogliendo la Parola di Dio come terreno buono, le permettono di produrre frutto abbondante. Perché è potente, dinamica, feconda aldilà d’ogni immaginazione. Del resto, è forte ed efficace già la nostra parola umana… Ma pensate un po’ quanti effetti possono avere certe nostre parole! Una parola di promessa: fa sperare chi la sente… Una parola dolce: rasserena e riporta armonia… Una parola di consiglio: può orientare le scelte di chi l’ascolta…  Una parola bugiarda: può danneggiare…Una parola offensiva: provoca risentimento…  Una parola cattiva: ferisce e fa male… Ora, se già le nostre parole umane sono forti ed efficaci, soprattutto in certe occasioni, quanto più lo saranno quelle di Dio, se solo trovano un po’ di terreno adatto a lasciarle germogliare…
          Allora capite, fratelli: con questa parabola Gesù oggi vuole ridestarci alla speranza, alla fiducia… Sì, proprio nel guardare le nostre situazioni di vita, e anche l’andazzo della società e del mondo in cui viviamo. Pertanto sì, guardiamo pure le cose storte, non facciamo finta di non vederle… ma ricordiamoci che se vediamo sempre o soprattutto quelle,  il nostro sguardo è strabico, non è affatto uno sguardo cristiano. Perché noi cristiani possiamo abilitare i nostri occhi a vedere come vede il Signore, a guardare la realtà come la guarda Gesù, che vede senz’altro le spine e i sassi e la strada battuta, ma punta l’attenzione soprattutto su quel po’ di terra buona che c’è:  poca forse, piccolo quel terreno, ma il seme del Vangelo ha tutta la potenza di Dio e quel terreno, per quanto piccolo,  produrrà un frutto sovrabbondante, tale da compensare ogni perdita.
           Questo vale per noi preti (che di parole ne diciamo tante, e forse troppe), ma vale anche per chi educa, e i genitori in primo luogo, soprattutto quei padri e madri i cui figli già grandi sembrano aver dimenticato l’educazione che hanno ricevuto… e ne soffrono quei genitori. No, se siete cristiani non potete perdere la fiducia: c’è anche terra buona nei vostri figli, e non tutto è perduto quello che avete seminato: una parte ha trovato terra buona e  produrrà frutto abbondante, anche se voi forse non ci sarete più per poterlo vedere, ma abbiate fiducia: ci sarà quel frutto… ci sarà! Insomma, è a questo sguardo fiducioso che vuole condurci oggi Gesù con la sua bella parabola del seminatore. Poi, oltre che un invito alla fiducia, per noi qui c’è anche una provocazione ovviamente:  che tipo di terreno siamo noi, fratelli, quando ascoltiamo il Vangelo? Strada battuta… pietraia… rovi… terra buona?    Probabilmente ognuno di noi è un po’ di tutto…
​          Ma non pensate che via via che andiamo avanti dovremo curare meglio il terreno… e riservare sempre più terra buona alle parole del Signore? A quali altre parole riserviamo altrimenti la nostra terra buona? Alle chiacchiere di certi personaggi (che non nomino ma vi lascio immaginare), che sbraitano senza concludere mai niente? Siamo saggi, fratelli, lasciate che ve lo dica fraternamente: cerchiamo di essere saggi… Anzi, verifichiamo se lo siamo per davvero, ma verifichiamolo dentro la vita di ogni giorno, con una domanda  molto semplice che può essere questa: “Nelle situazioni in cui mi accade di trovarmi, mi viene  in mente qualche volta il vangelo di Gesù,  una frase, un’espressione?”.
         Buon segno se ti viene in mente: segno che la sua Parola è caduta su terra buona. Se invece non ti venisse in mente mai, in nessuna situazione… sarebbe un segno anche questo, sì: segno  che dovresti proprio darti una mossa se ti ritieni cristiano…
            E diamocela pertanto, fratelli, questa mossa. Se non altro per la soddisfazione di vedere quel seme del vangelo fruttare in grande sovrabbondanza: al 30, al 60, o addirittura al 100 per 1.
            E non chissà dove, ma proprio a partire da dentro la nostra vita.


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Domenica 5 Luglio - 14° del Tempo Ordinario

          Le Letture Bibliche: Zaccaria 9,8-10; Romani 8,9.11-13; Matteo 11,25-30

​           Perché Dio ha tenuto nascoste le sue cose ai sapienti e ai dotti? E perché mai le ha svelate ai piccoli? Oh, non che Dio faccia parzialità, il motivo è un altro: le cose di Dio solo i piccoli le sanno accogliere. I piccoli sono tutti coloro che sanno aprire le mani, la mente e soprattutto il cuore, per ricevere. Ricevere, per loro non è un problema: i piccoli sanno che la loro vita dipende da qualcun altro più grande di loro; lo sanno e l’accettano serenamente.
        
I sapienti e i dotti invece son quei tali che non vogliono dipendere da nessuno: fanno da soli, alla loro maniera, anche danneggiando il prossimo se necessario… Di solito sono persone che sanno qualche pagina più degli altri (il che può essere vero), ma si illudono facilmente  di sapere anche qualche pagina più del libro (il che è solo presunzione bella e buona, o meglio: brutta e offensiva). Ne abbiamo avuto una prova questa settimana: la cosiddetta Fraternità di San Pio X° (fondata dal famoso Vescovo Lefèbvre, che già si era separata dalla Chiesa Cattolica al tempo del Papa San Giovanni Paolo II), nei giorni scorsi, a Ecône (in Svizzera) ha compiuto un altro tragico gesto di ribellione e di rottura, nonostante l’accalorato invito di Papa Leone a non farlo. Forse qualche cristiano penserà: “Questi sono problemi che riguardano vescovi e preti, noi non c’entriamo…” eh, no fratelli,  la Chiesa è la nostra Famiglia più grande; se a far del male a una famiglia son quelli di fuori, quella famiglia ne  soffre, ma se quel male lo fanno alcuni che sono dentro, tutta quella famiglia ne soffre e ancora di più… “Scisma” si chiama questo atto, “lacerazione” vuol dire: e siccome la Chiesa è il Corpo di Cristo, e tutti noi siamo le sue membra, è come lacerare il Corpo del Signore… è il crimine peggiore che si possa fare contro di Lui.
          Ecco perché Dio ha nascosto le sue cose ai sapienti e ai dotti: Dio per costoro è solo un espediente per farsi strada e avere potere.
Nulla di strano, a questo punto, che  nel corso della storia certuni abbiano definito il Cristianesimo “religione dei semplici, cioè degli sprovveduti, di quelli che non sanno come va il mondo”…Nulla di strano che ci sia stato e ci sia tutt’oggi chi accusa la Chiesa di non saper stare al passo con i poteri forti delle multinazionali, dell’intelligenza artificiale,  e delle superpotenze che fanno l’alto e il basso nel mondo…
        Oh, sia chiaro: Dio non è contro la cultura, o la scienza, o contro le capacità del pensiero umano: è lui che ha creato noi e anche il nostro cervello, e ci chiede di adoperarlo. Ma è anche vero che non viviamo in un paradiso terrestre; la storia dell’umanità è abitata anche dal male, e la Chiesa non lo dimentica. La Chiesa sa che anche ciò che scaturisce dal cervello dei suoi può essere positivo e buono, ma può anche essere malvagio e nocivo.
      No, non sono la scienza e l’intelligenza che possono garantirci la salvezza. Se potessero, sarebbe comunque un’ingiustizia, perché solo i colti, gli intellettuali e gli scienziati potrebbero salvarsi: il che sarebbe un insulto a Dio.
          No, Dio è padre di tutti, e vuole la salvezza di tutti. Gesù la offre a ogni persona che gli apre il cuore con fiducia: perché il cuore e non il cervello, o la sua statura culturale? Perché lui stesso, e proprio nel vangelo di oggi. si presenta “mite e umile di cuore”. Dire cuore è dire accoglienza, perdono, amore. Di cos’altro ha bisogno ogni persona se non di questo? Qui, a questo livello, ognuno è così piccolo e semplice, che più semplice e piccolo di così non si può essere. A livello di cuore, tutti sperimentiamo la fragilità, la precarietà, anche la paura. Tutti vorremmo sentirci più sicuri, amati, tutti quanti: a prescindere dal fatto che siamo luminari della scienza oppure analfabeti. A livello di cuore tutti quanti abbiamo fame e sete di ristoro, e quanto spesso! E il Signore, che sa tutto ciò, proprio a questo si riferisce oggi: “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo su di voi…”. Forse a noi verrebbe da dire: “Ma come, Signore? Di giogo, di peso, guarda che abbiamo già il nostro e ci basta: è la nostra fatica del vivere, con tutto quello che comporta ogni giorno; è il peso, il cumulo delle nostre responsabilità, delle nostre preoccupazioni…Ci basta questo, Signore, come puoi pretendere di metterci addosso un altro peso ancora, un altro giogo oltre a questo che già abbiamo?”. Ma, fratelli, cerchiamo di capire! Non si tratta di un peso in più.
          Qui, pur sapendo di ripetermi, non mi stancherò di spiegare questa strana immagine che adopera Gesù: il giogo. Oggi non se ne vedono più, perché al posto di buoi, aratri e carri, si vedono solo trattori… ma una volta erano i buoi che tiravano gli aratri o i carri; il giogo era quello strumento di legno o di ferro che mettevano attorno al collo di due buoi in modo da farli procedere uno a fianco dell’altro; era collegato all’aratro o al carro con delle corde… e i buoi tiravano. Sì, ma attenzione a un particolare: il giogo era fatto per due colli appaiati, erano in due a tirare…  Allora è chiaro l’invito di Gesù “Perché vuoi portare da solo il giogo della tua vita? Prendi il mio giogo, e allora  il peso  del  tuo vivere  (le tue difficoltà, i problemi che ti trovi ad affrontare) diventerà non solo sop-portabile, ma leggero, perché saremo in due a portarlo: tu e io, il giogo è fatto per due”. A portare da soli il peso della vita, a volte, c’è da  soccombere. Con Gesù, che porta il suo giogo con noi e noi con lui, non solo il peso si fa più leggero, ma troviamo perfino ristoro. E se lo dice lui, possiamo credergli. E’ il Vangelo  quel giogo, fratelli. Il Vangelo non è affatto un peso che schiaccia, è un giogo che ristora. E rende liberi…“Imparate da me che sono mite e umile di cuore” ci dice oggi Gesù. Viene da sé che, se viviamo in amicizia con Lui, saranno la sua mitezza e umiltà di cuore a plasmare i nostri atteggiamenti. E questo vuol dire serenità per noi, vivere con serenità: vi pare poco? L’arroganza e la presunzione – esatto contrario dell’umiltà e della mitezza –  lasciamole ai sapienti e ai dotti che non vogliono dipendere da nessuno, neanche da Dio, e presumono di bastare a se stessi. Arroganza e presunzione sono le loro armi di difesa. Armi piuttosto spuntate e ridicole a dire il vero.
           “Venite a me, voi che siete affaticati e oppressi, io vi darò ristoro”. E’ per ciascuno di noi quest’invito oggi, fratelli: accogliamolo. E anche se camminiamo da peccatori, cioè zoppicando, camminiamo comunque con la Chiesa: non usciamo dalla strada. S.Agostino 1600 anni fa’ insegnava: Melius it  claudus in via, quam cursor praeter viam. Cammina più spedito uno zoppo sulla strada giusta che un provetto corridore fuori da quella strada.
          Cos’altro chiedere allora al Padre nostro se non di poter essere tra quei piccoli ai quali Lui rivela i suoi segreti, le sue cose più belle e più preziose?



 

Domenica 28 Giugno - 13° del Tempo Ordinario

          Le Letture Bibliche: 2Re 4,8-11.14-16; Romani 6,3-4.8-11; Matteo 10,37-42

           Certe valli, certi paesi dell'arco alpino sono veramente belli, più di altri, senza dubbio. E l’impresa turistica ha saputo mettere a frutto il loro fascino. Ma non sono belli perché la gente che vi abita sia più intraprendente, ma per il semplice fatto che sono collocati su uno sfondo che il sole rende ancora più attraenti. Sì, nei giorni di sole, perché se invece piove o c’è nebbia che copre tutto… a cosa si riuduce il fascino? Con la nebbia… tant’è la pianura padana che la montagna.
          Potrei anche fare l'esempio di certi quadri d'autore: se il museo che li possiede li appendesse a una parete mescolati con altri che non hanno niente di speciale, la loro preziosità sarebbe a rischio: quanti visitatori sarebbero in grado di apprezzarla?
          "Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me ... ". Beh sì, possono lasciarci sconcertati queste parole di Gesù nel vangelo di oggi, ma gli esempi che ho fatto (i paesi di montagna resi belli dal sole prima che dalle montagne, i quadri d’autore che troneggiano bene su una parete adatta) questi esempi non troppo banali possono aiutarci a capire anche il vangelo.
         L'affetto che nutriamo per i nostri cari, ad esempio, è tra i valori più grandi che fanno bella la vita: cosa sarebbe l'esistenza se non avessimo qualcuno da amare, e se non fossimo ricambiati, cioè amati da qualcuno? Sì, però il nostro affetto non può far miracoli: guarire una malattia ad esempio, far vivere qualcuno che invece muore: no, non basta il nostro amore per questo. Qui occorre qualcuno più forte, qualcuno che ami con una tale energia da superare anche questi limiti: ma esiste uno così?
          Noi cristiani lo conosciamo, sappiamo anche il suo nome: è Dio, il Signore, unica fonte della vita. Solo il suo amore è più forte del nostro, che invece è piuttosto povero e soprattutto limitato. Ecco perché Paolo, l’apostolo, esortava i suoi primi cristiani ad amare sì, ma nel Signore; era come dire: rendete più forti le vostre risorse d’amore: agganciàtele al vangelo, radicàtele saldamente nel Signore.
          Ecco ciò che intende Gesù quando affema: "Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me ... ". E’ come dire: non è saggio costui, non è abbastanza accorto; si illude di guadagnarci – facendo come gli pare e piace -  ma invece ci perde, e non poco, perché espone alla fragilità e alla precarietà la vita delle persone che ama di più. Magari ripete quel ritornello vecchio come il mondo "Ti amerò per sempre!";  non è vero, non può essere vero; non solo perché lui non vivrà per sempre, ma anche perché non sa se domani amerà ancora quella persona (l'esperienza di tanti fallimenti, di tante storie d'amore interrotte, ne è la conferma).
           Amare Dio prima e più di ogni persona, dare a Gesù Cristo il primo posto in assoluto, è il modo per mettere davvero al sicuro se stessi e la propria vita; ce lo ribadisce proprio oggi Gesù, anche se può sembrare paradossale ciò che dice: “ Chi avrà tenuto per se la propria vita, la perderà, ma chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà". Insomma,  chi lascia a Gesù Cristo il primo posto in assoluto, prima della sua stessa vita, costui realizza davvero la sua esistenza. E amando Lui, prima e più di ogni altra persona anche la più cara, mette al sicuro anche ogni persona che ama.
          In che senso "al sicuro"? Nel senso degli umori, per esempio; sì, perché sono alquanto volubili i nostri umori: ci sono padri e madri che amano il proprio figlio più di tutto, anche più di Dio (con un amore che alla fine è espressione di possesso più che di dedizione vera): ed ecco che quel figlio diventa per loro come un dio, vivono solo per lui, non gli fanno mancare nulla (e magari quello – da furbo! – ne approfitta). Dall'altra parte, invece, c'è il padre o la madre che può arrivare perfino ad eliminare il proprio figlio (drammi che ogni tanto accadono, sì: lo si sa): se non si ha nessuno sopra di sé che dia una regola di vita, si può arrivare anche a questo.
           Fratelli cristiani, amare Dio prima e più di tutto, è il segreto per mettere al sicuro la nostra vita e anche quella di coloro che amiamo: perché solo allora abbiamo Qualcuno che ci illumina e ci istruisce su cosa è giusto e cosa invece è sbagliato.
           Certi cristiani, tuttavia, pensano che quello che fanno per Dio,il Signore, sia tutto in perdita.  Pregare'al mattino e alla sera, leggere la Parola di Dio? “perdite di tempo! ... con tutte le cose che ci sono da fare, gli impegni, gli orari che non perdonano... non posso perdere il mio tempo con Dio! Partecipare alla Messa la domenica? L’unico giorno libero in cui posso fare quello che mi pare e piace? Nooo! meglio una bella scampagnata!”.
           S’illudono di guadagnare tempo rinunciando all'incontro col Signore… non si accorgono che in realtà, così facendo, squalificano, cioè tolgono qualità a tutto quello che fanno. E’ come mangiare cibi senza sale e illudersi che sono saporiti lo stesso.
          Dare a Dio il primo posto in assoluto  invece è il segreto per insaporire tutto quello che facciamo. Anche le montagne sono più affascinanti allora… E gli impegni, le attività di ogni giorno hanno un altro ritmo, anche un altro effetto, soprattutto li svolgiamo con un altro spirito, se abbiamo dato il primo posto al Signore all'inizio della giornata. Direi che perfino le pietanze che mangiamo, le primizie che gustiamo, tutto è più saporito quando ci ricordiamo che è Dio, il Creatore e la fonte di tutto questo.
           Quanto alla vita delle persone che ci sono care, se amiamo Cristo Gesù prima e più di loro quella loro vita è davvero al sicuro per un semplice motivo: allora non siamo solo noi, ma è soprattutto Lui a vegliare su di loro. Lo ripeto in fine: tutti i paesi sono belli se c'è il sole che li illumina; ma se non c'è, sono di una monotonia eguale per tutti.
          Amerai il Signore sopra ogni cosa, più di tutto e più di tutti, e con tutto il cuore: è regola di saggezza, fratelli. C'è tutto da guadagnare a comportarsi così.




Domenica 21 Giugno - 12° del Tempo Ordinario

                   Le Letture Bibliche: Geremia 20,10-13; Romani 5,12-15;  Matteo 10,26-33


          Di poche righe è fatto il vangelo di oggi. E in queste poche righe Gesù ripete per tre volte: “Non abbiate paura…”.  E’ come dire che il messaggio oggi è tutto qui, in questa calorosa raccomandazione: “Non abbiate paura…”. Ma … e di cosa potremmo, o dovremmo avere paura?
         Anche se abitiamo in un mondo parecchio agitato e caotico, le nostre situazioni sembrano ancora abbastanza tranquille; tutto sommato ci riteniamo fortunati. Da molte parti, proprio in questo mondo d’oggi, non è così. In quei Paesi dove guerra e attentati sono all’ordine del giorno, si sa cos’è la paura… La conoscono anche quei cristiani che proprio al giorno d’oggi in certi Paesi subiscono violenze, persecuzioni e non di rado la morte.
       388 milioni pare siano i cristiani che subiscono persecuzione e discriminazione nel mondo d'oggi; è come dire 1 cristiano su 7.   110 milioni di questi sono bambini. L’anno scorso – Anno Santo! - 4900 cristiani sono stati uccisi per la loro fede.
      Ma ci sono anche quei martiri (sconosciuti perché sono troppi) che per tutta la vita hanno fatto del bene, con costanza e generosità, ma sono sempre stati ripagati con pesci in faccia.
Eh, sì… ha un prezzo l’esser cristiani per davvero, fidarsi di Dio nonostante tutto, qualsiasi cosa accada. Ecco perché Gesù esorta: “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima… Abbiate paura piuttosto di chi ha il potere di far perire e l’anima e il corpo: ah, di questo sì abbiate paura!”.
        Allora, fratelli, penso che dovremo tirare una conclusione: noi –  che viviamo abbastanza tranquilli in questa società odierna – forse coltiviamo troppe paure sbagliate…e non badiamo a ciò che invece dovrebbe davvero farci paura… E cosa esattamente? Un pericolo. Quello di perdere la nostra identità di cristiani, riconoscendoci tali di nome ma non nella sostanza… Il pericolo di andare comodamente a braccetto con certi grandi egoismi e i piccoli ideali di questa società odierna, al punto che chi ci guarda, dice: “Voi siete eguali agli altri, siete come tutti”…
Il pericolo di riconoscere Gesù come Signore… a parole, in qualche occasione religiosa… ma di rinnegarlo poi nella vita di ogni giorno, con atteggiamenti, con scelte, con discorsi, che sono tutto il contrario del vangelo. Ecco il pericolo di cui avere davvero paura…
         Vedete, fratelli: è una bella cosa che la media della vita si sia alzata, che ci siano tante assicurazioni su tutto, l’assistenza sanitaria (anche se è un po’ in crisi di questi tempi), e con l’assistenza… tutto il resto: buona cosa. Ma se questo significa illudere la gente che la vita è tutta qui e quindi l’unica è godersela fin che si può… allora tutti questi vantaggi non sono altro che un grande imbroglio. Anzi, IL grande imbroglio! Ecco perchè  il Signore ci mette in guardia: “Abbiate paura di chi ha il poter di far perire anche l’anima oltre al corpo: di questo sì abbiate paura!”. Perché voi avete un’anima: è questa che vi fa grandi, che vi farà vivere per sempre (oppure, che potrebbe rovinarvi per sempre).
         Fratelli, che fare allora? Ecco: mettiamoci nelle condizioni di non provare paura: mai, né in questo mondo, né di fronte a Dio… quando gli arriveremo davanti. Voglio dire: tiriamo fuori la nostra dignità di cristiani – e se per caso l’avevamo nascosta sotto un secchio (come dice il Vangelo) rimettiamola al centro della nostra vita, e che la si veda… Non temiamo di farci vedere cristiani, di lasciar trasparire dalle nostre parole e soprattutto dai nostri comportamenti che noi crediamo in Gesù, e che la nostra vita prende sapore dal suo vangelo… E se questo comporta qualche sacrificio, qualche prezzo da pagare… non lasciamoci prendere dalla paura: il Padre nostro non ci lascia soli, mai … ce lo garantisce oggi Gesù: “Due passeri, non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia”.
         Ecco, ecco il segreto di questa fiducia incondizionata: quel Dio in cui crediamo non è il misterioso enigma che molti pensano che sia, no: è “il Padre vostro”. Come potrebbe lasciarci perdere? Ma che Padre sarebbe? Ma anche se tutto fosse contro di noi – la cattiveria degli uomini, le prove, le batoste della vita – anche se tutto questo ci sommergesse, nulla di tutto ciò riuscirà a staccarci dal Padre nostro.  Che ci conosce, ognuno personalmente, molto meglio di quanto qualsiasi padre conosca suo figlio: “Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati! Non  abbiate paura: voi valete più di molti passeri!”. Insomma, un cristiano ha tutto il diritto di sentirsi come un bambino in braccio al suo papà.
 
     E ora lasciatemi dire una parola in questo senso anche ai nostri fratelli di madre-lingua tedesca che oggi sono qui a questa Eucaristia.
         Liebe Schwestern und Brüder!
Jesus ist in die Welt gekommen, um Gott als liebenden und barmherzigen Vater zu zeigen. Wie die Menschen in der Nähe von Jesus aufatmen und aufblühen konnten, so dürfen wir aufblühen, aufatmen, wenn wir an Gott denken.
Der Glaube schenkt uns Sicherheit, Festigkeit und Vertrauen. Wir dürfen Gott vertrauen und darum uns selbst. Wir sind berufen, als Nachfolger von Jesus, Zeugnis zu geben von Gott. Er hat uns geschaffen, weil wir ihm wertvoll und wichtig sind. Das zeigt Jesus mit seinen Worten „Ihr seid mehr wert als viele Spatzen!“ „Bei euch sind sogar die Haare auf dem Kopf gezählt!“ . Diese Worte Jesu machen Mut.
Wir dürfen uns trauen, Christen zu sein. Wir dürfen mit Mut unseren Glauben vertreten,  denn Gott steht zu uns. Stehen wir auch zu Gott? Die heilige Theresa von Avila war davon überzeugt und sagte oft: "Gott und ich …sind immer in der Mehrheit!"

    Santa Teresa d’Avila era solita ripetere con  brio: „Dio e io… siamo sempre in maggioranza!“  
Solo questa  fiducia incondizionata  libera in noi la possibilità di essere davvero cristiani, cioè testimoni non di nostre idee o visuali, ma del vangelo vero, dei suoi valori e dei suoi ideali: “Chi mi riconoscerà davanti agli uomini – ci dice oggi il Signore – anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio”.
Insomma, l’unica paura legittima per noi è quella di essere cristiani soltanto nella scorza...
      Certo, non basta il caldo dell’estate a far maturare in noi questa convinzione e la fiducia incondizionata di cui ho parlato: qui ci vuole proprio lo Spirito Santo. Che il Padre nostro ce lo conceda in abbondanza. 





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Domenica 14 Giugno - 11° del Tempo Ordinario

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                                      Le Letture Bibliche:
Esodo 19,2-6;  Romani 5,6-11;  Matteo 9,36-10,8


​        Fabbriche che chiudono i battenti, aziende che riducono gli organici, operai sul lastrico, disoccupazione: ci stiamo perfino abituando a questo stato di cose… rischiano di non far nemmeno più notizia.
Non è di questo comunque che intendo parlare (anche se è una realtà drammatica, specialmente per coloro che ne sono toccati da vicino), questo però non è un comizio sindacale ma una celebrazione dell’Eucaristia.    Qui si annuncia il vangelo. Queste situazioni problematiche tuttavia ci consentono di capire meglio il vangelo, specialmente là dove oggi il Signore esorta: “Pregate il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe”.
         Ecco, il Regno di Dio ha bisogno di collaboratori. E’ un’azienda che non mette operai sul lastrico, anzi: qui si cercano operai. E la prima condizione per trovarli è questa: “Pregate il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe”. Eh sì, che qui ci siano gli operai, dipende anzitutto da lui, dalla sua chiamata: la voglia di ingaggiarsi solo lui la può far sorgere nell’intimo delle persone. Non è competenza mia né di nessun altro  convincere con chissà quali argomenti. Qualcosa però io debbo dire, se non altro per chiarire un aspetto che chiaro ancora non è, o lo è solo in teoria…
        Per esempio, che l’esser cristiani non è una specie di assicurazione sulla vita che paghiamo a Gesù Cristo, o il modo migliore per garantirci un’esistenza soddisfacente e una buona uscita alla fine (che va sotto il nome di paradiso…). Esser cristiani è entrare come operai nel cantiere di Dio: eh, lo so che questa idea stenta a passare, a diventare convinzione personale… Siamo così preoccupati ciascuno di noi per se stesso – o tutt’al più ciascuno per i suoi familiari – che quello che facciamo “extra” (per esempio nelle varie forme del volontariato) lo sentiamo come un …”extra” appunto, una specie di straordinario… e magari ci riteniamo anche bravi. No, fratelli, credere in Gesù Cristo è proprio mettere lui al centro: invece che noi stessi, con i nostri interessi o con i nostri problemi… Ma è possibile questo? E’ fattibile? Non sto dicendo assurdità per caso?                   Portate pazienza, risponderò. Prima però completiamo il ragionamento: se Gesù Cristo è il centro della tua vita, allora è ovvio che al primo posto non vengono i tuoi interessi, ma i suoi ideali; e le urgenze che più ti stanno a cuore non sono più le tue, ma le sue… Allora t’accorgi che tutto ciò che è tuo – positivo o negativo, bello o brutto – non è che scompare, ma passa al secondo posto: e allora cominci a guardare tutto con più equilibrio, con un sano distacco, e ogni tuo impegno lo porti avanti con padronanza, soprattutto senza affanno… 
​          Ecco, ho già risposto: ognuno è libero di considerare utopia, teoria ciò che dico, ma sappiate  che è tutto di guadagnato lasciare a Gesù Cristo il posto centrale della nostra vita. Tutto di guadagnato permettere a Dio di accendere in noi quella scintilla, quella voglia di diventare operai nella sua messe. Ce l’ha assicurato del resto, è scritto nel Vangelo e non è mai stato smentito: “Cercate anzitutto il mio Regno e la sua giustizia: allora tutto il resto vi sarà dato in aggiunta!”.
           E’ un cantiere molto esteso quello del regno di Dio, perché prende dentro le nostre famiglie, il nostro vicinato, i nostri luoghi di lavoro e di svago… tutto. Non c’è ambito, non c’è situazione umana, che sia esclusa da questo cantiere, o da questa messe che attende mietitori….
        Qui però c’è un’altra cosa da chiarire. Quando vediamo Gesù che chiama i dodici apostoli, e poi sentiamo i loro nomi, smettiamo di pensare che la cosa riguarda tutt’al più… vescovi, preti, frati e monache, o missionari… Usciamo da queste strettoie. “Dodici” vuol dire tutti nel linguaggio del Vangelo. Quei nomi sono elencati per dire: guardate che sono nomi come i vostri… potete metterci i vostri in quell’elenco. Non siete cristiani voi? Non cercate di seguire Gesù Cristo voi? E perché lo fate? Forse per vostra scelta?… O perché, invece che seguire Maometto, avete preferito Lui? No, fratelli: voi lo seguite perché Lui vi ha chiamati a seguirlo. Sì, questa dev’essere la prima convinzione di tutti noi cristiani: è lui che ci ha chiamati. E personalmente, uno ad uno, oltretutto.
           Ma è il bello della vita cristiana questo, anzi, il bello dell’esistenza tutta quanta, perché – vedete -  sì, è entusiasmante avere un traguardo da raggiungere, un progetto di famiglia, un interesse, un obiettivo professionale… ma i nostri progetti – se pure si realizzano – passano abbastanza in fretta: quello di Dio no, non passa, e chi lo fa suo, chi accetta di ingaggiarsi con lui, non va mai in pensione, ma neanche quando muore!
           Fratelli, diventare operai nella messe di Dio – che è il suo Regno in questo mondo – non è accantonare i nostri progetti personali, o addirittura eliminarli… no: è collocarli su uno sfondo, su un orizzonte più grande, più ampio, senza il quale sono soltanto provvisori… e anche piccini alla fin fine… A tutti accade di voler toccare il cielo col dito… per poi accorgersi che il cielo è sempre più in su del nostro dito.
           Insomma sì, è proprio noi che chiama il Signore. E’ proprio noi che manda nella grande messe di questo mondo. Per fare che? “Strada facendo, predicate che il Regno dei cieli è vicino…”. Allora, a quei tempi, la gente capiva, non c’era bisogno di spiegare cos’era il Regno dei cieli: lo attendevano tutti. Oggi, no…non dite al primo che incontrate: “Guarda che il Regno dei cieli è vicino”, perché quel tale vi guarda come dei marziani… Qui non è questione di parole anzitutto, ma di atteggiamenti.  E quali,  precisamente?   E’ proprio il vangelo di oggi che ce li presenta: “Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione perché erano come pecore senza pastore”…
          Non pensate che la stessa compassione Gesù Cristo  la prova anche oggi, per questa società del nostro tempo, governata da pochi onesti e da molti opportunisti? Compassione per gli uomini e le donne d’oggi, che magari si gloriano di non  seguire nessun pastore, ma alla fin fine si ritrovano intruppati sotto il dominio di mercenari, senza accorgersene? Si parla di primato delle coscienze… il problema è che invece che delle coscienze il primato rischia di appartenere a chi plagia le coscienze, e le porta dove vuole! Ebbene, annunciare il Regno di Dio in un mondo così, cos’altro può voler dire se non aprire gli occhi e provare compassione, la stessa di Gesù Cristo?
         Oh, non è solo un bel sentimento la compassione: spinge poi a rimboccarsi le maniche  e a fare quel tanto o poco che si può fare; ma prima di tutto ci dev’essere l’atteggiamento. 
          Fratelli, disponiamoci a provare ogni giorno compassione: apriamo gli occhi e vedremo che le situazioni che la provocano non mancano mai. 




​Domenica 7 Giugno -  CORPUS DOMINI

               
​Le Letture Bibliche:
 Deuteronomio 6,2-3.14-16; 1Corinzi 10,16,17; Giovanni 6,51-58


      “L’unione fa la forza” si è sempre detto. La divisione, invece… provoca debolezza. Lo sanno le Associazioni, le Cooperative, i Partiti, la Chiesa stessa lo sa…
Noi cristiani non abbiamo nessuna smania di essere particolarmente forti: ci basta sapere che è forte quel Dio in cui crediamo. Quanto a noi,  ci basta sapere che possiamo guardarci negli occhi senza diffidare gli uni degli altri, stringerci la mano con naturalezza e sentir passare una corrente di fraternità, e quindi camminare ogni giorno con il piacere di non essere soli…Questo ci basta.
            E questo ci dà il Corpus Domini, che non è solo una festa  una volta l’anno ma l’Eucaristia, la Messa di ogni Domenica. “Poiché vi è un solo pane – erano le parole di san Paolo poco fa’ – noi, benché molti, siamo un solo corpo: tutti infatti condividiamo quell’’unico pane”.
Sì, tutti. Siamo diversi per età, per provenienza, tra noi non c’è nessuno eguale a un altro…ognuno di noi ha la sua testa, le sue idee su tante cose…Ma abbiamo bisogno di trovarci uniti perché le differenze – da sole - fanno trionfare l’individualismo,  e l’individualismo è una piaga che indebolisce, rovina e uccide. Noi abbiamo bisogno di credere che quello che ci unisce è più importante, è più forte di quello che ci divide. E quello che ci unisce è Gesù, è l’Eucaristia.
             Questa festa dal nome antico e latino (che però molti ricordano) – Corpus Domini (Corpo del Signore) – di solito è caratterizzata da una processione: si cammina con il Signore (per le vie del paese) non per fargli prendere aria (non ne ha bisogno lui!), ma per ricordarci – noi! – che è nella vita che egli ama abitare. E la vita – voglia o non si voglia - è cammino; anche per chi fosse costretto all’immobilità, il tempo passa, la vita è cammino anche per lui. 
         Ebbene, ecco il Vangelo, la bella notizia: quel Gesù che incontriamo in chiesa all’Eucaristia, cammina con noi tutti i giorni fuori dalla chiesa; che lo sappiamo, o lo dimentichiamo, è così…ed è una certezza bellissima.
           Qualcuno potrà pensare; ma… non possiamo camminare da soli? Beh, vedete, siccome si vive una volta sola, ed è sempre la prima, si può anche sbagliare strada… ed è una brutta eventualità che può capitare a tutti… 
          L’Eucaristia, che ogni Domenica celebriamo, è sostare, è fare tappa con Gesù, che nel vangelo ci dice se la strada è giusta oppure no, e soprattutto ci dà la carica per riprendere a camminare. Oh, lui è sempre con noi anche nei giorni dal lunedì al sabato: ma siccome è un compagno molto discreto che non si fa notare, forse noi non ce n’accorgiamo… però quando arriva la Domenica, allora sì! Allora è saggio riservargli il primo posto. Presumere di conoscere bene una strada che si percorre per la prima volta, è da sciocchi, da irresponsabili…
        D'altro canto, quando si parte – anche solo per pochi giorni -  si prepara sempre con cura tutto quello che serve… Ebbene, fratelli. l’Eucaristia è sempre al primo posto in quel viaggio che è la nostra vita?
Dire “viaggio” però è una metafora…Che cos’è, in fondo, la vita? L’esperienza che abbiamo noi, che hanno tutti, della vita… siamo sicuri che sia quella giusta, quella piena, o è solo parziale? E poi… perchè vivere? Per che cosa? Per chi?
         Oggi è a domande come queste che il vangelo risponde, basta osservare quanto spesso parla Gesù della vita in queste poche espressioni che abbiamo ascoltato poco fa’: “Io sono il pane vivo…se uno ne mangia vivrà in eterno… Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo…Se non mangiate la mia carne e non bevete il mio sangue non avrete in voi la vita…Chi ne mangia e ne beve invece ha la vita eterna… Chi mangia di me vivrà per me…Chi mangia questo pane vivrà in eterno…”.
            Beh, bisognerebbe proprio essere tonti per non capire che qui è in gioco la nostra vita.
E qui lasciatemelo ripetere: sentendo parlare di vita eterna c’è sempre chi pensa all’aldilà… Ebbene no, fratelli, aggiustiamo la visuale:  la vita eterna comincia ora, nell’aldiqua. Gesù afferma che chi mangia la sua carne e beve il suo sangue HA la vita eterna: fin d’ora, già da qui, adesso.
           E vivere fin d’ora una vita eterna significa stare a questo mondo sapendo che se ci siamo è perchè Dio ci ha pensati ed amati…
           Vivere fin d’ora una vita eterna è vedere la mano buona di Dio attorno a noi ogni giorno: nelle persone e in tutte le  creature che ci circondano …
         Vita eterna è vivere per qualcosa di grande. E’ come aggrapparsi solidamente a qualcosa che nulla potrà far vacillare; allora nemmeno la morte potrà portarci via e farci scomparire nel baratro del nulla, perché noi vivremo per sempre. Tutto questo non perché lo dice un prete qualsiasi come sono io, ma perché ce l’assicura lo stesso Gesù Cristo: “Io sono il pane vivo” – ci dice. “Chi mangia di me vivrà per me…Chi mangia questo pane vivrà in eterno…”.
            Quando si entra in certe antiche e famose cattedrali, uno degli ambienti da visitare è il “Tesoro”: il Tesoro della Cattedrale”: tante preziose suppellettili sacre d’inestimabile valore, certamente…
          Ma il vero tesoro della Chiesa non è quello; non è fatto di calici d’oro e magari incastonati di pietre preziose, di paramenti sontuosi riccamente ricamati, di quadri dipinti da celebri artisti… no. Tutto questo può anche essere rapinato o andar distrutto, perché il vero tesoro della Chiesa è un altro: povero e semplice in apparenza perché ha la forma del pane, ma quel pane è “vivo”, è il Signore Gesù: ha preso le fattezze del pane per farci capire quanto è essenziale, irrinunciabile, vitale.
             Questo è il vero tesoro della Chiesa.
             E siccome Eucaristia vuol dire “ringraziamento”, la Messa di oggi è occasione privile
giata per dire a Dio il nostro “grazie” nel modo più caloroso e più degno che conosciamo. 





​Domenica 31 Maggio - Santissima Trinità


               Le Letture Bibliche: Esodo34,4-6.8-9; 2Tessalonicesi 13,11-13; Giovann9i 3,16-18


               La gente che vive nel deserto non sa cos'è l'individualismo. Nel deserto non si trovano persone che vivono da sole, isolate, distanti le une dalle altre, perché nel deserto da soli non si può sopravvivere: nel deserto si può vivere soltanto insieme. Ecco allora che le persone si trovano sempre in una famiglia, le famiglie formano i clan, i clan formano le tribù. Quando passa qualcuno, si fanno in quattro per ospitarlo: gli offrono da mangiare, da bere, la possibilità di riposarsi. Nel deserto, da soli, si muore. La gente del deserto lo sa; ecco perché vivere – per quella gente – vuol dire “vivere insieme”.
          Quando Dio, il Signore, ha deciso di intervenire nella nostra storia umana per raddizzarla verso una mèta più soddisfacente, ha cominciato con un popolo ben preciso: un popolo che viveva nel deserto. Ce n’erano tanti popoli a questo mondo, forse anche migliori di quello, più evoluti, più ricchi di risorse; perché mai avrà scelto quello?
             Oggi, proprio in questa domenica – Festa della Santa Trinità - sappiamo il perchè. Noi lo chiamiamo Dio, il Signore Dio. A volte (ingiustamente) lo immaginiamo come un personaggio lontano, solitario… Ebbene, no: Dio, il Signore-Dio, è famiglia, è Comunità di persone. Le conosciamo anche – almeno di nome (tant’è vero che le nominiamo spesso): il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo. Se il Signore Dio fosse un personaggio unico e lontano, tutto chiuso nella sua solitudine, si sarebbe scelto un popolo di individualisti, dove ognuno vive per conto suo, totalmente indifferente agli altri. Ma poichè è famiglia (e in quella famiglia il Padre non fa nulla senza il Figlio, e lo Spirito Santo è il legame vivo d’amore tra loro due), ecco che si è scelto un popolo del deserto; un popolo nel quale da soli non si può sopravvivere, un popolo per il quale esistere vuol dire “vivere insieme”. Anzi, vivere gli uni per gli altri.
           Il Signore Dio ha sempre avuto una gran voglia di venire ad abitare tra gli uomini, ma dove c’è chiusura, divisione, individualismo, non si trova a suo agio. Si trova …abbastanza bene là dove la gente si incontra, dialoga, si aiuta, sa fare festa insieme. Ecco perché siamo qui a celebrare insieme l’Eucaristia nel giorno del Signore. La certezza di incontrare il Signore Gesù ce l’abbiamo soltanto quando ci raduniamo insieme. E’ l’incontro di due famiglie quello che avviene qui: la famiglia di Dio (il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo) e quest’altra famiglia che siamo noi riuniti per l’Eucaristia.
           Ma è poi importante questo incontro? Si può tralasciare senza conseguenze particolari? E’ come chiedere: è proprio necessario far parte di una famiglia? Si può venire al mondo, crescere e vivere, senza una famiglia? Beh, dal punto di vista dell’intelligenza artificiale può darsi che sia possibile, ma resta qualche dubbio, qualche perplessità a dir poco.
              Quanta fatica, a volte, spiegare alle persone che il Cristianesimo non è una religione “fai da te”, dove ognuno prende quello che gli pare e piace, quando ne sente il bisogno, o quando ne ha voglia! Sono state fatte battaglie per la libertà dell’individuo, leggi sulla privacy… perché si ritiene giusto e dignitoso poter essere indipendenti gli uni dagli altri. Ma da questo…al vivere da individualisti, il passo è breve. Non vi pare che con questo modo di fare stiamo costruendo il deserto attorno a noi? Ah certo, meraviglioso, stupendo il deserto fin che lo si percorre da turisti a bordo di fuori strada, ma quando finiscono i panorami e si è costretti ad affrontare la solitudine, l’aridità, il non saper dove andare, allora è il dramma. Quanti drammi di solitudine, di deserto, e quindi di disperazione, in questa società del nostro tempo!
             Più di qualcuno al giorno d’oggi fa notare che, dopo aver proclamato i diritti dell’uomo, forse sarebbe ora anche di proclamare i doveri che abbiamo gli uni verso gli altri. I diritti, senza i doveri, non stanno in piedi; favoriscono l’individualismo, la legge della giungla, la solitudine soffocante alla fin fine. Diritti e doveri insieme ci vogliono per assicurare “umanità”, solidarietà e dignità.
           In ogni caso, Dio – il Signore in cui crediamo – non è un riccio chiuso su se stesso, tutto soddisfatto della sua privacy… Dio è mistero sì, ma “mistero di famiglia”, cioè vita sovrabbondante e condivisa, che si apre e si dona: “Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio unigenito…” ci ricorda il Vangelo di questa Festa. E questo è un dato di fatto, fratelli, questa è storia, questa è la realtà della nostra Fede: noi la possiamo toccare con mano quando ci troviamo insieme, come stiamo facendo anche oggi in questa Eucaristia. Qui, la famiglia di Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo - incontra quella famiglia che siamo noi tutti. Fuori da qui, fuori da questo momento, io non so se sia possibile incontrare Dio; o meglio: possibile sì, lo è, perché è con ogni donna e con ogni uomo che Dio cammina, ma il problema è riconoscerlo, averne la percezione, perché è una presenza misteriosa e discreta la sua, che non dà nell’occhio: ci occorrono delle indicazioni, dei segnali. Dove li troviamo se non in quelle parole della Bibbia, del vangelo, che sentiamo la domenica all’Eucaristia? E’ qui che impariamo a conoscere i gusti di Dio e i suoi connotati. Altrimenti rischiamo  di camminare con lui tutti i giorni senza mai riconoscerlo. La religione fai da te, quando e come vuoi, ognuno per  conto  suo…   è  la  strada  dell’illusione  religiosa,  non  è certamente la strada della Fede. Su questa infatti si cammina soltanto assieme: noi e Dio insieme a noi.
            Oggi san Paolo  ci   ha detto: Siate gioiosi (come si può essere gioiosi… da soli? Non è possibile). Fatevi coraggio a vicenda, continuava l’apostolo  (e tutti sappiamo che il coraggio uno non se lo può dare …da solo), abbiate gli stessi sentimenti (è stando insieme che si diventa più umani; da soli ci si impoverisce). E allora – conclude Paolo - l’amore di Dio Padre, la grazia del Signore Gesù, la comunione dello Spirito santo, sarà certamente con voi.
             Che questa sia davvero e sempre anche la nostra esperienza.




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​Montagnaga di Pinè
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