N A T A L E
Domenica 11 Gennaio - Battesimo del Signore
Le Letture Bibliche: Isaia 42,1-4.6-7; Atti degli Apostoli 10,34-38; Matteo 3,13-17
Anche se al giorno d’oggi sono più frequenti i funerali (e lì non occorre dare tante spiegazioni), capita ancora di celebrare ogni tanto un Battesimo, e visto che non solo in città ma anche nei paesi ci sono persone di altre culture o religioni, potrebbe accadere che qualcuna di loro un giorno ci domandi: cosa significa Battesimo? Che cos’è? “E’ quello che si fa per diventare cristiani…” potreste rispondere. Beh, è già qualcosa poter dire così, ma non vi pare che sarebbe meglio conoscere il senso giusto di certe parole, soprattutto se sono importanti?
“Battesimo” vuol dire “immersione”, ecco cosa significa la parola Battesimo. Immersione nell’acqua, ovviamente, magari gettandosi dal trampolino di una piscina. Gesù è entrato nell’acqua di un fiume, con tanta altra gente che vi si immergeva come lui, su invito di Giovanni Battista. Noi per fare il Battesimo ci limitiamo a versare un po’ d’acqua sul capo… ma in certe Chiese cristiane - come quelle orientali ad esempio - si battezza sempre per immersione.
A voler essere esatti però, non è questa la vera immersione che ha provato Gesù: è un’altra, d’altro genere. Per questa si fa presto: si entra nell’acqua e poi si esce (un po’ come quei turisti che presumono di conoscere la cultura di un paese solo perché ci sono stati qualche giorno in vacanza…). No, Gesù ha provato un’altra immersione, che è durata tutta la sua vita; anzi, ad essere precisi, non è ancora finita. Ricordate il bell’annuncio del Natale? “Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”. Solo che al posto di “abitare” il Vangelo usa un’altra espressione: “ha piantato la sua tenda in mezzo a noi…”. “Tenda” notate bene, non però quella di campeggiatori o turisti che l’adoperano per qualche giorno, ma una tenda comne quelle di chi vive nel deserto e che è la sua abitazione per tutta la vita: una dimora sempre provvisoria, comunque, perché nel deserto si è nomadi, ci si sposta in continuazione. Dio ha cominciato la sua storia in questo mondo con dei nomadi: Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè… perché mai? perché la vita è cammino, si dice; vivere è cambiare in continuazione. E Dio vuol stare al passo con noi che viviamo in questo mondo… perciò preferisce la tenda alla costruzione di mura… “Il Verbo, il Figlio di Dio, si è fatto carne e ha piantato la sua tenda in mezzo a noi, per stare al passo con noi”. Stare al passo nel senso di vivere, cioè provare tutto ciò che proviamo noi; in altre parole: è nella nostra esperienza umana che si è immerso Gesù. Ha condiviso i passaggi abituali di questa nostra avventura che è la vita; sì, è già adulto quando arriva al fiume Giordano, ma questo vuol dire che prima era stato bambino, poi ragazzo, poi adolescente, giovane… Questo vuol dire che ha imparato a correre e a giocare con gli altri ragazzi per le strade e per le colline di Nazaret, ma ha anche imparato il mestiere di carpentiere da Giuseppe…Ha provato l’ebbrezza del far festa con gli amici e anche la monotonia del riprendere a lavorare dopo la festa; ha avuto i suoi momenti di entusiasmo e anche quelli di monotonia, ha sperimentato il bello e il meno bello della vita come tutti…
E’ chiaro allora fratelli il senso della parola immersione, cioè Battesimo? E’ qui per condividere tutto ciò che è nostro. Ma… proprio tutto? “Tranne il peccato” dice la tradizione cristiana: questo vuol dire che la sua esperienza del peccato non è fatta di trasgressore, di colpa – come per noi: noi il peccato lo conosciamo perché lo facciamo; lui lo conosce perché lo porta su di sé, ne paga il prezzo, e - per toglierlo di mezzo - ci muore sotto. Immergendosi nell’acqua del Giordano insieme a tutta quella gente è come se dicesse: prendo tutto ciò che è vostro, lo faccio mio senza eccezioni e senza sconti.
La sua missione la compie così Gesù. Porterà la buona notizia di Dio – che è vicino e costruisce il suo Regno tra noi – entrando nelle case della gente, camminando per le strade come tutti, passando in riva al lago, fermandosi nelle sinagoghe e in tutti gli spazi aperti dove la gente si raduna… e lo farà in tutta semplicità; sarà mite invece che arrogante, rispettoso verso ogni persona, comprensivo e compassionevole verso ogni debolezza.
Un metodo strano questo, se pensate che a quei tempi i portavoce dei potenti erano soliti gridare e ricorrevano anche alla violenza per farsi obbedire da tutti… Gesù, l’inviato di Dio, no: “Il mio servo – (dice oggi nella prima lettura) – non griderà né alzerà il tono… non spezzerà una canna che è già incrinata… non spegnerà la fiammella di uno stoppino che sta languendo…”. Semplicità e mitezza: ecco gli atteggiamenti del Verbo fatto carne che ha piantato la sua tenda tra noi. Non è affatto debolezza o mancanza di coraggio la sua; se si comporta così è perché lo sa: la sua bontà, il suo amore disarmante e disarmato l’avranno vinta su qualsiasi ostacolo.
E noi tutti – noi che per il Battesimo siamo diventati figli di Dio e quindi suoi fratelli – penso che sia su queste orme che è bene che camminiamo; è questa strada aperta da lui che siamo invitati a percorrere. Mitezza, semplicità, bontà, tolleranza, comprensione… qualcuno dirà: ma sì, le solite cose che dite da 2000 anni voi preti! No, fratelli, affatto: oggi queste sono cose nuove; vere e autentiche novità. Guardatevi attorno, toccate un po’ il polso della cultura di oggi, dei rapporti sociali, dell’opinione pubblica…Quanti hanno la sensazione di correre rischi, di essere assediati: da una crisi che porta con se non pochi problemi, da culture diverse che si vanno diffondendo, da una criminalità diffusa… e la reazione abituale qual è? L’intolleranza, che non si fa riguardo di ricorrere a metodi violenti e discriminatori. Torna frequente l’espressione che risuonava negli anni oscuri del secolo appena passato: “tolleranza-zero”!
Ebbene, lo stile del Servo, adottato da Gesù – fatto di mitezza, bontà e comprensione - non trovate che vada contro-corrente e sia ancora nuovo dopo 2000 anni?
E allora oggi, oltre che rinnovare la nostra adesione a questo Messia che è Gesù Cristo, chiediamo a Dio di aiutarci davvero, perché possiamo essere coerenti – nella mentalità e nei comportamenti – con quella dignità di figli suoi che proprio nel Battesimo abbiamo ricevuto in dono.
Forti nella mitezza, coraggiosi nella bontà, perseveranti nella comprensione: in tal modo il Cristianesimo sarà anche ai nostri giorni un'autentica novità.
Le Letture Bibliche: Isaia 42,1-4.6-7; Atti degli Apostoli 10,34-38; Matteo 3,13-17
Anche se al giorno d’oggi sono più frequenti i funerali (e lì non occorre dare tante spiegazioni), capita ancora di celebrare ogni tanto un Battesimo, e visto che non solo in città ma anche nei paesi ci sono persone di altre culture o religioni, potrebbe accadere che qualcuna di loro un giorno ci domandi: cosa significa Battesimo? Che cos’è? “E’ quello che si fa per diventare cristiani…” potreste rispondere. Beh, è già qualcosa poter dire così, ma non vi pare che sarebbe meglio conoscere il senso giusto di certe parole, soprattutto se sono importanti?
“Battesimo” vuol dire “immersione”, ecco cosa significa la parola Battesimo. Immersione nell’acqua, ovviamente, magari gettandosi dal trampolino di una piscina. Gesù è entrato nell’acqua di un fiume, con tanta altra gente che vi si immergeva come lui, su invito di Giovanni Battista. Noi per fare il Battesimo ci limitiamo a versare un po’ d’acqua sul capo… ma in certe Chiese cristiane - come quelle orientali ad esempio - si battezza sempre per immersione.
A voler essere esatti però, non è questa la vera immersione che ha provato Gesù: è un’altra, d’altro genere. Per questa si fa presto: si entra nell’acqua e poi si esce (un po’ come quei turisti che presumono di conoscere la cultura di un paese solo perché ci sono stati qualche giorno in vacanza…). No, Gesù ha provato un’altra immersione, che è durata tutta la sua vita; anzi, ad essere precisi, non è ancora finita. Ricordate il bell’annuncio del Natale? “Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”. Solo che al posto di “abitare” il Vangelo usa un’altra espressione: “ha piantato la sua tenda in mezzo a noi…”. “Tenda” notate bene, non però quella di campeggiatori o turisti che l’adoperano per qualche giorno, ma una tenda comne quelle di chi vive nel deserto e che è la sua abitazione per tutta la vita: una dimora sempre provvisoria, comunque, perché nel deserto si è nomadi, ci si sposta in continuazione. Dio ha cominciato la sua storia in questo mondo con dei nomadi: Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè… perché mai? perché la vita è cammino, si dice; vivere è cambiare in continuazione. E Dio vuol stare al passo con noi che viviamo in questo mondo… perciò preferisce la tenda alla costruzione di mura… “Il Verbo, il Figlio di Dio, si è fatto carne e ha piantato la sua tenda in mezzo a noi, per stare al passo con noi”. Stare al passo nel senso di vivere, cioè provare tutto ciò che proviamo noi; in altre parole: è nella nostra esperienza umana che si è immerso Gesù. Ha condiviso i passaggi abituali di questa nostra avventura che è la vita; sì, è già adulto quando arriva al fiume Giordano, ma questo vuol dire che prima era stato bambino, poi ragazzo, poi adolescente, giovane… Questo vuol dire che ha imparato a correre e a giocare con gli altri ragazzi per le strade e per le colline di Nazaret, ma ha anche imparato il mestiere di carpentiere da Giuseppe…Ha provato l’ebbrezza del far festa con gli amici e anche la monotonia del riprendere a lavorare dopo la festa; ha avuto i suoi momenti di entusiasmo e anche quelli di monotonia, ha sperimentato il bello e il meno bello della vita come tutti…
E’ chiaro allora fratelli il senso della parola immersione, cioè Battesimo? E’ qui per condividere tutto ciò che è nostro. Ma… proprio tutto? “Tranne il peccato” dice la tradizione cristiana: questo vuol dire che la sua esperienza del peccato non è fatta di trasgressore, di colpa – come per noi: noi il peccato lo conosciamo perché lo facciamo; lui lo conosce perché lo porta su di sé, ne paga il prezzo, e - per toglierlo di mezzo - ci muore sotto. Immergendosi nell’acqua del Giordano insieme a tutta quella gente è come se dicesse: prendo tutto ciò che è vostro, lo faccio mio senza eccezioni e senza sconti.
La sua missione la compie così Gesù. Porterà la buona notizia di Dio – che è vicino e costruisce il suo Regno tra noi – entrando nelle case della gente, camminando per le strade come tutti, passando in riva al lago, fermandosi nelle sinagoghe e in tutti gli spazi aperti dove la gente si raduna… e lo farà in tutta semplicità; sarà mite invece che arrogante, rispettoso verso ogni persona, comprensivo e compassionevole verso ogni debolezza.
Un metodo strano questo, se pensate che a quei tempi i portavoce dei potenti erano soliti gridare e ricorrevano anche alla violenza per farsi obbedire da tutti… Gesù, l’inviato di Dio, no: “Il mio servo – (dice oggi nella prima lettura) – non griderà né alzerà il tono… non spezzerà una canna che è già incrinata… non spegnerà la fiammella di uno stoppino che sta languendo…”. Semplicità e mitezza: ecco gli atteggiamenti del Verbo fatto carne che ha piantato la sua tenda tra noi. Non è affatto debolezza o mancanza di coraggio la sua; se si comporta così è perché lo sa: la sua bontà, il suo amore disarmante e disarmato l’avranno vinta su qualsiasi ostacolo.
E noi tutti – noi che per il Battesimo siamo diventati figli di Dio e quindi suoi fratelli – penso che sia su queste orme che è bene che camminiamo; è questa strada aperta da lui che siamo invitati a percorrere. Mitezza, semplicità, bontà, tolleranza, comprensione… qualcuno dirà: ma sì, le solite cose che dite da 2000 anni voi preti! No, fratelli, affatto: oggi queste sono cose nuove; vere e autentiche novità. Guardatevi attorno, toccate un po’ il polso della cultura di oggi, dei rapporti sociali, dell’opinione pubblica…Quanti hanno la sensazione di correre rischi, di essere assediati: da una crisi che porta con se non pochi problemi, da culture diverse che si vanno diffondendo, da una criminalità diffusa… e la reazione abituale qual è? L’intolleranza, che non si fa riguardo di ricorrere a metodi violenti e discriminatori. Torna frequente l’espressione che risuonava negli anni oscuri del secolo appena passato: “tolleranza-zero”!
Ebbene, lo stile del Servo, adottato da Gesù – fatto di mitezza, bontà e comprensione - non trovate che vada contro-corrente e sia ancora nuovo dopo 2000 anni?
E allora oggi, oltre che rinnovare la nostra adesione a questo Messia che è Gesù Cristo, chiediamo a Dio di aiutarci davvero, perché possiamo essere coerenti – nella mentalità e nei comportamenti – con quella dignità di figli suoi che proprio nel Battesimo abbiamo ricevuto in dono.
Forti nella mitezza, coraggiosi nella bontà, perseveranti nella comprensione: in tal modo il Cristianesimo sarà anche ai nostri giorni un'autentica novità.
Martedì 6 Gennaio - Epifania del Signore
Le Letture Bibliche: Isaia 60,1-6; Efesini 3,2-3a,5-6; Matteo 2,1-12
Per svolgere un mestiere, esercitare una professione, occorre essere competenti. Ogni tanto si sente di qualcuno che si spaccia per medico senza esserlo: non appena lo scoprono, va in grane … Vale anche per la nostra qualifica di cristiani. I giorni scorsi ci è stato detto (da Dio! erano parole sue…) che noi siamo suoi figli: un’identità, una dignità che non ci saremmo mai aspettati… Esser ricchi o nobili è niente di fronte a questo. Però è come con il mestiere, con la professione: quel Gesù Cristo nel quale diciamo di credere, ci si aspetta che noi lo conosciamo, che ne siamo testimoni credibili. Tra il dire e il fare però anche qui c’è di mezzo il mare. E cos’è che dovremmo testimoniare noi? Ecco, questa festa dell’Epifania risponde alla domanda: i Magi. Hanno qualcosa da dirci a ‘sto proposito.
Vengono dall’Oriente. Quell’Oriente che è la culla della civiltà. E civiltà vuol dire che lì la gente non si è adagiata su se stessa, ma si è mossa in ricerca. Sarà per questo che anche i Magi vengono dall’Oriente? Quanto sarà stato lungo il loro viaggio? Il vangelo non lo dice. Ma è ovvio pensare che senz’altro è costato tempo e impegno notevole; non solo, possiamo immaginare anche le titubanze e le perplessità di quegli individui: chissà quante volte si saranno chiesti se era ragionevole o se invece non era da sprovveduti affidarsi alla guida di una stella...
Una cosa è certa comunque: questi cercatori, calamitati da quella stella, non conoscevano la pigrizia. "Neanche noi – direte. A cominciare dal mattino quando bisogna alzarsi…". Quella che i Magi non conoscevano, però, era un altro genere di pigrizia: spirituale. Cercavano qualcosa – o qualcuno – che non aveva nulla a che vedere con l’interesse immediato: non c’entrava col lavoro, né con lo stipendio, né con gli impegni presi. Se oggi la nostra testimonianza di cristiani lascia un po’ a desiderare, probabilmente è perché siamo diligenti e accorti in tutto, tranne che nelle “cose dello spirito”, che poi altro non sono che i più vitali interessi della nostra esistenza. Pigrizia spirituale. I Magi non la conoscevano. Già questo fa di loro dei testimoni seri, credibili.
A Gerusalemme, però, hanno la prima sorpresa: la stella li ha guidati là, ma la gente di quella città non è interessata a ciò che loro cercano… Ci sono però esperti delle antiche profezie: sanno per filo e per segno che il Messia dovrebbe nascere a Betlemme, lì vicino, ma nessuno di loro si muove per andarlo a vedere. Ecco un altro sintomo di quella pigrizia spirituale di cui dicevo. Ma torniamo a noi.
Pensate un po’: c’è mai stata un’epoca così ricca di scoperte, di specializzazioni, di competenze qul è la nostra? Quanta gente esperta in questo, in quello o in quell’altro campo: ma che ce ne facciamo di una vita stracolma di competenze e di specializzazioni se poi non sappiamo più il motivo per cui siamo al mondo? Certo, al giorno d’oggi non è normale porsi certe domande, perché quando c’è il frigorifero pieno e la carta di credito, basta: "cos’altro pretendi dalla vita?". Beh, se si ragiona così, è ovvio che il compito di testimoni, tipico di noi cristiani, lascia molto a desiderare…
Che differenza tra i Magi, cercatori del senso della vita, e la gente di Gerusalemme – città santa - che non cerca più niente! Ma che credenti sono costoro che si lasciano oltrepassare dagli stranieri, dai pagani? Sì, credenti… ma imbalsamati e rinsecchiti: non c'è fede in loro, c’è solo una patina religiosa, per cui non cercano, non camminano più. Credono di sapere tutto perchè l'hanno imparato una volta, ma … è un sapere che non dà sapore, non cambia la vita. E a che serve il sapere che non dà sapore ?
Fratelli, c’è comunque un dato di fatto che è sotto gli occhi di tutti: al giorno d’oggi abbondano le famiglie di genitori credenti, con figli che non passano più la porta della chiesa: come mai? Perché mai questo stacco – o questo abisso - tra la fede degli anziani o degli adulti, e l’indifferenza di molti giovani? I motivi saranno diversi, certamente: c’entra la cultura di oggi con i suoi ideali di cartapesta, c’entra la Chiesa con le sue incoerenze, c’entra anche l’immaturità e la leggerezza dei giovani stessi… ma non pensate che c’entri anche la scarsa testimonianza, l'esempio non troppo buono che noi adulti o anziani abbiamo dato? Proveniamo tutti da un passato che se non era di povertà, certo era di condizioni modeste… Quando si è aperto uno spiraglio di benessere… eh, siamo stati tutti molto diligenti ad approfittarne: abbiamo cambiato in meglio le nostre condizioni economiche, fatte più belle le nostre case, mandato i figli a studiare… ma le cose dello spirito… eh, quelle son rimaste tali e quali, anzi, nel frattempo si sono impolverate, rinsecchite… Un ambito che è rimasto indietro insomma, e oggi – alle giovani generazioni – appare come un vestito passato di moda da un pezzo… Lo si potrà indossare a Carnevale, o in certe parate folkloristiche, ma fuori di lì…no, assolutamente. Ecco, una Fede ridotta a vecchio rimasuglio da soffitta a chi volete che interessi?
Ma torniamo ai Magi e alla gente di Gerusalemme che sapeva tutto sul Messia, ma non ha mosso un dito quando è arrivato… Testimoniare la Fede non è dare risposte già pronte, ma contagiare altri con l’inquietudine della ricerca, cioè camminare e cercare insieme; con la certezza che qui “chi cerca trova”, perché la stella non sbaglia: Dio è davvero in mezzo a noi. Testimoniare la Fede è accettare di non essere mai arrivati; ripartire sempre, con la fiducia di trovare ancora: di meglio, e di più. “Quando si cerca Dio, ormai lo si trova sempre – afferma S.Agostino – ma lo si trova per cercarlo ancora e ancora…”.
Se la Fede è questo, allora non è possibile che le nuove generazioni siano insensibili, perché questa testimonianza è contagiosa. Contagiosa perché preziosa. Infatti qui c’è un prezzo da pagare. Oro, incenso e mirra offrono i Magi. Doni simbolici: vediamone il significato.
L’oro è ciò che ha maggior valore: rappresenta la nostra dignità di figli di Dio. Cosa di più prezioso di questa? Ecco perché con Dio val la pena impegnarsi in maniera vitale, senza sconti e condizioni.
L’incenso è simbolo della preghiera, quell’atteggiamento familiare a chi si sente creatura amata da Dio (chi invece si sente “padreterno” non prega mai).
La mirra dal canto suo ha a che vedere con la morte, o meglio, con la vita donata per amore, in una fedeltà quotidiana, ininterrotta, gratuita.
Ecco come si cerca davvero Dio, fratelli. I Magi sono testimoni perché non hanno portato solo cose al Signore; hanno portato se stessi Una testimonianza così è credibile, è contagiosa.
E lo sarà sempre.
Le Letture Bibliche: Isaia 60,1-6; Efesini 3,2-3a,5-6; Matteo 2,1-12
Per svolgere un mestiere, esercitare una professione, occorre essere competenti. Ogni tanto si sente di qualcuno che si spaccia per medico senza esserlo: non appena lo scoprono, va in grane … Vale anche per la nostra qualifica di cristiani. I giorni scorsi ci è stato detto (da Dio! erano parole sue…) che noi siamo suoi figli: un’identità, una dignità che non ci saremmo mai aspettati… Esser ricchi o nobili è niente di fronte a questo. Però è come con il mestiere, con la professione: quel Gesù Cristo nel quale diciamo di credere, ci si aspetta che noi lo conosciamo, che ne siamo testimoni credibili. Tra il dire e il fare però anche qui c’è di mezzo il mare. E cos’è che dovremmo testimoniare noi? Ecco, questa festa dell’Epifania risponde alla domanda: i Magi. Hanno qualcosa da dirci a ‘sto proposito.
Vengono dall’Oriente. Quell’Oriente che è la culla della civiltà. E civiltà vuol dire che lì la gente non si è adagiata su se stessa, ma si è mossa in ricerca. Sarà per questo che anche i Magi vengono dall’Oriente? Quanto sarà stato lungo il loro viaggio? Il vangelo non lo dice. Ma è ovvio pensare che senz’altro è costato tempo e impegno notevole; non solo, possiamo immaginare anche le titubanze e le perplessità di quegli individui: chissà quante volte si saranno chiesti se era ragionevole o se invece non era da sprovveduti affidarsi alla guida di una stella...
Una cosa è certa comunque: questi cercatori, calamitati da quella stella, non conoscevano la pigrizia. "Neanche noi – direte. A cominciare dal mattino quando bisogna alzarsi…". Quella che i Magi non conoscevano, però, era un altro genere di pigrizia: spirituale. Cercavano qualcosa – o qualcuno – che non aveva nulla a che vedere con l’interesse immediato: non c’entrava col lavoro, né con lo stipendio, né con gli impegni presi. Se oggi la nostra testimonianza di cristiani lascia un po’ a desiderare, probabilmente è perché siamo diligenti e accorti in tutto, tranne che nelle “cose dello spirito”, che poi altro non sono che i più vitali interessi della nostra esistenza. Pigrizia spirituale. I Magi non la conoscevano. Già questo fa di loro dei testimoni seri, credibili.
A Gerusalemme, però, hanno la prima sorpresa: la stella li ha guidati là, ma la gente di quella città non è interessata a ciò che loro cercano… Ci sono però esperti delle antiche profezie: sanno per filo e per segno che il Messia dovrebbe nascere a Betlemme, lì vicino, ma nessuno di loro si muove per andarlo a vedere. Ecco un altro sintomo di quella pigrizia spirituale di cui dicevo. Ma torniamo a noi.
Pensate un po’: c’è mai stata un’epoca così ricca di scoperte, di specializzazioni, di competenze qul è la nostra? Quanta gente esperta in questo, in quello o in quell’altro campo: ma che ce ne facciamo di una vita stracolma di competenze e di specializzazioni se poi non sappiamo più il motivo per cui siamo al mondo? Certo, al giorno d’oggi non è normale porsi certe domande, perché quando c’è il frigorifero pieno e la carta di credito, basta: "cos’altro pretendi dalla vita?". Beh, se si ragiona così, è ovvio che il compito di testimoni, tipico di noi cristiani, lascia molto a desiderare…
Che differenza tra i Magi, cercatori del senso della vita, e la gente di Gerusalemme – città santa - che non cerca più niente! Ma che credenti sono costoro che si lasciano oltrepassare dagli stranieri, dai pagani? Sì, credenti… ma imbalsamati e rinsecchiti: non c'è fede in loro, c’è solo una patina religiosa, per cui non cercano, non camminano più. Credono di sapere tutto perchè l'hanno imparato una volta, ma … è un sapere che non dà sapore, non cambia la vita. E a che serve il sapere che non dà sapore ?
Fratelli, c’è comunque un dato di fatto che è sotto gli occhi di tutti: al giorno d’oggi abbondano le famiglie di genitori credenti, con figli che non passano più la porta della chiesa: come mai? Perché mai questo stacco – o questo abisso - tra la fede degli anziani o degli adulti, e l’indifferenza di molti giovani? I motivi saranno diversi, certamente: c’entra la cultura di oggi con i suoi ideali di cartapesta, c’entra la Chiesa con le sue incoerenze, c’entra anche l’immaturità e la leggerezza dei giovani stessi… ma non pensate che c’entri anche la scarsa testimonianza, l'esempio non troppo buono che noi adulti o anziani abbiamo dato? Proveniamo tutti da un passato che se non era di povertà, certo era di condizioni modeste… Quando si è aperto uno spiraglio di benessere… eh, siamo stati tutti molto diligenti ad approfittarne: abbiamo cambiato in meglio le nostre condizioni economiche, fatte più belle le nostre case, mandato i figli a studiare… ma le cose dello spirito… eh, quelle son rimaste tali e quali, anzi, nel frattempo si sono impolverate, rinsecchite… Un ambito che è rimasto indietro insomma, e oggi – alle giovani generazioni – appare come un vestito passato di moda da un pezzo… Lo si potrà indossare a Carnevale, o in certe parate folkloristiche, ma fuori di lì…no, assolutamente. Ecco, una Fede ridotta a vecchio rimasuglio da soffitta a chi volete che interessi?
Ma torniamo ai Magi e alla gente di Gerusalemme che sapeva tutto sul Messia, ma non ha mosso un dito quando è arrivato… Testimoniare la Fede non è dare risposte già pronte, ma contagiare altri con l’inquietudine della ricerca, cioè camminare e cercare insieme; con la certezza che qui “chi cerca trova”, perché la stella non sbaglia: Dio è davvero in mezzo a noi. Testimoniare la Fede è accettare di non essere mai arrivati; ripartire sempre, con la fiducia di trovare ancora: di meglio, e di più. “Quando si cerca Dio, ormai lo si trova sempre – afferma S.Agostino – ma lo si trova per cercarlo ancora e ancora…”.
Se la Fede è questo, allora non è possibile che le nuove generazioni siano insensibili, perché questa testimonianza è contagiosa. Contagiosa perché preziosa. Infatti qui c’è un prezzo da pagare. Oro, incenso e mirra offrono i Magi. Doni simbolici: vediamone il significato.
L’oro è ciò che ha maggior valore: rappresenta la nostra dignità di figli di Dio. Cosa di più prezioso di questa? Ecco perché con Dio val la pena impegnarsi in maniera vitale, senza sconti e condizioni.
L’incenso è simbolo della preghiera, quell’atteggiamento familiare a chi si sente creatura amata da Dio (chi invece si sente “padreterno” non prega mai).
La mirra dal canto suo ha a che vedere con la morte, o meglio, con la vita donata per amore, in una fedeltà quotidiana, ininterrotta, gratuita.
Ecco come si cerca davvero Dio, fratelli. I Magi sono testimoni perché non hanno portato solo cose al Signore; hanno portato se stessi Una testimonianza così è credibile, è contagiosa.
E lo sarà sempre.
Domenica 4 Gennaio - Seconda dopo Natale
Le Letture Bibliche: Siracide 24,1-4.12-16; Efesini 1,3-6.15-18; Giovanni 1,1-18
Per la maggior parte delle persone sarà più importante la notte di Natale o quella dell’ultimo dell’anno? Certo è che i giorni festivi sovrabbondano in questo periodo, tanto che si parla di “Feste”… le Feste… e chi non ha molta familiarità con la dimensione religiosa è ovvio che debba cercarne un’altra per festeggiare: e allora capita frequentemente di eccedere: nel mangiare, nel bere, nel far botti la notte di san Silvestro, nel divertirsi insomma… E gli eccessi sono come dei segnali, dei sintomi che rivelano l’immaturità delle persone … (Beh, fin che a eccedere sono i giovani, bisogna anche capire: certo estremismo nei comportamenti è legato all’età). Ma quando sono gli adulti a eccedere, ad andare oltre certi limiti, allora il sintomo è preoccupante: vuol dire che quelle persone – se pure adulte e apparentemente mature – non sanno il motivo per cui sono al mondo; non hanno trovato il senso della loro vita: un senso affidabile, intendo, che dia carica, ebbrezza sempre, non che viene meno col finire delle Feste o col passare degli anni. Un senso che resiste e dura non l’hanno trovato. E allora – per forza – devono cercare un po’ di ebbrezza in altre direzioni: ecco il motivo di quegli eccessi di cui dicevo… Oh, in questo si va ben oltre le Feste di Natale! Eccedere diventa la norma: si eccede nell’ansia di avere di tutto e di più, nel cercare svaghi e diversivi in tutte le direzioni (soprattuto in quelle più costose, più strampalate, anche più pericolose)… Perché, per vivere, per andare avanti, ci vuole carica, ci vuole ebbrezza: è questo il carburante che fa camminare; e chi non ne ha una buona riserva in sè, deve pur cercare di riempirsi con qualcosa!
Quando gli individui – uomini o donne – si lasciano portare a certi eccessi, vuol dire che hanno una scarsa stima di loro stessi e un’altrettanto scarsa considerazione per tutto ciò che sta attorno. Pensano – in altre parole – che tutto sia frutto del caso: la loro vita, gli altri accanto a loro, il mondo con le sue bellezze e le sue brutture… tutto frutto del caso. “Ci sei? È un caso. Stai bene? Stai male? Guarisci… oppure muori? E’ il caso…oppure il destino, che è come dire: è così e basta, non c’è una spiegazione, è inutile cercarla”. Io trovo che è angosciante pensare così! E’ come vivere al buio, brancolando, con il rischio che prima o poi manchi il terreno sotto i piedi e si piombi nel vuoto! Ma siccome nell’angoscia non si può vivere, allora si cerca di distrarsi in tutti modi: ma devono essere distrazioni forti, a dosi molto elevate! Eccessi, appunto.
E cosa c’entra questo con il Natale, con il presepio, con tutte le Feste che in questi giorni andiamo celebrando? Natale – con tutto ciò che significa Natale – è la possibilità di sfuggire a questa dilagante mania degli eccessi. Natale, per noi, è la buona notizia che la vita ha un senso più grande della vita stessa e che non occorre cercarlo chissà dove o chissà come, perchè la può riempire fino a farla straripare …
E’ accaduto che “Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo” (altro che frutto del caso la nostra vita!)…e in quel bambino che è Gesù Cristo “ci ha predestinati a essere suoi figli… Perché? perché ha su di noi un disegno d’amore!”. Sono le parole di san Paolo ai cristiani di Efeso, che oggi diventano parole di Dio per noi qui (era la seconda lettura). Parole da portarci nel cuore, fratelli, e da farcele tornare alla mente specie quando ci prende il dubbio che tutto sia senza senso o frutto del caso! “Scelti prima della creazione del mondo… predestinati a essere suoi figli… e tutto ciò per un disegno d’amore!”.
No, noi cristiani non abbiamo bisogno di eccessi: l’ebbrezza, ciò che dà carica alla nostra vita, sta qui, in questa coscienza di essere scelti, predestinati al bello e al bene perché amati: non in modo generico, ma uno per uno, come solo Dio sa fare.
Il vangelo – che già avevamo ascoltato il giorno di Natale – ci ha ribadito la stessa bella notizia, ma è così strepitosa che la Chiesa oggi dice a Giovanni, l’evangelista: raccontacela un’altra volta.
“Il Verbo era presso Dio… il Verbo era Dio…”. E’ un linguaggio altissimo… le parole solite sono recipienti troppo piccoli per quello che Dio ha da dirci: ecco perché ce ne vogliono altre, anche se a noi magari suonano nuove o addirittura strane…
Prima di apparire come un bambino tra noi, quel Figlio esisteva già da sempre presso Dio: “Verbo” lo chiama il vangelo; un nome, una parola, che vuol dire “senso”, “significato”… Riascoltiamo questa espressione: “Tutto è stato fatto per mezzo di lui e niente senza di lui è stato fatto”. Ma se è così, tutto ha un senso: il mondo, le persone, la vita, tutto ciò che mi accade: ha un senso, un buon motivo, un perché plausibile, non è frutto del caso! E vi pare poco poter pensare così?
“In lui era la vita – continua il vangelo - e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta!”. Io ho parlato di “senso della vita”, ma il vangelo non si accontenta di una parola sola; eccone un’altra: luce. La luce permette di vedere tutto e anche di scorgere i colori di ogni cosa. La presenza di Gesù tra noi, anzi, dentro la nostra esistenza, ha questo effetto: rende sensato, direi… rende saporito tutto quello che viviamo! Ciò che è bello, con lui è ancora più bello (ha quel qualcosa in più che è dato dall’amore); ciò che invece comporta fatica, prova, sofferenza, con lui diventa materiale prezioso invece che ridursi a zavorra inutile: ecco l’effetto di quella luce. Ma la cosa più strepitosa è che questo “senso della vita”, questa luce che tutto illumina e impreziosisce, non dobbiamo andarla a cercare chissà dove, perché è con noi, proprio dentro la nostra umanità: “La luce vera, quella che illumina ogni uomo, è venuta nel mondo. Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi”.
Ecco perchè non abbiamo bisogno di cercare altrove quell’ebbrezza o quellaicarica che ci anima ad andare avanti, e tantomeno è necessario eccedere in chissà quali stranezze per trovarla: è tra noi, ha posto la sua dimora in mezzo a noi.
Allora il contenuto più vero di quegli auguri che ci scambiamo durante le Feste è opportuno che sia quello che ci ha fatto oggi San Paolo: “che Dio illumini gli occhi del vostro cuore, e vi faccia comprendere a quale speranza vi ha chiamati”.
Altro che frutto del caso, o vittime di un destino cieco e assurdo! Siamo stati pensati e amati ben da prima che aprissimo gli occhi alla vita! E lo saremo fino all’ultimo giorno della nostra esistenza: quel giorno che – proprio perché siamo pensati e amati da sempre – sorgerà infinitamente più luminoso degli altri e, soprattutto, non conoscerà mai tramonto.
Le Letture Bibliche: Siracide 24,1-4.12-16; Efesini 1,3-6.15-18; Giovanni 1,1-18
Per la maggior parte delle persone sarà più importante la notte di Natale o quella dell’ultimo dell’anno? Certo è che i giorni festivi sovrabbondano in questo periodo, tanto che si parla di “Feste”… le Feste… e chi non ha molta familiarità con la dimensione religiosa è ovvio che debba cercarne un’altra per festeggiare: e allora capita frequentemente di eccedere: nel mangiare, nel bere, nel far botti la notte di san Silvestro, nel divertirsi insomma… E gli eccessi sono come dei segnali, dei sintomi che rivelano l’immaturità delle persone … (Beh, fin che a eccedere sono i giovani, bisogna anche capire: certo estremismo nei comportamenti è legato all’età). Ma quando sono gli adulti a eccedere, ad andare oltre certi limiti, allora il sintomo è preoccupante: vuol dire che quelle persone – se pure adulte e apparentemente mature – non sanno il motivo per cui sono al mondo; non hanno trovato il senso della loro vita: un senso affidabile, intendo, che dia carica, ebbrezza sempre, non che viene meno col finire delle Feste o col passare degli anni. Un senso che resiste e dura non l’hanno trovato. E allora – per forza – devono cercare un po’ di ebbrezza in altre direzioni: ecco il motivo di quegli eccessi di cui dicevo… Oh, in questo si va ben oltre le Feste di Natale! Eccedere diventa la norma: si eccede nell’ansia di avere di tutto e di più, nel cercare svaghi e diversivi in tutte le direzioni (soprattuto in quelle più costose, più strampalate, anche più pericolose)… Perché, per vivere, per andare avanti, ci vuole carica, ci vuole ebbrezza: è questo il carburante che fa camminare; e chi non ne ha una buona riserva in sè, deve pur cercare di riempirsi con qualcosa!
Quando gli individui – uomini o donne – si lasciano portare a certi eccessi, vuol dire che hanno una scarsa stima di loro stessi e un’altrettanto scarsa considerazione per tutto ciò che sta attorno. Pensano – in altre parole – che tutto sia frutto del caso: la loro vita, gli altri accanto a loro, il mondo con le sue bellezze e le sue brutture… tutto frutto del caso. “Ci sei? È un caso. Stai bene? Stai male? Guarisci… oppure muori? E’ il caso…oppure il destino, che è come dire: è così e basta, non c’è una spiegazione, è inutile cercarla”. Io trovo che è angosciante pensare così! E’ come vivere al buio, brancolando, con il rischio che prima o poi manchi il terreno sotto i piedi e si piombi nel vuoto! Ma siccome nell’angoscia non si può vivere, allora si cerca di distrarsi in tutti modi: ma devono essere distrazioni forti, a dosi molto elevate! Eccessi, appunto.
E cosa c’entra questo con il Natale, con il presepio, con tutte le Feste che in questi giorni andiamo celebrando? Natale – con tutto ciò che significa Natale – è la possibilità di sfuggire a questa dilagante mania degli eccessi. Natale, per noi, è la buona notizia che la vita ha un senso più grande della vita stessa e che non occorre cercarlo chissà dove o chissà come, perchè la può riempire fino a farla straripare …
E’ accaduto che “Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo” (altro che frutto del caso la nostra vita!)…e in quel bambino che è Gesù Cristo “ci ha predestinati a essere suoi figli… Perché? perché ha su di noi un disegno d’amore!”. Sono le parole di san Paolo ai cristiani di Efeso, che oggi diventano parole di Dio per noi qui (era la seconda lettura). Parole da portarci nel cuore, fratelli, e da farcele tornare alla mente specie quando ci prende il dubbio che tutto sia senza senso o frutto del caso! “Scelti prima della creazione del mondo… predestinati a essere suoi figli… e tutto ciò per un disegno d’amore!”.
No, noi cristiani non abbiamo bisogno di eccessi: l’ebbrezza, ciò che dà carica alla nostra vita, sta qui, in questa coscienza di essere scelti, predestinati al bello e al bene perché amati: non in modo generico, ma uno per uno, come solo Dio sa fare.
Il vangelo – che già avevamo ascoltato il giorno di Natale – ci ha ribadito la stessa bella notizia, ma è così strepitosa che la Chiesa oggi dice a Giovanni, l’evangelista: raccontacela un’altra volta.
“Il Verbo era presso Dio… il Verbo era Dio…”. E’ un linguaggio altissimo… le parole solite sono recipienti troppo piccoli per quello che Dio ha da dirci: ecco perché ce ne vogliono altre, anche se a noi magari suonano nuove o addirittura strane…
Prima di apparire come un bambino tra noi, quel Figlio esisteva già da sempre presso Dio: “Verbo” lo chiama il vangelo; un nome, una parola, che vuol dire “senso”, “significato”… Riascoltiamo questa espressione: “Tutto è stato fatto per mezzo di lui e niente senza di lui è stato fatto”. Ma se è così, tutto ha un senso: il mondo, le persone, la vita, tutto ciò che mi accade: ha un senso, un buon motivo, un perché plausibile, non è frutto del caso! E vi pare poco poter pensare così?
“In lui era la vita – continua il vangelo - e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta!”. Io ho parlato di “senso della vita”, ma il vangelo non si accontenta di una parola sola; eccone un’altra: luce. La luce permette di vedere tutto e anche di scorgere i colori di ogni cosa. La presenza di Gesù tra noi, anzi, dentro la nostra esistenza, ha questo effetto: rende sensato, direi… rende saporito tutto quello che viviamo! Ciò che è bello, con lui è ancora più bello (ha quel qualcosa in più che è dato dall’amore); ciò che invece comporta fatica, prova, sofferenza, con lui diventa materiale prezioso invece che ridursi a zavorra inutile: ecco l’effetto di quella luce. Ma la cosa più strepitosa è che questo “senso della vita”, questa luce che tutto illumina e impreziosisce, non dobbiamo andarla a cercare chissà dove, perché è con noi, proprio dentro la nostra umanità: “La luce vera, quella che illumina ogni uomo, è venuta nel mondo. Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi”.
Ecco perchè non abbiamo bisogno di cercare altrove quell’ebbrezza o quellaicarica che ci anima ad andare avanti, e tantomeno è necessario eccedere in chissà quali stranezze per trovarla: è tra noi, ha posto la sua dimora in mezzo a noi.
Allora il contenuto più vero di quegli auguri che ci scambiamo durante le Feste è opportuno che sia quello che ci ha fatto oggi San Paolo: “che Dio illumini gli occhi del vostro cuore, e vi faccia comprendere a quale speranza vi ha chiamati”.
Altro che frutto del caso, o vittime di un destino cieco e assurdo! Siamo stati pensati e amati ben da prima che aprissimo gli occhi alla vita! E lo saremo fino all’ultimo giorno della nostra esistenza: quel giorno che – proprio perché siamo pensati e amati da sempre – sorgerà infinitamente più luminoso degli altri e, soprattutto, non conoscerà mai tramonto.
1 Gennaio 2026 - Santa Maria, Madre di Dio
Le Letture Bibliche: Numeri 6,22-27; Galati 4,4-7; Luca 2,16-21
Quanti sanno che la vita, il tempo - e quindi ogni anno nuovo che comincia – tutto è dono di Dio? Quanti si fanno premura di incontrarlo a ogni Capodanno per dirgli “grazie” e così cominciare bene, col passo giusto, questa nuova carellata di giorni che ci regala? Forse che bastano quattro botti o un cenone per fare di questo che comincia oggi un buon anno?
Poi però mi fermo qui con le lamentele perchè questa è un’omelia e non voglio che succeda quello che succedeva spesso in passato, e cioè che chi veniva in chiesa se le sentiva per chi non ci veniva… No, è meglio che mi congratuli con voi che siete qui, a partecipare a questa Messa di Capodanno, invece che prendermela per quelli che non sono qui. E per congratularmi davvero con voi che cominciate un anno nuovo nel nome del Signore, sempre nel nome del Signore vi auguro subito fin d’ora che sia buono, se possibile.
Buono in che senso? Senz’altro nel senso della buona salute fuori e fuori, nel senso che le cose vadano bene come si spera... però, con tutti i limiti degli auguri: gli auguri vanno fatti, lo sappiamo, ma rivelano anche i limiti di quelli che li fanno…Bello sarebbe poter dire a una persona: “Io farò in modo che tu stia sempre bene di salute… e che le cose per te vadano tutte dritte…”. Ma questo lo può dire solo chi è onnipotente, senza limiti, non certo noi: nessuno può dare una tale garanzia. Io posso dire soltanto: “Vorrei che fosse così…vorrei ogni bene per te, ma …non posso garantirlo: può anche darsi che le cose vadano in altro modo da quello che vorresti e che speri…chissà?!”.
“Chissà!”. Ma come si fa a iniziare un anno nuovo sul “chissà!”? No, io qui – fratelli – posso però farvi un augurio che si realizzerà senz’altro: l’unica condizione è che voi lo vogliate accogliere davvero. E quale sarà?
Per quanto riguarda la buona salute, mettiamocela tutta, ma – come sappiamo - dipende solo in parte dal nostro impegno. E così anche per le cose più diverse che fanno la nostra vita e quella delle nostre famiglie: facciamo il possibile, ma tante condizioni non dipendono da noi, e lo sappiamo.
Quello che vi auguro invece – e lo auguro anche a me – dipende proprio e solo da noi, ed è che la Fede che abbiamo nel cuore ci accompagni tutti i giorni, sia in quelli sereni sia in quelli nuvolosi: che non ci sia neanche un giorno in cui la Fede dorme; in modo che possiamo non tanto deviare il corso degli eventi (scegliere quelli buoni e scartare quelli cattivi: è da sciocchi pretenderlo!), ma possiamo affrontare tutto – proprio tutto – con dignità, padronanza ed equilibrio cristiano! Questo augurio, fratelli, dipende solo da noi che si realizzi oppure no.
Qualcuno potrebbe dire: “Eh, un momento! Dipende anche dal Signore Dio!”. E io rispondo: guarda che il Signore Dio si è già impegnato da sempre per realizzare questo buon augurio; Lui la sua parte la fa già…o meglio: aspetta che gli diamo il nostro consenso. Risentiamo le espressioni di poco fa’, era la prima lettura: “Voi benedirete così le persone (è Dio che parla: ai responsabili del popolo): Il Signore faccia splendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace!” Così porrete il mio nome sulle persone e io le benedirò” dice il Signore. Sono gli auguri di Dio questi, e quando è lui a farli, si realizzano. Basta solo che chi li riceve, li accolga davvero… Certo che Lui rivolge su te il suo volto, ma tu…non è che ti volterai dall’altra parte, e farai attenzione a tutto, tranne che a Lui? Certo che il Signore ti concede pace: ma tu la saprai custodire, promuovere questa pace?
Oggi – come ogni Capodanno - è la giornata mondiale della Pace. E mi pare, senza timore di sbagliarmi, che il mondo avrà sì bisogno di tante cose, ma oggi è di pace che ha soprattutto bisogno. E qui accade una cosa strana! Siccome la pace – quella vera – viene da Dio, Lui la concede, non c’è dubbio: “il Signore ti conceda pace”- erano parole dettate da lui, sono risuonate poco fa’. Ma allora perché non c’è la pace a questo mondo? “La pace esiste - dice Papa Leone nel suo messaggio al mondo - vuole abitare tra noi la pace, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”.
Insomma, fratelli, se la pace – che potrebbe illuminare e allargare l’intelligenza come dice il Papa - non c’è, è perché vi sono ancora troppe intelligenze ristrette, a partire da chi ci governa e ha in mano le sorti del mondo…
Se certi auguri si realizzeranno, non lo sappiamo: non dipende da noi. Ma che questo buon augurio si realizzi, sì: dipende in buona parte da uomini e donne come noi. Cuori aperti e intelligenze ampie ci vogliono. Citando S.Agostino, di cui è discepolo, Papa Leone prosegue dicendo: «Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso».
E’, in definitiva, l’augurio di vivere con responsabilità il tempo che il Signore ci dona; un anno nuovo è sempre un dono suo: noi cristiani dobbiamo adoperarlo bene, con saggezza, con responsabilità. Se non altro perché di ogni dono che ci fa un giorno ci chiederà conto! La vita non è un limone da spremere e poi buttar via; la vita è un dono da gestire con saggezza. E il Natale che stiamo ancora celebrando è qui proprio ad insegnarci questo: vivere la vita con responsabilità vuol dire donarsi, rifiutando decisamente la logica del vivere solo per se stessi. In fondo, non è proprio per insegnarci questo che Dio si è disturbato a venire tra noi?
Fin che ci sono persone che pensano alla vita come a un bene da g odere e basta, non ci potranno che essere guerre, violenze e atrocità a questo mondo. La pace comincerà ad arrivare via via che la gente capirà che la vita non è un bene di consumo, ma un dono, e che l’unico modo per realizzarla – e goderla davvero – è quello di donarla, vivendola non solo per se stessi.
Noi cristiani abbiamo il compito di testimoniare che questa è la logica vincente: cos’altro ci insegna il Natale di Dio venuto in mezzo a noi?
E per questo oggi ci pemettiamo di disturbare anche Maria, la Madonna: è dedicato a lei questo primo giorno dell’anno. Lei che se n’intende, ci insegni ad accogliere e gestire con responsabilità questo dono dell’anno nuovo che il Signore depone oggi nelle nostre mani.
Perché… non si spenga questa convinzione, fratelli: dipende anche da noi che vi sia la pace.
Le Letture Bibliche: Numeri 6,22-27; Galati 4,4-7; Luca 2,16-21
Quanti sanno che la vita, il tempo - e quindi ogni anno nuovo che comincia – tutto è dono di Dio? Quanti si fanno premura di incontrarlo a ogni Capodanno per dirgli “grazie” e così cominciare bene, col passo giusto, questa nuova carellata di giorni che ci regala? Forse che bastano quattro botti o un cenone per fare di questo che comincia oggi un buon anno?
Poi però mi fermo qui con le lamentele perchè questa è un’omelia e non voglio che succeda quello che succedeva spesso in passato, e cioè che chi veniva in chiesa se le sentiva per chi non ci veniva… No, è meglio che mi congratuli con voi che siete qui, a partecipare a questa Messa di Capodanno, invece che prendermela per quelli che non sono qui. E per congratularmi davvero con voi che cominciate un anno nuovo nel nome del Signore, sempre nel nome del Signore vi auguro subito fin d’ora che sia buono, se possibile.
Buono in che senso? Senz’altro nel senso della buona salute fuori e fuori, nel senso che le cose vadano bene come si spera... però, con tutti i limiti degli auguri: gli auguri vanno fatti, lo sappiamo, ma rivelano anche i limiti di quelli che li fanno…Bello sarebbe poter dire a una persona: “Io farò in modo che tu stia sempre bene di salute… e che le cose per te vadano tutte dritte…”. Ma questo lo può dire solo chi è onnipotente, senza limiti, non certo noi: nessuno può dare una tale garanzia. Io posso dire soltanto: “Vorrei che fosse così…vorrei ogni bene per te, ma …non posso garantirlo: può anche darsi che le cose vadano in altro modo da quello che vorresti e che speri…chissà?!”.
“Chissà!”. Ma come si fa a iniziare un anno nuovo sul “chissà!”? No, io qui – fratelli – posso però farvi un augurio che si realizzerà senz’altro: l’unica condizione è che voi lo vogliate accogliere davvero. E quale sarà?
Per quanto riguarda la buona salute, mettiamocela tutta, ma – come sappiamo - dipende solo in parte dal nostro impegno. E così anche per le cose più diverse che fanno la nostra vita e quella delle nostre famiglie: facciamo il possibile, ma tante condizioni non dipendono da noi, e lo sappiamo.
Quello che vi auguro invece – e lo auguro anche a me – dipende proprio e solo da noi, ed è che la Fede che abbiamo nel cuore ci accompagni tutti i giorni, sia in quelli sereni sia in quelli nuvolosi: che non ci sia neanche un giorno in cui la Fede dorme; in modo che possiamo non tanto deviare il corso degli eventi (scegliere quelli buoni e scartare quelli cattivi: è da sciocchi pretenderlo!), ma possiamo affrontare tutto – proprio tutto – con dignità, padronanza ed equilibrio cristiano! Questo augurio, fratelli, dipende solo da noi che si realizzi oppure no.
Qualcuno potrebbe dire: “Eh, un momento! Dipende anche dal Signore Dio!”. E io rispondo: guarda che il Signore Dio si è già impegnato da sempre per realizzare questo buon augurio; Lui la sua parte la fa già…o meglio: aspetta che gli diamo il nostro consenso. Risentiamo le espressioni di poco fa’, era la prima lettura: “Voi benedirete così le persone (è Dio che parla: ai responsabili del popolo): Il Signore faccia splendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace!” Così porrete il mio nome sulle persone e io le benedirò” dice il Signore. Sono gli auguri di Dio questi, e quando è lui a farli, si realizzano. Basta solo che chi li riceve, li accolga davvero… Certo che Lui rivolge su te il suo volto, ma tu…non è che ti volterai dall’altra parte, e farai attenzione a tutto, tranne che a Lui? Certo che il Signore ti concede pace: ma tu la saprai custodire, promuovere questa pace?
Oggi – come ogni Capodanno - è la giornata mondiale della Pace. E mi pare, senza timore di sbagliarmi, che il mondo avrà sì bisogno di tante cose, ma oggi è di pace che ha soprattutto bisogno. E qui accade una cosa strana! Siccome la pace – quella vera – viene da Dio, Lui la concede, non c’è dubbio: “il Signore ti conceda pace”- erano parole dettate da lui, sono risuonate poco fa’. Ma allora perché non c’è la pace a questo mondo? “La pace esiste - dice Papa Leone nel suo messaggio al mondo - vuole abitare tra noi la pace, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”.
Insomma, fratelli, se la pace – che potrebbe illuminare e allargare l’intelligenza come dice il Papa - non c’è, è perché vi sono ancora troppe intelligenze ristrette, a partire da chi ci governa e ha in mano le sorti del mondo…
Se certi auguri si realizzeranno, non lo sappiamo: non dipende da noi. Ma che questo buon augurio si realizzi, sì: dipende in buona parte da uomini e donne come noi. Cuori aperti e intelligenze ampie ci vogliono. Citando S.Agostino, di cui è discepolo, Papa Leone prosegue dicendo: «Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso».
E’, in definitiva, l’augurio di vivere con responsabilità il tempo che il Signore ci dona; un anno nuovo è sempre un dono suo: noi cristiani dobbiamo adoperarlo bene, con saggezza, con responsabilità. Se non altro perché di ogni dono che ci fa un giorno ci chiederà conto! La vita non è un limone da spremere e poi buttar via; la vita è un dono da gestire con saggezza. E il Natale che stiamo ancora celebrando è qui proprio ad insegnarci questo: vivere la vita con responsabilità vuol dire donarsi, rifiutando decisamente la logica del vivere solo per se stessi. In fondo, non è proprio per insegnarci questo che Dio si è disturbato a venire tra noi?
Fin che ci sono persone che pensano alla vita come a un bene da g odere e basta, non ci potranno che essere guerre, violenze e atrocità a questo mondo. La pace comincerà ad arrivare via via che la gente capirà che la vita non è un bene di consumo, ma un dono, e che l’unico modo per realizzarla – e goderla davvero – è quello di donarla, vivendola non solo per se stessi.
Noi cristiani abbiamo il compito di testimoniare che questa è la logica vincente: cos’altro ci insegna il Natale di Dio venuto in mezzo a noi?
E per questo oggi ci pemettiamo di disturbare anche Maria, la Madonna: è dedicato a lei questo primo giorno dell’anno. Lei che se n’intende, ci insegni ad accogliere e gestire con responsabilità questo dono dell’anno nuovo che il Signore depone oggi nelle nostre mani.
Perché… non si spenga questa convinzione, fratelli: dipende anche da noi che vi sia la pace.
Domenica 28 - Santa Famiglia di Nazaret
Le Letture Bibliche: Siracide 3,3-7.14-17a; Colossesi 3,12-21; Matteo 2,13-15.19-23
Sarebbe ben povero il nostro cristianesimo se Dio, dall’alto dei cieli, si limitasse a dirci “non far questo… non far quello…”: a chi potrebbe interessare?
Sarebbe povero se non ci raccontasse la storia di Gesù, Figlio di Dio, che viene in mezzo a noi come un bambino, nasce in una stalla… ci sono persone semplici che vanno a trovarlo (i pastori)… ma c’è anche un potere malvagio che cerca di ucciderlo, e allora quel Bambino – Dio! - deve essere messo al sicuro. Ecco che perciò suo padre e sua madre devono scappare di nascosto e metterlo in salvo…
Sarebbe povero il nostro cristianesimo se non ci raccontasse che poi – quando le acque si saranno calmate – quella famiglia torna in patria e va a vivere in un paesino (Nazaret) dove quel Dio-bambino impara a leggere e a scrivere, corre e gioca con i suoi compagni, e – crescendo – impara anche un mestiere; quello di carpentiere, da suo padre… perché tutti nella vita devono avere un mestiere da fare.
Ecco, il bello del cristianesimo è proprio qui: ci presenta un Dio che non sta sopra le nuvole, ma entra nelle nostre situazioni umane, anche le più tormentate, e parla e insegna non da sopra, ma da dentro, da vicino a noi…
L’amara vicenda che abbiamo appena ascoltato nel vangelo fa pensare a tutte quelle famiglie che anche al giorno d’oggi devono lasciare la loro patria e partire per cercare una vita migliore, o semplicemente per sopravvivere… e si tratta di papà e mamme e bambini…non di rado il loro viaggio finisce in fondo al mare perché ci si rifiuta di soccorrerli… E’ accaduto anche la vigilia di Natale: 116 annegati in quel Mar Mediterraneo che è diventato ormai un cimitero. Come si giustificheranno davanti a Dio coloro che stabiliscono per legge di rifiutare ogni soccorso, ogni accoglienza? Dicono di credere in Dio, di voler difendere Dio: sì, ma quale dio precisamente? Il Dio di Gesù Cristo, uno e trino? No, affatto… Il dio-quattrino piuttosto! Fratelli, mi metto dalla parte di Maria e Giuseppe che fuggono in Egitto per salvare il bambino Gesù… e domando: che mondo sarà quello in cui si difendono i confini e ci si rifiuta di difendere e soccorrere le persone?
Certo, per chi crede, non è poco poter dire: anche Dio ha fatto questa esperienza, anche Gesù – da bambino - con Maria e Giuseppe ha dovuto affrontare una brutta avventura come questa… Sì, la cosa più bella del cristianesimo è che anche Dio ha provato turtto ciò che proviamo noi: soddisfazioni e preoccupazioni, speranze e paure, entusiasmi e delusioni… Tutto ha provato, anche quella brutta esperienza che è per noi la morte; ma la cosa più interessante è che lui non è rimasto nella morte, ma è risorto. E allora quella brutta esperienza non è più così terrificante per noi: anche per noi ci sarà risurrezione: ecco il vero traguardo.
Credere, affidarsi a questo Dio che sa come vanno le cose a questo mondo e in ogni famiglia, è la condizione per affrontare la vita con equilibrio, sia nei momenti belli sia nelle situazioni meno belle e preoccupanti…
Il vangelo ci ha detto che ci sono due forze contrarie a questo mondo. La prima è quella dei potenti egoisti e arroganti. Erode, il re sanguinario, li rappresenta tutti. L’altra è la forza di quella famigliola che deve scappare, per mettere in salvo il bambino dal potere sanguinario di Erode… Ma che forza ci può essere in quella povera famiglia che deve scappare? E’ debolezza più che forza, è paura, incertezza… precarietà… Sì, ma dietro a tutto questo c’è la forza dell’amore, e di un grande amore. E’ per amore di quel Dio-bambino che Maria e Giuseppe mettono a rischio la loro vita e prendono la via della fuga. Sì, sembra una sconfitta lì per lì, è l’arroganza di Erode a vincere; eppure no, non è affatto così: viene il giorno che il potere di Erode scompare con lui nella tomba, mentre Maria e Giuseppe – e quel Dio-bambino – non scompaiono affatto, anzi, possono tornare al loro paese. Perché l’amore, anche se appare debole è comunque sempre vincente. Oh, non quell’amore sdolcinato, cantato e strombazzato nelle canzonette, ma l’amore umile, nascosto, costante e coraggioso. E’ questo amore che permette a noi e alle nostre famiglie di resistere a molte insidie che le minacciano e far fronte alle responsabilità, anche quando sono piuttosto pesanti. E’ questa la nostra forza, fratelli. E allora capite perché quelle raccomandazioni insistenti ad amare nelle letture che oggi abbiamo ascoltato: “Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia… Sii buono con lui, anche se gli prendesse l’alzheimer, non disprezzarlo…Chi onora sua madre è come chi accumula tesori…”. Cosa c’è dietro questi atteggiamenti? L’amore.
E poi ancora: “fratelli – ci diceva san Paolo – rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di mitezza, di grandezza d’animo, sopportandovi e perdonandovi a vicenda”… Da dove vengono questi sentimenti, cos’è che li mantiene vivi? L’amore: quell’amore coraggioso che anche se appare debole è comunque sempre vincente. “Voi figli obbedite ai genitori perché questo fa piacere al Signore. Sì, ma voi genitori non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino…”. E com’è possibile questo? E’ possibile grazie a quell’amore, che è la vera forza vincente.
Sì, fratelli, sarà anche vero che questo amore al giorno d’oggi è minacciato e ostacolato più che mai… Vero che nella cultura dei nostri giorni sembrano trionfare il potere, l’interesse, l’arroganza, ma non possiamo permetterci di essere pessimisti: in quest’Anno Santo, che oggi si conclude, ci è stato detto e ripetuto: “la Speranza che Dio ci ha dato non delude… non delude…”, è più forte di tutte le paure: i trionfi di Erode passano presto. Invece, la speranza di quella famiglia che fugge per metter in salvo il Bambino, pur piccola e povera, quella resiste, non delude, e rimarrà per sempre. Perché è radicata nell’amore, e l’amore è una forza che viene da Dio: è Dio stesso l’amore. Anche in questa messa noi siamo qui con lui: se c’è un briciolo di fede nei nostri cuori, state pur sicuri che non ci lascerà partire a mani vuote, o meglio – col cuore vuoto.
La raccomandazione, l’augurio, allora è questo, e vi inviterei a scolpirvelo bene nel cuore: se la fonte dell’amore vero, coraggioso, costante, è il Signore Dio che ci ama, allora cerchiamo di essere saggi, anzi, furbi: se non vogliamo restare a secco di amore e di speranza, torniamo a questa fonte spesso; non perdiamola mai di vista soprattutto, per nessun motivo.
Le Letture Bibliche: Siracide 3,3-7.14-17a; Colossesi 3,12-21; Matteo 2,13-15.19-23
Sarebbe ben povero il nostro cristianesimo se Dio, dall’alto dei cieli, si limitasse a dirci “non far questo… non far quello…”: a chi potrebbe interessare?
Sarebbe povero se non ci raccontasse la storia di Gesù, Figlio di Dio, che viene in mezzo a noi come un bambino, nasce in una stalla… ci sono persone semplici che vanno a trovarlo (i pastori)… ma c’è anche un potere malvagio che cerca di ucciderlo, e allora quel Bambino – Dio! - deve essere messo al sicuro. Ecco che perciò suo padre e sua madre devono scappare di nascosto e metterlo in salvo…
Sarebbe povero il nostro cristianesimo se non ci raccontasse che poi – quando le acque si saranno calmate – quella famiglia torna in patria e va a vivere in un paesino (Nazaret) dove quel Dio-bambino impara a leggere e a scrivere, corre e gioca con i suoi compagni, e – crescendo – impara anche un mestiere; quello di carpentiere, da suo padre… perché tutti nella vita devono avere un mestiere da fare.
Ecco, il bello del cristianesimo è proprio qui: ci presenta un Dio che non sta sopra le nuvole, ma entra nelle nostre situazioni umane, anche le più tormentate, e parla e insegna non da sopra, ma da dentro, da vicino a noi…
L’amara vicenda che abbiamo appena ascoltato nel vangelo fa pensare a tutte quelle famiglie che anche al giorno d’oggi devono lasciare la loro patria e partire per cercare una vita migliore, o semplicemente per sopravvivere… e si tratta di papà e mamme e bambini…non di rado il loro viaggio finisce in fondo al mare perché ci si rifiuta di soccorrerli… E’ accaduto anche la vigilia di Natale: 116 annegati in quel Mar Mediterraneo che è diventato ormai un cimitero. Come si giustificheranno davanti a Dio coloro che stabiliscono per legge di rifiutare ogni soccorso, ogni accoglienza? Dicono di credere in Dio, di voler difendere Dio: sì, ma quale dio precisamente? Il Dio di Gesù Cristo, uno e trino? No, affatto… Il dio-quattrino piuttosto! Fratelli, mi metto dalla parte di Maria e Giuseppe che fuggono in Egitto per salvare il bambino Gesù… e domando: che mondo sarà quello in cui si difendono i confini e ci si rifiuta di difendere e soccorrere le persone?
Certo, per chi crede, non è poco poter dire: anche Dio ha fatto questa esperienza, anche Gesù – da bambino - con Maria e Giuseppe ha dovuto affrontare una brutta avventura come questa… Sì, la cosa più bella del cristianesimo è che anche Dio ha provato turtto ciò che proviamo noi: soddisfazioni e preoccupazioni, speranze e paure, entusiasmi e delusioni… Tutto ha provato, anche quella brutta esperienza che è per noi la morte; ma la cosa più interessante è che lui non è rimasto nella morte, ma è risorto. E allora quella brutta esperienza non è più così terrificante per noi: anche per noi ci sarà risurrezione: ecco il vero traguardo.
Credere, affidarsi a questo Dio che sa come vanno le cose a questo mondo e in ogni famiglia, è la condizione per affrontare la vita con equilibrio, sia nei momenti belli sia nelle situazioni meno belle e preoccupanti…
Il vangelo ci ha detto che ci sono due forze contrarie a questo mondo. La prima è quella dei potenti egoisti e arroganti. Erode, il re sanguinario, li rappresenta tutti. L’altra è la forza di quella famigliola che deve scappare, per mettere in salvo il bambino dal potere sanguinario di Erode… Ma che forza ci può essere in quella povera famiglia che deve scappare? E’ debolezza più che forza, è paura, incertezza… precarietà… Sì, ma dietro a tutto questo c’è la forza dell’amore, e di un grande amore. E’ per amore di quel Dio-bambino che Maria e Giuseppe mettono a rischio la loro vita e prendono la via della fuga. Sì, sembra una sconfitta lì per lì, è l’arroganza di Erode a vincere; eppure no, non è affatto così: viene il giorno che il potere di Erode scompare con lui nella tomba, mentre Maria e Giuseppe – e quel Dio-bambino – non scompaiono affatto, anzi, possono tornare al loro paese. Perché l’amore, anche se appare debole è comunque sempre vincente. Oh, non quell’amore sdolcinato, cantato e strombazzato nelle canzonette, ma l’amore umile, nascosto, costante e coraggioso. E’ questo amore che permette a noi e alle nostre famiglie di resistere a molte insidie che le minacciano e far fronte alle responsabilità, anche quando sono piuttosto pesanti. E’ questa la nostra forza, fratelli. E allora capite perché quelle raccomandazioni insistenti ad amare nelle letture che oggi abbiamo ascoltato: “Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia… Sii buono con lui, anche se gli prendesse l’alzheimer, non disprezzarlo…Chi onora sua madre è come chi accumula tesori…”. Cosa c’è dietro questi atteggiamenti? L’amore.
E poi ancora: “fratelli – ci diceva san Paolo – rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di mitezza, di grandezza d’animo, sopportandovi e perdonandovi a vicenda”… Da dove vengono questi sentimenti, cos’è che li mantiene vivi? L’amore: quell’amore coraggioso che anche se appare debole è comunque sempre vincente. “Voi figli obbedite ai genitori perché questo fa piacere al Signore. Sì, ma voi genitori non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino…”. E com’è possibile questo? E’ possibile grazie a quell’amore, che è la vera forza vincente.
Sì, fratelli, sarà anche vero che questo amore al giorno d’oggi è minacciato e ostacolato più che mai… Vero che nella cultura dei nostri giorni sembrano trionfare il potere, l’interesse, l’arroganza, ma non possiamo permetterci di essere pessimisti: in quest’Anno Santo, che oggi si conclude, ci è stato detto e ripetuto: “la Speranza che Dio ci ha dato non delude… non delude…”, è più forte di tutte le paure: i trionfi di Erode passano presto. Invece, la speranza di quella famiglia che fugge per metter in salvo il Bambino, pur piccola e povera, quella resiste, non delude, e rimarrà per sempre. Perché è radicata nell’amore, e l’amore è una forza che viene da Dio: è Dio stesso l’amore. Anche in questa messa noi siamo qui con lui: se c’è un briciolo di fede nei nostri cuori, state pur sicuri che non ci lascerà partire a mani vuote, o meglio – col cuore vuoto.
La raccomandazione, l’augurio, allora è questo, e vi inviterei a scolpirvelo bene nel cuore: se la fonte dell’amore vero, coraggioso, costante, è il Signore Dio che ci ama, allora cerchiamo di essere saggi, anzi, furbi: se non vogliamo restare a secco di amore e di speranza, torniamo a questa fonte spesso; non perdiamola mai di vista soprattutto, per nessun motivo.
Giovedì 25 - Messa del Giorno
Le Letture Bibliche: Isaia 52,7-10; Ebrei 1,1-6; Giovanni 1,1-18
La tradizione prevede tre Messe diverse a Natale: quella della notte, quella dell'aurora e quella del giorno. Ma l’evento che si celebra è quello avvenuto nella notte: la nascita di Gesù Cristo. Anzi, pare che, tutti gli eventi più importanti della storia di Dio con gli uomini si siano verificati di notte. Di notte è entrato come un bambino in questo mondo, di notte Maria e Giuseppe han dovuto fuggire per metterlo in salvo dalla ferocia di Erode, a Pasqua è ancora di notte che lascia il sepolcro e risorge. E perciò, allorchè noi ci raduniamo, l’evento che celebriamo è già accaduto: si direbbe che Dio non ama dare spettacolo, per questo sceglie la notte. Questo, però, è un motivo che riguarda lui.
Ce n'è un altro che invece interessa a noi. Sì, è vero, anche oggi è sorto il sole, c'è piena luce, ma quanto sono lunghe queste notti d'inverno! E notte vuol dire oscurità, buio, tenebra, e a Natale vuol dire anche freddo. Si, sappiamo bene che l’oscurità all'alba scompare, e il freddo pure finisce quando l'inverno cede il posto alla primavera. Ma c'è un freddo, e un'oscurità, che né il sole dell'aurora né la primavera possono eliminare. Ogni epoca del mondo ne fa esperienza, ogni famiglia, ogni individuo, anzi, la società tutta intera. E ha molte forme l’oscurità. Cos'altro è la crisi economica di cui otre 6 milioni di italiani stanno pagando le conseguenze con l’impoverimento di questi tempi? E poi pensate: Betlemme! Come non pensare a Betlemme il giorno di Natale? ebbene, la gente di Betlemme, abituata a vivere in massima parte sui proventi del turismo religioso, in questi ultimi due anni di proventi ne ha visti ben pochi e la crisi lì è spaventosa… Chi ci assicura che una crisi simile, per altri motivi ovviamente, non possa subentrare anche tra noi?
Notte, oscurità, vuol dire anche paura; non sono soltanto i bambini ad aver paura del buio. E le paure portano a reazioni viscerali in cui dominano la diffidenza, il sospetto e la chiusura nel proprio guscio. E’ accaduto ancora: le paure possono rendere perfino disumani.
Il freddo, fratelli, il freddo e il buio peggiore non è quello di queste lunghe notti d’inverno. Il freddo e il buio più micidiale è provocato dalla mancanza di umanità.
Certo, nessuno di voi è venuto qui per risentire l'elenco interminabile dei mali di questo mondo, ma io non posso annunciarvi il vangelo - la lieta notizia del Natale - ignorando le situazioni in cui viviamo di questi tempi e facendo finta di nulla. Perché il Figlio di Dii non è venuto tra noi per fare una crociera o un’escursione, e poi tornarsene lassù da dove era venuto. Non sarebbe vangelo quello che vi annuncio.
E qual è allora la bella notizia in questo clima piuttosto teso che si respira di questi tempi?
Quest'ora del mondo, pur con tutti i suoi interrogativi e le sue contraddizioni, è comunque anche “l’ora di Dio”, in cui ci viene offerta una buona carica di speranza. Sì, ecco perché è sempre straordinario il Natale. Non capita tutti i giorni di intendere un annuncio come quello che abbiamo sentito oggi: "Il Verbo, cioè il Figlio di Dio, si è fatto carne, ed è venuto ad abitare in mezzo a noi".
È una consolazione sapere che questa nostra storia non è abbandonata al caso, ma c'è un Salvatore che se la prende a cuore: è lui, Gesù, che prende nelle sue mani le sorti della nostra umanità.
Certo, c'è una grossa contraddizione tra le parole altisonanti con cui lo salutiamo, lo cantiamo, e il modo in cui si presenta: bambino! Chi più inerme, più fragile e più indifeso di un bambino? E poi il luogo in cui nasce: un alloggio di fortuna, una stalla, una mangiatoia...
Sì, c'è una luce che rompe l'oscurità, che traccia una strada, un percorso, ed è offerta a tutti: quella luce fa intravedere un futuro in cui delle guerre, dei soprusi, delle angherie, non esisterà nemmeno il nome, la parola. Ma tutto questo non avviene per magia o con un colpo di spugna. Il bambino del Natale si presenta come un figlio di povera gente, non di potenti o di ricchi. Non ci salverà con l'uso della forza, ma sacrificando per noi la sua vita; la sua – notate bene - non quella di altri. E allora bisognerà pur chiederselo: siamo disposti noi, come i pastori di Betlemme, ad accogliere questo Dio che si presenta in modo così modesto senza attirare l’attenzione dei grandi e dei potenti?
Fratelli, questa è la strada che Dio ha scelto per entrare nella storia e per cambiarla. Se decidiamo di fidarci di lui, del suo progetto d'amore, ci sorprenderà, è sicuro che ci sorprenderà, perché questo sarà il suo stile! Del resto, se non siamo ingenui, ce ne siamo accorti ormai: giustizia e pace per tutti, in questo mondo di oggi non verranno dalle altisonanti strategie degli uomini: si sono già rivelate fallimentari. Chi sono gli ingenui che ci credono ancora? Troppe belle parole, troppi interventi… che non di rado hanno l'unico effetto di nascondere grossolani interessi di parte.
"Tolleranza zero" si sente dire spesso. Sì, è doveroso bloccare i criminali, i terroristi, i delinquenti, e la società tutta ha pieno diritto di essere protetta. Ma non basterà per realizzare davvero giustizia e pace: non siamo così ingenui da pensarlo. Anche per noi cristiani comunque vale il criterio di "tolleranza zero": sì, ma in situazioni ben precise.
Là dove si rischia di diventare disumani: "tolleranza zero".
Là dove si ragiona con la pancia e con il fegato, invece che con il cervello e con il cuore: "tolleranza zero".
Là dove c'è chiusura e ostilità verso chi soffre e muore per l'egoismo di molti: là per noi vale il criterio "tolleranza zero".
"Il Verbo, cioè il Figlio di Dio, si è fatto carne ed è venuto ad abitare tra noi".. "Carne" si è fatto. Tutti sappiamo cosa vuol dire, perché tutti siamo fatti di carne: sana o malata, giovane o raggrinzita dagli anni, ben curata e protetta oppure infreddolita dall'abbandono e dalla miseria, tutti sappiamo cosa vuol dire "carne umana". Ebbene, a partire dal Natale, ecco la conseguenza: se Dio è venuto tra noi nella carne, noi non possiamo andare da lui se non per questa stessa strada: la carne, la carne della nostra umanità. Infatti verrà il giorno che quel Bambino, divenuto adulto, dirà con autorevolezza: "Avevo fame e mi avete dato da mangiare... Ero malato e siete venuti a trovarmi... Ero straniero, profugo, fuggiasco, e mi avete accolto...". Ecco, fratelli, dove possiamo incontrare, toccare, soccorrere la “carne di Gesù Cristo".
E allora, sì: facciamo festa, ma che il Natale non diventi il pretesto per continuare a pensare solo a noi stessi, bensì provocazione salutare a dare speranza e offrire pace a questo mondo di oggi. Ognuno nel suo piccolo può fare qualcosa dal momento che anche Dio si è fatto piccolo per fare la sua parte. Cos’altro significa se non proprio questo che "il Verbo di Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi" ?
Le Letture Bibliche: Isaia 52,7-10; Ebrei 1,1-6; Giovanni 1,1-18
La tradizione prevede tre Messe diverse a Natale: quella della notte, quella dell'aurora e quella del giorno. Ma l’evento che si celebra è quello avvenuto nella notte: la nascita di Gesù Cristo. Anzi, pare che, tutti gli eventi più importanti della storia di Dio con gli uomini si siano verificati di notte. Di notte è entrato come un bambino in questo mondo, di notte Maria e Giuseppe han dovuto fuggire per metterlo in salvo dalla ferocia di Erode, a Pasqua è ancora di notte che lascia il sepolcro e risorge. E perciò, allorchè noi ci raduniamo, l’evento che celebriamo è già accaduto: si direbbe che Dio non ama dare spettacolo, per questo sceglie la notte. Questo, però, è un motivo che riguarda lui.
Ce n'è un altro che invece interessa a noi. Sì, è vero, anche oggi è sorto il sole, c'è piena luce, ma quanto sono lunghe queste notti d'inverno! E notte vuol dire oscurità, buio, tenebra, e a Natale vuol dire anche freddo. Si, sappiamo bene che l’oscurità all'alba scompare, e il freddo pure finisce quando l'inverno cede il posto alla primavera. Ma c'è un freddo, e un'oscurità, che né il sole dell'aurora né la primavera possono eliminare. Ogni epoca del mondo ne fa esperienza, ogni famiglia, ogni individuo, anzi, la società tutta intera. E ha molte forme l’oscurità. Cos'altro è la crisi economica di cui otre 6 milioni di italiani stanno pagando le conseguenze con l’impoverimento di questi tempi? E poi pensate: Betlemme! Come non pensare a Betlemme il giorno di Natale? ebbene, la gente di Betlemme, abituata a vivere in massima parte sui proventi del turismo religioso, in questi ultimi due anni di proventi ne ha visti ben pochi e la crisi lì è spaventosa… Chi ci assicura che una crisi simile, per altri motivi ovviamente, non possa subentrare anche tra noi?
Notte, oscurità, vuol dire anche paura; non sono soltanto i bambini ad aver paura del buio. E le paure portano a reazioni viscerali in cui dominano la diffidenza, il sospetto e la chiusura nel proprio guscio. E’ accaduto ancora: le paure possono rendere perfino disumani.
Il freddo, fratelli, il freddo e il buio peggiore non è quello di queste lunghe notti d’inverno. Il freddo e il buio più micidiale è provocato dalla mancanza di umanità.
Certo, nessuno di voi è venuto qui per risentire l'elenco interminabile dei mali di questo mondo, ma io non posso annunciarvi il vangelo - la lieta notizia del Natale - ignorando le situazioni in cui viviamo di questi tempi e facendo finta di nulla. Perché il Figlio di Dii non è venuto tra noi per fare una crociera o un’escursione, e poi tornarsene lassù da dove era venuto. Non sarebbe vangelo quello che vi annuncio.
E qual è allora la bella notizia in questo clima piuttosto teso che si respira di questi tempi?
Quest'ora del mondo, pur con tutti i suoi interrogativi e le sue contraddizioni, è comunque anche “l’ora di Dio”, in cui ci viene offerta una buona carica di speranza. Sì, ecco perché è sempre straordinario il Natale. Non capita tutti i giorni di intendere un annuncio come quello che abbiamo sentito oggi: "Il Verbo, cioè il Figlio di Dio, si è fatto carne, ed è venuto ad abitare in mezzo a noi".
È una consolazione sapere che questa nostra storia non è abbandonata al caso, ma c'è un Salvatore che se la prende a cuore: è lui, Gesù, che prende nelle sue mani le sorti della nostra umanità.
Certo, c'è una grossa contraddizione tra le parole altisonanti con cui lo salutiamo, lo cantiamo, e il modo in cui si presenta: bambino! Chi più inerme, più fragile e più indifeso di un bambino? E poi il luogo in cui nasce: un alloggio di fortuna, una stalla, una mangiatoia...
Sì, c'è una luce che rompe l'oscurità, che traccia una strada, un percorso, ed è offerta a tutti: quella luce fa intravedere un futuro in cui delle guerre, dei soprusi, delle angherie, non esisterà nemmeno il nome, la parola. Ma tutto questo non avviene per magia o con un colpo di spugna. Il bambino del Natale si presenta come un figlio di povera gente, non di potenti o di ricchi. Non ci salverà con l'uso della forza, ma sacrificando per noi la sua vita; la sua – notate bene - non quella di altri. E allora bisognerà pur chiederselo: siamo disposti noi, come i pastori di Betlemme, ad accogliere questo Dio che si presenta in modo così modesto senza attirare l’attenzione dei grandi e dei potenti?
Fratelli, questa è la strada che Dio ha scelto per entrare nella storia e per cambiarla. Se decidiamo di fidarci di lui, del suo progetto d'amore, ci sorprenderà, è sicuro che ci sorprenderà, perché questo sarà il suo stile! Del resto, se non siamo ingenui, ce ne siamo accorti ormai: giustizia e pace per tutti, in questo mondo di oggi non verranno dalle altisonanti strategie degli uomini: si sono già rivelate fallimentari. Chi sono gli ingenui che ci credono ancora? Troppe belle parole, troppi interventi… che non di rado hanno l'unico effetto di nascondere grossolani interessi di parte.
"Tolleranza zero" si sente dire spesso. Sì, è doveroso bloccare i criminali, i terroristi, i delinquenti, e la società tutta ha pieno diritto di essere protetta. Ma non basterà per realizzare davvero giustizia e pace: non siamo così ingenui da pensarlo. Anche per noi cristiani comunque vale il criterio di "tolleranza zero": sì, ma in situazioni ben precise.
Là dove si rischia di diventare disumani: "tolleranza zero".
Là dove si ragiona con la pancia e con il fegato, invece che con il cervello e con il cuore: "tolleranza zero".
Là dove c'è chiusura e ostilità verso chi soffre e muore per l'egoismo di molti: là per noi vale il criterio "tolleranza zero".
"Il Verbo, cioè il Figlio di Dio, si è fatto carne ed è venuto ad abitare tra noi".. "Carne" si è fatto. Tutti sappiamo cosa vuol dire, perché tutti siamo fatti di carne: sana o malata, giovane o raggrinzita dagli anni, ben curata e protetta oppure infreddolita dall'abbandono e dalla miseria, tutti sappiamo cosa vuol dire "carne umana". Ebbene, a partire dal Natale, ecco la conseguenza: se Dio è venuto tra noi nella carne, noi non possiamo andare da lui se non per questa stessa strada: la carne, la carne della nostra umanità. Infatti verrà il giorno che quel Bambino, divenuto adulto, dirà con autorevolezza: "Avevo fame e mi avete dato da mangiare... Ero malato e siete venuti a trovarmi... Ero straniero, profugo, fuggiasco, e mi avete accolto...". Ecco, fratelli, dove possiamo incontrare, toccare, soccorrere la “carne di Gesù Cristo".
E allora, sì: facciamo festa, ma che il Natale non diventi il pretesto per continuare a pensare solo a noi stessi, bensì provocazione salutare a dare speranza e offrire pace a questo mondo di oggi. Ognuno nel suo piccolo può fare qualcosa dal momento che anche Dio si è fatto piccolo per fare la sua parte. Cos’altro significa se non proprio questo che "il Verbo di Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi" ?
Mercoledì 24 - Messa della Notte
Le Letture Bibliche: Isaia 9,1-6; Tito 2,11-14; Luca 2,1-14
In quest’epoca in cui ci si vanta di credere solo a ciò che si vede, credere in Dio è un autentico paradosso. Fare attenzione a qualcuno che non fa parte del nostro circondario è già di per sé una stranezza. Al giorno d’oggi sono importanti le emozioni immediate, le opinioni individuali… la logica del “secondo me”. Le religioni – tutte quante – appaiono come qualcosa di esotico, di paradossale.
E la più paradossale tra tutte è il cristianesimo: qui infatti non si afferma solo che c’è un Dio; qui si annuncia che questo Dio è entrato nel nostro mondo e ha preso il volto e il nome di un uomo: Gesù. Si annuncia che ha lasciato le residenze adatte al suo rango (come può essere il cielo, oppure un tempio) per scegliere una dimora umana: il grembo di una donna. Una dimora provvisoria, come lo è per ogni bimbo che nasce alla vita, perché è nella vita che voleva entrare.
Da Dio qual è, avrebbe potuto scegliere altre vie a lui certamente più adeguate: la spettacolarità, ad esempio; quale personaggio tra i grandi non ama la spettacolarità? O l’imponenza, che fa rima con onnipotenza, e che sempre riscuote credito e affascina le folle…
Ebbene, no, quel Dio in cui noi cristiani crediamo non si adegua a queste logiche. Per venire tra noi ha scelto il grembo di una donna … con tutto quello che comporta questa esperienza: silenzio, discrezione, anonimato. Perché ha scelto una tale via?
E’ su questo che vorrei invitarvi a pensare, fratelli: Dio ha scelto questa via, perché questa è la via della vita – di ogni vita – e Dio è nella vita che voleva venire ad abitare, questa vita carica di sogni, di progetti, ma anche infarcita di caducità, di limiti.
L’ha accolta senza riserve: ha provato cosa vuol dire essere neonato, bambino, ragazzo, adolescente, giovane, adulto… E quando si dice vita, vita umana, si intende questo miscuglio di riso e di lacrime, di speranze e di delusioni, di salute e di malattia, di parole e di silenzi, di amori e di tradimenti, questo e altro ancora è ciò che ha conosciuto Dio venendo in mezzo a noi.
Ecco il paradosso del cristianesimo, fratelli. Quanti tentativi per mascherarlo in questi 2000 anni! E in buona parte ci si è anche riusciti, bisogna riconoscerlo: se tutti, perfino gli atei e gli agnostici festeggiano a loro modo Natale, vuol dire che al paradosso di questo Dio che entra nella nostra storia è stato messo il silenziatore. E in parte funziona anche. Ma non del tutto.
Fin che ci sono credenti che si radunano a celebrare il Natale, e si lasciano prendere dallo stupore di fronte a quel bambino che giace nella mangiatoria di una stalla… quello stupore è la prova che l’aspetto paradossale del Natale non si può, non si potrà mai smorzare. Io vi auguro di provare sempre questo stupore, perché solo chi si stupisce capisce, o meglio, comprende. Senza lo stupore, non si può sostare davanti a un presepio; senza lo stupore, il presepio è solo una specie di giocattolo, di passatempo.
Lo stupore è il respiro della fede.
Anche perché il paradosso del cristianesimo, fratelli, non si esaurisce a Natale. Comincia qui, ma non finisce all’interno di un presepio o di una chiesa: la vita infatti – lo sappiamo - scorre fuori dai presepi, fuori dalle chiese: ebbene, se questo Dio è venuto per entrare nella vita, ciò vuol dire che d’ora in poi è lì che lo si incontra, lì ci attende al varco. Proprio la tua vita – fatta com’è fatta, di soddisfazioni e di preoccupazioni - quello è il luogo, il terreno, in cui ti imbatti davvero con Dio. Che tu lo sappia o meno, anzi, che tu ci creda oppure no. Ma se ti consideri credente, e celebri il Natale di Cristo, ora non puoi più ignorarlo. Ricordati che è nella tua vita che Dio ti da appuntamento.
E’ lì lo ascolti davvero, gli parli, lo ami; oppure lo ignori, fai finta di non conoscerlo, gli volti le spalle: a seconda di come ti comporti, delle scelte che fai. Ma è lì che accade, anche se a volte non è gratificante né comodo: lo dobbiamo riconoscere. Più comodo sarebbe un dio che se ne sta chiuso in un luogo fisso: una chiesa, o un museo, oppure un libro… per cui lo vai a cercare solo in certe occasioni, ma poi chiudi la comunicazione e te ne vai: lui se ne resta lì e tu ritorni alla vita, senza che nulla sia cambiato.
Però, chiediamocelo onestamente: che vita sarebbe quella in cui nulla cambia e le uniche modifiche fossero quelle imposte dall’esterno: dal tempo che passa inesorabile, dalle mode culturali che ti impongono il loro look di pensiero e di condotta? A cos’altro si ridurrebbero le nostre persone, se non a dei fossili, mascherati di modernità? O a pedine di una scacchiera, che si illudono di essere vive solo perché qualcuno le muove a suo piacimento? Fratelli, capite perché Dio ha scelto la vita come luogo in cui abitare? Noi avevamo bisogno di ricuperare coscienza e dignità, anzi, adoperiamo pure il presente: noi abbiamo bisogno di ricuperare coscienza e dignità. La coscienza di essere noi a modellare la nostra persona, perché la nostra identità è quella dei figli di Dio, e la vita che abbiamo in dono è quindi un progetto da realizzare, non un’opportunità da svendere a prezzi stracciati. Noi abbiamo bisogno di ricuperare la coscienza che non siamo affatto soli in questa imprersa, perché la vita – la nostra vita – è anche dimora di Dio ormai.
E quello che è vero per me, per te, per noi, è vero per tutti: anche per quelli che questa notte, come tutte le notti, cercano riparo nei dormitori, o in luoghi di fortuna… (Nei paesi il fenomeno non lo si nota, ma nelle città è presente in tutte le periferie): ebbene, che loro lo sappiano o meno, anche la loro vita Dio è venuto ad abitare. E così pure la vita di quelli, individui o famiglie, che quest’anno non hanno bazzicato molto nei supermercati o nei mercatini, né hanno programmato grandi escursioni o vacanze sulla neve, perché si sono trovati alle strette se non sul lastrico del tutto, e se noi non ce ne siamo accorti, è perché hanno abbastanza pudore e dignità da non mettersi in mostra. Sì, anche questa è vita che Dio è venuto ad abitare.
Se questi accenni disturbano in qualche modo la nostra festa, fratelli, sappiate che questo è il contesto vero del Natale cristiano, fin da quella prima volta. Tanto che se non è questo anzitutto, è contraffatto e sofisticato, e alllora ha poco o niente di cristiano.
Non vorrei che fossimo venuti qui solo per abitudine o per tradizione. E allora, uscendo di qui, portiamoci nel cuore qualcosa che ci aiuti a vivere, e cioè la convinzione che la vita non è non solo una faccenda seria, ma è addirittura santa: sì, perché è il luogo in cui Dio ha deciso di abitare. E’ lì che noi – tutti i giorni - abbiamo a che fare con Dio.
Bella notizia questa, certamente. E anche “bella responsabilità”.
Ma non temiamo: c’è Lui a portarla con noi, se lo accoglieremo davvero.
Perciò: Buon Natale!
Le Letture Bibliche: Isaia 9,1-6; Tito 2,11-14; Luca 2,1-14
In quest’epoca in cui ci si vanta di credere solo a ciò che si vede, credere in Dio è un autentico paradosso. Fare attenzione a qualcuno che non fa parte del nostro circondario è già di per sé una stranezza. Al giorno d’oggi sono importanti le emozioni immediate, le opinioni individuali… la logica del “secondo me”. Le religioni – tutte quante – appaiono come qualcosa di esotico, di paradossale.
E la più paradossale tra tutte è il cristianesimo: qui infatti non si afferma solo che c’è un Dio; qui si annuncia che questo Dio è entrato nel nostro mondo e ha preso il volto e il nome di un uomo: Gesù. Si annuncia che ha lasciato le residenze adatte al suo rango (come può essere il cielo, oppure un tempio) per scegliere una dimora umana: il grembo di una donna. Una dimora provvisoria, come lo è per ogni bimbo che nasce alla vita, perché è nella vita che voleva entrare.
Da Dio qual è, avrebbe potuto scegliere altre vie a lui certamente più adeguate: la spettacolarità, ad esempio; quale personaggio tra i grandi non ama la spettacolarità? O l’imponenza, che fa rima con onnipotenza, e che sempre riscuote credito e affascina le folle…
Ebbene, no, quel Dio in cui noi cristiani crediamo non si adegua a queste logiche. Per venire tra noi ha scelto il grembo di una donna … con tutto quello che comporta questa esperienza: silenzio, discrezione, anonimato. Perché ha scelto una tale via?
E’ su questo che vorrei invitarvi a pensare, fratelli: Dio ha scelto questa via, perché questa è la via della vita – di ogni vita – e Dio è nella vita che voleva venire ad abitare, questa vita carica di sogni, di progetti, ma anche infarcita di caducità, di limiti.
L’ha accolta senza riserve: ha provato cosa vuol dire essere neonato, bambino, ragazzo, adolescente, giovane, adulto… E quando si dice vita, vita umana, si intende questo miscuglio di riso e di lacrime, di speranze e di delusioni, di salute e di malattia, di parole e di silenzi, di amori e di tradimenti, questo e altro ancora è ciò che ha conosciuto Dio venendo in mezzo a noi.
Ecco il paradosso del cristianesimo, fratelli. Quanti tentativi per mascherarlo in questi 2000 anni! E in buona parte ci si è anche riusciti, bisogna riconoscerlo: se tutti, perfino gli atei e gli agnostici festeggiano a loro modo Natale, vuol dire che al paradosso di questo Dio che entra nella nostra storia è stato messo il silenziatore. E in parte funziona anche. Ma non del tutto.
Fin che ci sono credenti che si radunano a celebrare il Natale, e si lasciano prendere dallo stupore di fronte a quel bambino che giace nella mangiatoria di una stalla… quello stupore è la prova che l’aspetto paradossale del Natale non si può, non si potrà mai smorzare. Io vi auguro di provare sempre questo stupore, perché solo chi si stupisce capisce, o meglio, comprende. Senza lo stupore, non si può sostare davanti a un presepio; senza lo stupore, il presepio è solo una specie di giocattolo, di passatempo.
Lo stupore è il respiro della fede.
Anche perché il paradosso del cristianesimo, fratelli, non si esaurisce a Natale. Comincia qui, ma non finisce all’interno di un presepio o di una chiesa: la vita infatti – lo sappiamo - scorre fuori dai presepi, fuori dalle chiese: ebbene, se questo Dio è venuto per entrare nella vita, ciò vuol dire che d’ora in poi è lì che lo si incontra, lì ci attende al varco. Proprio la tua vita – fatta com’è fatta, di soddisfazioni e di preoccupazioni - quello è il luogo, il terreno, in cui ti imbatti davvero con Dio. Che tu lo sappia o meno, anzi, che tu ci creda oppure no. Ma se ti consideri credente, e celebri il Natale di Cristo, ora non puoi più ignorarlo. Ricordati che è nella tua vita che Dio ti da appuntamento.
E’ lì lo ascolti davvero, gli parli, lo ami; oppure lo ignori, fai finta di non conoscerlo, gli volti le spalle: a seconda di come ti comporti, delle scelte che fai. Ma è lì che accade, anche se a volte non è gratificante né comodo: lo dobbiamo riconoscere. Più comodo sarebbe un dio che se ne sta chiuso in un luogo fisso: una chiesa, o un museo, oppure un libro… per cui lo vai a cercare solo in certe occasioni, ma poi chiudi la comunicazione e te ne vai: lui se ne resta lì e tu ritorni alla vita, senza che nulla sia cambiato.
Però, chiediamocelo onestamente: che vita sarebbe quella in cui nulla cambia e le uniche modifiche fossero quelle imposte dall’esterno: dal tempo che passa inesorabile, dalle mode culturali che ti impongono il loro look di pensiero e di condotta? A cos’altro si ridurrebbero le nostre persone, se non a dei fossili, mascherati di modernità? O a pedine di una scacchiera, che si illudono di essere vive solo perché qualcuno le muove a suo piacimento? Fratelli, capite perché Dio ha scelto la vita come luogo in cui abitare? Noi avevamo bisogno di ricuperare coscienza e dignità, anzi, adoperiamo pure il presente: noi abbiamo bisogno di ricuperare coscienza e dignità. La coscienza di essere noi a modellare la nostra persona, perché la nostra identità è quella dei figli di Dio, e la vita che abbiamo in dono è quindi un progetto da realizzare, non un’opportunità da svendere a prezzi stracciati. Noi abbiamo bisogno di ricuperare la coscienza che non siamo affatto soli in questa imprersa, perché la vita – la nostra vita – è anche dimora di Dio ormai.
E quello che è vero per me, per te, per noi, è vero per tutti: anche per quelli che questa notte, come tutte le notti, cercano riparo nei dormitori, o in luoghi di fortuna… (Nei paesi il fenomeno non lo si nota, ma nelle città è presente in tutte le periferie): ebbene, che loro lo sappiano o meno, anche la loro vita Dio è venuto ad abitare. E così pure la vita di quelli, individui o famiglie, che quest’anno non hanno bazzicato molto nei supermercati o nei mercatini, né hanno programmato grandi escursioni o vacanze sulla neve, perché si sono trovati alle strette se non sul lastrico del tutto, e se noi non ce ne siamo accorti, è perché hanno abbastanza pudore e dignità da non mettersi in mostra. Sì, anche questa è vita che Dio è venuto ad abitare.
Se questi accenni disturbano in qualche modo la nostra festa, fratelli, sappiate che questo è il contesto vero del Natale cristiano, fin da quella prima volta. Tanto che se non è questo anzitutto, è contraffatto e sofisticato, e alllora ha poco o niente di cristiano.
Non vorrei che fossimo venuti qui solo per abitudine o per tradizione. E allora, uscendo di qui, portiamoci nel cuore qualcosa che ci aiuti a vivere, e cioè la convinzione che la vita non è non solo una faccenda seria, ma è addirittura santa: sì, perché è il luogo in cui Dio ha deciso di abitare. E’ lì che noi – tutti i giorni - abbiamo a che fare con Dio.
Bella notizia questa, certamente. E anche “bella responsabilità”.
Ma non temiamo: c’è Lui a portarla con noi, se lo accoglieremo davvero.
Perciò: Buon Natale!
A V V E N T O
21 Dicembre - Quarta Domenica
Le Letture Bibliche: Isaia 7,10-14; Romani 1,1-7; Matteo 1,18-24
Non c’è nessuno che sappia far funzionare così bene uno strumento come quel tale che l’ha inventato. E’ una questione di buon senso: è così in tutte le cose. Quando si compra un qualsiasi apparecchio, nessuno (a meno che non sia esperto) si sogna di metterlo in funzione senza guardare il libretto delle istruzioni… Nessuno dice: “Io non voglio dipendere da altri: faccio per conto mio!”.
Noi non siamo elettrodomestici, e nemmeno marchingegni dell’informatica o cellulari. Noi siamo persone vive, fatte di carne e ossa, ma soprattutto di coscienza e di intelligenza. Però non ci siamo fatti da soli; nessuno di noi può dire: “io mi sono fatto da me”. Quel po’ di luce che ci dà la fede ci permette di dire: è Dio che ci ha inventati. Uno per uno. E ci ha inventati con amore: sì, perché avrebbe potuto farci tutti uguali – come delle fotocopie – e invece no: ognuno diverso dall’altro. Questo vuol dire che ci ha creati per amore. I nostri genitori hanno collaborato con lui, certamente, ma non sono stati loro a inventarci: con questo carattere, con questo volto, con queste doti da far fruttare e con questi difetti da correggere… no, non sono stati loro a inventarci, è stato il Signore, Dio. Noi quindi non siamo macchine che basta far funzionare bene, siamo persone che devono vivere, crescere e realizzare se stesse. Ci sarà qualcuno che può dirci come fare? Qualcuno che se n’intende e ci può dare le istruzioni giuste? O dobbiamo arrangiarci da soli?
Mai come oggi gli individui provano l’ebbrezza della libertà, dell’autonomia, del non dipendere da nessuno: l’ebbrezza del “fai da te” insomma… “La mia vita è mia” si sente dire “e quindi decido io come viverla”. Una volta erano gli adolescenti, i giovani, che non vedevano l’ora di sganciarsi dal controllo dei genitori… Ma al giorno d’oggi non sono pochi neanche gli adulti che si ritrovano a ragionare così: l’ebbrezza dell’autonomia, dell’indipendenza, eccome che li contagia e li accompagna per tutta la vita… Che se poi sono anche genitori, oltre che adulti, quell’ebbrezza di libertà e di autonomia ha conseguenze anche sui figli: “Di mio figlio faccio quello che voglio io…” si sente dire. Ma sei sicuro che quello che vuoi tu è davvero il suo bene? Come fai a esserne tanto certo? E poi – tu che rivendichi autonomia e libertà per te stesso – non t’accorgi di quanti condizionamenti sei vittima? E del costume, e delle mode, e dell’opinione altrui, e dello status symbol, e dei persuasori occulti la cui specialità è abbindolare la gente senza che se n’accorga… Ma davvero ti illudi di essere libero?
Quest’ebbrezza di libertà e di autonomia s’insinua anche nell'ambito della Fede al giorno d’oggi, e allora la Fede decade a religiosità innocua, a bene di consumo spirituale… L’individuo allora rivendica il diritto di decidere lui ciò che fa piacere a Dio: a volte sono gesti o atteggiamenti innocui e un po’ ridicoli, che hanno a che vedere più con il folklore religioso che con Dio (“io alla messa di Mezzanotte non manco mai…” mi diceva un tale; e io gli rispondevo: “Guarda che nella maggior parte delle chiese ormai la si celebra alcune ore prima di mezzanotte … e poi, forse questo fa più piacere a te che a Dio … A Dio probabilmente farebbe piacere qualcos’altro, qualcosa di più vitale e più vantaggioso anche per te!”).
Altre volte però la presunzione di voler decidere noi ciò che piace a Dio porta a gesti e atteggiamenti disastrosi: è il caso di certi fanatici nei paesi del Medio Oriente o dell’Africa che pensano di far piacere a Dio sgozzando o massacrando quelli che non sono religiosi come loro… Ma anche senza andare troppo lontano, basta guardare in casa nostra: non sono pochi quelli che blaterano di voler mettere Dio al primo posto… solo che poi, guardando i loro progetti, le loro scelte, la loro condotta, vien da chiedersi: ma quale Dio? Non certo il Dio di Gesù Cristo e del vangelo…
Proprio in questa Messa del resto abbiamo sentito la storia di Acaz: era re di Gerusalemme 7 secoli prima che venisse Gesù… Era religioso quel re, e come! In un momento drammatico per la città (era assediata dalla super-potenza degli Assiri) aveva pensato di attirare l’attenzione di Dio, offrendogli in olocausto suo figlio: olocausto vuol dire che l’avrebbe ucciso e bruciato a onore di Dio: un bambino! Ma questo fa orrore a Dio, altro che onore! Ecco a cosa porta certa libertà di pensiero, certa autonomia! E quando il profeta Isaia lo rimprovera e gli dice: Chiedi al Signore piuttosto che vi dia un segno della sua protezione! – quel re (religioso, ma incredulo) rifiuta: si fida di se stesso, delle sue strategie, non si fida di Dio!
Sì, molti pensano che fidarsi di Dio voglia dire dipendere… vivere da schiavi, anziché essere liberi e indipendenti. Ma fratelli: si vive una volta sola! Chi sono io per comportarmi da autodidatta, col rischio di rovinare tutto? Fidarci di Colui che ci ha pensati e creati per amore non è dipendenza che avvilisce, è saggezza, è da intelligenti chiedersi cos’è che piace davvero a lui - e farlo. Che se poi abbiamo responsabilità verso altri (i figli, per esempio, o comunque le persone che vivono con noi) è rischioso, è pericoloso regolarsi col metro del “secondo me”: secondo me, per te è bene questo, secondo me, per te è giusto quello… E’ più sicuro dire “Io credo, cioè mi fido, dei criteri di Dio”: la sua volontà è più sicura, più affidabile delle mie opinioni personali.
Giuseppe era un uomo giusto, ci ha detto oggi il vangelo. “Giusto” per la Bibbia è colui che è saggio e intelligente anche agli occhi di Dio. Sì, anche Giuseppe aveva la sua opinione su Maria; anche lui pensava in cuor suo: “secondo me è meglio ch'io rinunci ai miei progetti su di lei…”. Ma Dio gli fa capire che no: è giusto che lui accolga Maria come sua sposa… ed ecco che Giuseppe accantona la sua opinione personale e fa ciò che Dio gli domanda: quel bambino, che non aveva generato lui, sarebbe stato comunque suo figlio: lui gli sarebbe stato padre. A generare si fa presto. A diventare padri, ad essere padri, ci vuole una vita.
Fatto sta che Giuseppe mette da parte le sue visuali personali e fa sua la volontà di Dio. Fratelli, noi non siamo macchine, nè elettrodomestici – dicevo - siamo persone vive, fatte di coscienza e di intelligenza. Ma non ci siamo fatti da soli; ci ha pensati Lui – quel Dio che ci ama. E allora diamogli fiducia! Sia nostra ambizione, nostro vanto, vivere, decidere e fare non secondo noi, ma secondo la sua volontà.
E un’ultima raccomandazione lasciate che vi rivolga: fate pure i presepi… belli, suggestivi, tutto come volete … ma non dimenticate di metterci - oltre al Bambinello - i personaggi più importanti, cioè voi stessi. Altrimenti è solo folklore.
Il Dio-Bambino nella capanna è di gesso… o di legno… Quello vero, quello vivo, ricordatevi che è nella vostra vita che desidera entrare: nella vostra persona, nella vostra esistenza tutta intera… è lì che attende di essere accolto e poter abitare.
Perché Dio – il Salvatore – non ha altro spazio in questo mondo se non la vita di coloro che lo accolgono liberamente, e per amore.
***
Le Letture Bibliche: Isaia 7,10-14; Romani 1,1-7; Matteo 1,18-24
Non c’è nessuno che sappia far funzionare così bene uno strumento come quel tale che l’ha inventato. E’ una questione di buon senso: è così in tutte le cose. Quando si compra un qualsiasi apparecchio, nessuno (a meno che non sia esperto) si sogna di metterlo in funzione senza guardare il libretto delle istruzioni… Nessuno dice: “Io non voglio dipendere da altri: faccio per conto mio!”.
Noi non siamo elettrodomestici, e nemmeno marchingegni dell’informatica o cellulari. Noi siamo persone vive, fatte di carne e ossa, ma soprattutto di coscienza e di intelligenza. Però non ci siamo fatti da soli; nessuno di noi può dire: “io mi sono fatto da me”. Quel po’ di luce che ci dà la fede ci permette di dire: è Dio che ci ha inventati. Uno per uno. E ci ha inventati con amore: sì, perché avrebbe potuto farci tutti uguali – come delle fotocopie – e invece no: ognuno diverso dall’altro. Questo vuol dire che ci ha creati per amore. I nostri genitori hanno collaborato con lui, certamente, ma non sono stati loro a inventarci: con questo carattere, con questo volto, con queste doti da far fruttare e con questi difetti da correggere… no, non sono stati loro a inventarci, è stato il Signore, Dio. Noi quindi non siamo macchine che basta far funzionare bene, siamo persone che devono vivere, crescere e realizzare se stesse. Ci sarà qualcuno che può dirci come fare? Qualcuno che se n’intende e ci può dare le istruzioni giuste? O dobbiamo arrangiarci da soli?
Mai come oggi gli individui provano l’ebbrezza della libertà, dell’autonomia, del non dipendere da nessuno: l’ebbrezza del “fai da te” insomma… “La mia vita è mia” si sente dire “e quindi decido io come viverla”. Una volta erano gli adolescenti, i giovani, che non vedevano l’ora di sganciarsi dal controllo dei genitori… Ma al giorno d’oggi non sono pochi neanche gli adulti che si ritrovano a ragionare così: l’ebbrezza dell’autonomia, dell’indipendenza, eccome che li contagia e li accompagna per tutta la vita… Che se poi sono anche genitori, oltre che adulti, quell’ebbrezza di libertà e di autonomia ha conseguenze anche sui figli: “Di mio figlio faccio quello che voglio io…” si sente dire. Ma sei sicuro che quello che vuoi tu è davvero il suo bene? Come fai a esserne tanto certo? E poi – tu che rivendichi autonomia e libertà per te stesso – non t’accorgi di quanti condizionamenti sei vittima? E del costume, e delle mode, e dell’opinione altrui, e dello status symbol, e dei persuasori occulti la cui specialità è abbindolare la gente senza che se n’accorga… Ma davvero ti illudi di essere libero?
Quest’ebbrezza di libertà e di autonomia s’insinua anche nell'ambito della Fede al giorno d’oggi, e allora la Fede decade a religiosità innocua, a bene di consumo spirituale… L’individuo allora rivendica il diritto di decidere lui ciò che fa piacere a Dio: a volte sono gesti o atteggiamenti innocui e un po’ ridicoli, che hanno a che vedere più con il folklore religioso che con Dio (“io alla messa di Mezzanotte non manco mai…” mi diceva un tale; e io gli rispondevo: “Guarda che nella maggior parte delle chiese ormai la si celebra alcune ore prima di mezzanotte … e poi, forse questo fa più piacere a te che a Dio … A Dio probabilmente farebbe piacere qualcos’altro, qualcosa di più vitale e più vantaggioso anche per te!”).
Altre volte però la presunzione di voler decidere noi ciò che piace a Dio porta a gesti e atteggiamenti disastrosi: è il caso di certi fanatici nei paesi del Medio Oriente o dell’Africa che pensano di far piacere a Dio sgozzando o massacrando quelli che non sono religiosi come loro… Ma anche senza andare troppo lontano, basta guardare in casa nostra: non sono pochi quelli che blaterano di voler mettere Dio al primo posto… solo che poi, guardando i loro progetti, le loro scelte, la loro condotta, vien da chiedersi: ma quale Dio? Non certo il Dio di Gesù Cristo e del vangelo…
Proprio in questa Messa del resto abbiamo sentito la storia di Acaz: era re di Gerusalemme 7 secoli prima che venisse Gesù… Era religioso quel re, e come! In un momento drammatico per la città (era assediata dalla super-potenza degli Assiri) aveva pensato di attirare l’attenzione di Dio, offrendogli in olocausto suo figlio: olocausto vuol dire che l’avrebbe ucciso e bruciato a onore di Dio: un bambino! Ma questo fa orrore a Dio, altro che onore! Ecco a cosa porta certa libertà di pensiero, certa autonomia! E quando il profeta Isaia lo rimprovera e gli dice: Chiedi al Signore piuttosto che vi dia un segno della sua protezione! – quel re (religioso, ma incredulo) rifiuta: si fida di se stesso, delle sue strategie, non si fida di Dio!
Sì, molti pensano che fidarsi di Dio voglia dire dipendere… vivere da schiavi, anziché essere liberi e indipendenti. Ma fratelli: si vive una volta sola! Chi sono io per comportarmi da autodidatta, col rischio di rovinare tutto? Fidarci di Colui che ci ha pensati e creati per amore non è dipendenza che avvilisce, è saggezza, è da intelligenti chiedersi cos’è che piace davvero a lui - e farlo. Che se poi abbiamo responsabilità verso altri (i figli, per esempio, o comunque le persone che vivono con noi) è rischioso, è pericoloso regolarsi col metro del “secondo me”: secondo me, per te è bene questo, secondo me, per te è giusto quello… E’ più sicuro dire “Io credo, cioè mi fido, dei criteri di Dio”: la sua volontà è più sicura, più affidabile delle mie opinioni personali.
Giuseppe era un uomo giusto, ci ha detto oggi il vangelo. “Giusto” per la Bibbia è colui che è saggio e intelligente anche agli occhi di Dio. Sì, anche Giuseppe aveva la sua opinione su Maria; anche lui pensava in cuor suo: “secondo me è meglio ch'io rinunci ai miei progetti su di lei…”. Ma Dio gli fa capire che no: è giusto che lui accolga Maria come sua sposa… ed ecco che Giuseppe accantona la sua opinione personale e fa ciò che Dio gli domanda: quel bambino, che non aveva generato lui, sarebbe stato comunque suo figlio: lui gli sarebbe stato padre. A generare si fa presto. A diventare padri, ad essere padri, ci vuole una vita.
Fatto sta che Giuseppe mette da parte le sue visuali personali e fa sua la volontà di Dio. Fratelli, noi non siamo macchine, nè elettrodomestici – dicevo - siamo persone vive, fatte di coscienza e di intelligenza. Ma non ci siamo fatti da soli; ci ha pensati Lui – quel Dio che ci ama. E allora diamogli fiducia! Sia nostra ambizione, nostro vanto, vivere, decidere e fare non secondo noi, ma secondo la sua volontà.
E un’ultima raccomandazione lasciate che vi rivolga: fate pure i presepi… belli, suggestivi, tutto come volete … ma non dimenticate di metterci - oltre al Bambinello - i personaggi più importanti, cioè voi stessi. Altrimenti è solo folklore.
Il Dio-Bambino nella capanna è di gesso… o di legno… Quello vero, quello vivo, ricordatevi che è nella vostra vita che desidera entrare: nella vostra persona, nella vostra esistenza tutta intera… è lì che attende di essere accolto e poter abitare.
Perché Dio – il Salvatore – non ha altro spazio in questo mondo se non la vita di coloro che lo accolgono liberamente, e per amore.
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L'Omelia di Domenica 14 Dicembre non è riportata.
Il Rettore del Santuario era con la Delegazione Diocesana che ha partecipato Sabato 13 nella Cattedrale di Notre-Dame di Parigi alla Beatificazione dei 50 Martiri - tra i quali il trentino ALFREDO DALL'OGLIO - soppressi in odium Fidei dal regime Nazista negli anni 1943 - 1945.
Al link che presenta i tratti biografici del nuovo Beato trentino è riportata l'Omelia del Card. Hollerich, Legato Pontificio, tenuta in quell'occasione.
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8 Dicembre - Solennità dell'IMMACOLATA
Le Letture Bibliche: Genesi 3,9-15.20; Efesini 1,3-6.11-12; Luca 1,26-38
Che in questi ultimi decenni l’umanità sia progredita in molti campi, in certe sensibilità, non lo si può negare: il pulito, ad esempio, l’igiene…sia in casa che fuori, piace a tutti.
Poi magari rischiamo di morire avvelenati dall’aria che respiriamo, o di rovinare questa benedetta terra sulla quale abitiamo, ma in fatto di pulizia personale abbiamo fatto dei passi notevoli: andare in giro puliti al giorno d’oggi è cosa che non occorre insegnare quasi più a nessuno: viene da sé. Puliti e vestiti decorosamente, anzi – di solito – anche elegantemente.
L’estetica trionfa insomma, sia nell’esperienza delle persone (molto sensibili e attente nella scelta dell’abbigliamento), sia nella cura per l’ambiente: palazzi brutti e impresentabili nelle città non ce ne sono più… mentre nei paesi le case sono tutte o nuove o comunque belle a vedersi. Ebbene, tutto questo è importante, ma non ci basta. Anzi, se è tutto qui il progresso, è decisamente troppo poco.
Un tempo – in passato - sporcizia e volgarità andavano spesso a braccetto con l’ignoranza e la povertà… Oggi, non più. Oggi capita di trovare persone pulitissime, eleganti, magari anche istruite, ma nello stesso tempo arroganti, sguaiate, con un parlare farcito di bassezze e di volgarità… La cosa fa ancora più impressione quando ci accorgiamo che, oltre alla volgarità, anche gli interessi di queste persone sono di bassa quota: egocentrici e piccini. E’ come se emanassero cattivo odore ovunque vanno. Come se puzzassero in permanenza. Eppure sono pulitissime, magari anche di “bella presenza”, come si suol dire.
Ebbene, questo è il risultato di un progresso che è stato un po’ troppo parziale, di un’emancipazione che ha riguardato solo la scorza: dentro, nell’intimo, nella mentalità, nella coscienza – ma diciamo pure nell’anima – siamo rimasti un po’ indietro, con una sensibilità un po’ rattrappita, che è come dire handicappata. Perché, vedete fratelli: non c’è soltanto un’ecologia dell’ambiente, c’è – ci deve essere – anche un’ecologia dello spirito. Insomma, pulizia ed ecologia è ora di cominciare a coltivarle a partire dall’intimo di noi stessi. L’unica bellezza che ci soddisfa veramente non può essere quella che ci riflette lo specchio (e che dura quel che dura, come sapete), o quella che ha in mente chi ci dice “Stai bene vestito così”… Solo chi è perennemente immaturo può accontentarsi di queste valutazioni, ma non chi progredisce in età, equilibrio e saggezza… Del resto, quando diciamo di qualcuno: “Quella è una bella persona…”, non intendiamo affatto riferirci alle sue qualità estetiche, o al suo abbigliamento elegante. Intendiamo andare oltre questi parametri.
L’unica bellezza che ci riguarda senza mai decadere è quella che parte dallo spirito, si riflette nello sguardo, trova espressione negli atteggiamenti e nella condotta, perché sono sinceri, non violenti o rozzi o arroganti. Una bellezza che abita volti puliti, ma puliti perché accesi da uno sguardo limpido, buono, non perché lavati o rifatti da trucchi o da chirurgie facciali…Una bellezza che traspare dal parlare, anch’esso pulito e semplice, che non ha bisogno di mescolare ogni tanto volgarità o bestemmie per far colpo.
Sto forse facendo una lezione di galateo o di buone maniere? No. Sto facendo la predica dell’Immacolata Concezione di Maria, madre di Dio. Sto cercando di ridestare in noi tutti la nostalgia per quella bellezza di cui ho parlato, e per risvegliare la convinzione che è possibile, perché Dio ha già cominciato a realizzarla: ha già posto il fondamento. E’ Maria, questo fondamento.
“Piena di grazia” così è stata salutata, e così continuiamo a salutarla. Piena di grazia vuol dire bella di quella bellezza che ho cercato di descrivere, ma che è così ideale che nessuno può costruirla da solo: belli così si è solo per grazia di Dio. Infatti, Maria lo è: piena di grazia, appunto.
Dio sapeva che noi da soli possiamo aspirare a certi ideali, averne una costante nostalgia, ma realizzarli, costruirli… no, non è in nostro potere. E’ come se ci mancasse il fondamento su cui costruire. E allora Dio ci ha fornito lui stesso il fondamento: Maria. “Tota pulchra es Maria” si canta in questa occasione: tutta bella sei, Maria… Tu sei il fondamento, l’inizio di quella bellezza che ora possiamo realizzare anche noi senza passare per ingenui. E tu – con la tua storia - ci dai i criteri, le direttive per realizzarla, via via che procede il cantiere della nostra esistenza.
Direttive e criteri che alla fine si riducono a uno solo, ma quanto mai decisivo: uno stile di vita aperto… sia in altezza sia in ampiezza. In altezza vuol dire: verso Dio in totale fiducia, e in ampiezza significa: verso gli altri, senza mai dimenticare che negli altri, specie se bisognosi d’aiuto, è ancora e sempre Lui che ci viene incontro. Maria, l’ha saputo accogliere, come abbiamo sentito dal vangelo, ma non ha esitato a correre da Elisabetta, anziana e bisognosa d’aiuto, per mettersi al suo servizio.
Bella è Maria anche in quella sua umanissima perplessità che le fa dire: Com’è possibile che io diventi madre del Messia, del Figlio di Dio? Stupore e umiltà la fanno davvero bella. Ma bella soprattutto lo è quando consegna a Dio la sua risposta, il suo sì: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la sua parola”.
Anche in quella stalla dove darà alla luce Gesù, Maria rimarrà bella: perché la sua bellezza ha radici nell’intimo, non è condizionata dalla coreografia esteriore. Si è fidata del Signore Maria: si è fidata nel senso più vero e più decisivo che ci sia, e ha accolto la parola di Dio con tanto amore da trasformarla in carne della sua carne e darle volto: Gesù, “il più bello tra tutti i figli degli uomini” come dice la Bibbia.
Fratelli, fidarci di Dio e accogliere realmente e con amore la sua Parola, sono anche per noi le condizioni per quella storia di bellezza che Dio vuol fare con ciascuno di noi.
Sì, riconosciamolo: il Signore vuol fare di noi tutti delle “belle persone”.
E’ ora, insomma, di promuovere un’ecologia spirituale, e proprio a partire da noi stessi, perché quel Dio che ci ha creati è amante della bellezza, quella più vera che ci sia.
Qualcuno infatti ha detto e ripetuto che è grazie a questa bellezza che Dio salverà il mondo.
7 Dicembre - Seconda Domenica
Le Letture Bibliche: Isaia 11,1-10; Romani 15,4-9; Matteo 3,1-12
I sogni sono di due tipi. Quelli che si fanno di notte, durante il sonno, soprattutto dopo una cena un po’ pesante: a volte sono belli, certi sono bizzarri, certi altri ancora sono incubi che ci fanno risvegliare di soprassalto…Questo è il primo tipo di sogni.
Sogni di tutt’altra specie son quelli che si fanno a occhi aperti, da svegli (“sognare ad occhi aperti” si dice infatti): questi, di solito sono tutti belli. Eccone uno, ad esempio: “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. Il leone si ciberà di paglia come il bue…il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi” senza che gli succeda niente di male.
Questo tale che sognava a occhi aperti era il profeta Isaia, ma siccome parlava per incarico di Dio, possiamo ben pensare che qui è il Signore stesso a sognare: è suo questo sogno.
“Lupo…agnello…pantera…capretto…leone…”: ma cos’è? Uno zoo? No, è l’unico linguaggio che va bene per raccontare i sogni di Dio: le parole solite non bastano, ci vogliono queste immagini.
Il Signore Dio sogna che un giorno non ci saranno più uomini che si comporteranno come i lupi e altri che faranno la fine degli agnelli … Non ci saranno più prepotenti e arroganti, da una parte, e dall’altra poveri cristi che ci rimettono sempre …(“il germoglio che spunterà dal tronco di Iesse, cioè il Messia – ci diceva poco fa’ – giudicherà con giustizia i poveri e prenderà decisioni giuste per gli oppressi di questo mondo!”)…
Il Signore Dio sogna che un giorno i piccoli e i semplici potranno crescere e vivere liberamente, senza che nessuno approfitti di loro… Noi potremmo concludere: ma che bel sogno! Peccato che la realtà sia un’altra… La realtà è ancora quella di uomini che si combattono tra loro, agnelli che continuano ad essere sbranati dai lupi… e arroganti che continuano a fare da padroni…
Ma allora, perché stiamo qui ad ascoltare i sogni del Signore? Ogni anno, ad ogni Avvento sentiamo queste parole e siamo costretti a constatare che la realtà, invece, è sempre diversa. Anche quella realtà che è la nostra, quella delle nostre famiglie, dei nostri paesi, dei nostri ambienti di lavoro… Armonia, intesa, sintonia: quante volte si fanno desiderare! Perché il Signore ci fa sognare ad occhi aperti un’altra realtà che è sempre di là da venire?
Fratelli, quando è il Signore a sognare ad occhi aperti, i suoi sogni sono progetti: Lui stesso si assume la responsabilità di realizzarli. I sogni di Dio, a differenza dei nostri, diventano sempre realtà. Quando…lo sa Lui, ed è bene che sia Lui a saperlo. A noi tocca il compito di tenerli vivi e vigilare perché il pessimismo e la rassegnazione non li cancellino dalla nostra memoria…
Ma, ci domandiamo: è tutto qui quello che possiamo fare noi? Solo aspettare che faccia tutto il Signore?
Giovanni Battista non pare di questa opinione: “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore”. Ah, ecco, quindi c’è qualcosa che possiamo fare: “preparare la via del Signore” appunto, spianando un po’ di terreno, tirando via qualche ostacolo, colmando qualche buca…non è molto, se volete, ma questo lo possiamo fare (e che cosa voglia dire spianare il terreno, togliere ostacoli o colmare buche…non tocca a me dirlo: per ognuno di noi significa qualcosa di tipico, di diverso, come è tipica e diversa la vita di ciascuno!).
Giovanni era un tipo un po’ rude, anzi, possiamo ben dire: rozzo. Già l’abbigliamento lo rendeva tale: portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi… Ma certe volte gli individui rozzi sono anche quelli più limpidi, più schietti: non hanno peli sulla lingua. “Razza di vipere!” (che direste se qualche domenica io vi accogliessi con queste parole: “razza di vipere”!? Pensereste che mi sono alzato male dal letto..o che ho avuto una cattiva digestione…). No, per Giovanni Battista non era questione di cattiva digestione perché era uno che digiunava sempre. “Razza di vipere! Fate frutti di conversione, e non crediate di poter dire: ah, noi siamo già apposto per quando viene il Messia…noi siamo già persone religiose…Noi abbiamo tanti interessi, sì…ma andiamo anche in chiesa…anzi: mai mancati alla messa di mezzanotte!”. (Sto aggiornando un po’ il linguaggio di Giovanni Battista, come capirete).
Fratelli, al di là dell’uomo rozzo e del suo linguaggio sferzante, non ci è lecito smorzare il messaggio, la provocazione che ci lancia: uso il presente – ci lancia – perché se Giovanni Battista è già morto da un pezzo, Dio no, non è morto… e le parole di quell’uomo, il Signore Dio le tiene vive per noi e per tutti. “Fate frutti di conversione”: che si veda dai vostri atteggiamenti, dalle vostre scelte di vita, da che parte state…Vi sta a cuore che il bel sogno di Dio diventi prima o poi realtà? Che cominci a realizzarsi nel concreto della vostra vita d’ogni giorno? Allora “preparategli la via”: “fate frutti di conversione”. A cominciare da questo Avvento, da questo cammino verso un altro Natale: “fate frutti di conversione, per esempio, sul terreno della sobrietà (quella sobrietà che non è fine a se stessa ma che diventa solidarietà); frutti di conversione, per esempio, sul piano delle relazioni e dei rapporti con gli altri…non ci sono buche da riempire, ostacoli da togliere, sentieri da raddrizzare? Frutti di conversione, per esempio, nel fare più spazio al Signore (è pur sempre sua la strada che siamo chiamati a preparare): più spazio al Signore vuol dire più attenzione ai
valori che sono i suoi, ascolto più assiduo della sua Parola, aprendogli la porta del cuore e non solo una fessura…
Fate frutti di conversione: quel “razza di vipere” di Giovanni Battista non ce lo meritiamo forse, ma deve farci pensare, deve farci rizzare gli orecchi! Attenti, a non lasciarvi prendere dall’incoerenza, dalla superficialità…dal come fan tutti!
Fratelli, è alle nostre mani – alle nostre fragili mani – che Dio affida il suo sogno: su di noi e su tutto questo mondo. Teniamolo vivo: non si offuschi dinanzi ai nostri occhi, perché altrimenti sarebbe il pessimismo a dominare, anzichè la speranza.
Mentre invece, quasi al termine di quest’Anno Santo che ci ha visti “pellegrini di Speranza”, è proprio alla Speranza che non delude che noi dobbiamo e possiamo fare pubblicità, non al pessimismo.
Le Letture Bibliche: Isaia 11,1-10; Romani 15,4-9; Matteo 3,1-12
I sogni sono di due tipi. Quelli che si fanno di notte, durante il sonno, soprattutto dopo una cena un po’ pesante: a volte sono belli, certi sono bizzarri, certi altri ancora sono incubi che ci fanno risvegliare di soprassalto…Questo è il primo tipo di sogni.
Sogni di tutt’altra specie son quelli che si fanno a occhi aperti, da svegli (“sognare ad occhi aperti” si dice infatti): questi, di solito sono tutti belli. Eccone uno, ad esempio: “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. Il leone si ciberà di paglia come il bue…il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi” senza che gli succeda niente di male.
Questo tale che sognava a occhi aperti era il profeta Isaia, ma siccome parlava per incarico di Dio, possiamo ben pensare che qui è il Signore stesso a sognare: è suo questo sogno.
“Lupo…agnello…pantera…capretto…leone…”: ma cos’è? Uno zoo? No, è l’unico linguaggio che va bene per raccontare i sogni di Dio: le parole solite non bastano, ci vogliono queste immagini.
Il Signore Dio sogna che un giorno non ci saranno più uomini che si comporteranno come i lupi e altri che faranno la fine degli agnelli … Non ci saranno più prepotenti e arroganti, da una parte, e dall’altra poveri cristi che ci rimettono sempre …(“il germoglio che spunterà dal tronco di Iesse, cioè il Messia – ci diceva poco fa’ – giudicherà con giustizia i poveri e prenderà decisioni giuste per gli oppressi di questo mondo!”)…
Il Signore Dio sogna che un giorno i piccoli e i semplici potranno crescere e vivere liberamente, senza che nessuno approfitti di loro… Noi potremmo concludere: ma che bel sogno! Peccato che la realtà sia un’altra… La realtà è ancora quella di uomini che si combattono tra loro, agnelli che continuano ad essere sbranati dai lupi… e arroganti che continuano a fare da padroni…
Ma allora, perché stiamo qui ad ascoltare i sogni del Signore? Ogni anno, ad ogni Avvento sentiamo queste parole e siamo costretti a constatare che la realtà, invece, è sempre diversa. Anche quella realtà che è la nostra, quella delle nostre famiglie, dei nostri paesi, dei nostri ambienti di lavoro… Armonia, intesa, sintonia: quante volte si fanno desiderare! Perché il Signore ci fa sognare ad occhi aperti un’altra realtà che è sempre di là da venire?
Fratelli, quando è il Signore a sognare ad occhi aperti, i suoi sogni sono progetti: Lui stesso si assume la responsabilità di realizzarli. I sogni di Dio, a differenza dei nostri, diventano sempre realtà. Quando…lo sa Lui, ed è bene che sia Lui a saperlo. A noi tocca il compito di tenerli vivi e vigilare perché il pessimismo e la rassegnazione non li cancellino dalla nostra memoria…
Ma, ci domandiamo: è tutto qui quello che possiamo fare noi? Solo aspettare che faccia tutto il Signore?
Giovanni Battista non pare di questa opinione: “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore”. Ah, ecco, quindi c’è qualcosa che possiamo fare: “preparare la via del Signore” appunto, spianando un po’ di terreno, tirando via qualche ostacolo, colmando qualche buca…non è molto, se volete, ma questo lo possiamo fare (e che cosa voglia dire spianare il terreno, togliere ostacoli o colmare buche…non tocca a me dirlo: per ognuno di noi significa qualcosa di tipico, di diverso, come è tipica e diversa la vita di ciascuno!).
Giovanni era un tipo un po’ rude, anzi, possiamo ben dire: rozzo. Già l’abbigliamento lo rendeva tale: portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi… Ma certe volte gli individui rozzi sono anche quelli più limpidi, più schietti: non hanno peli sulla lingua. “Razza di vipere!” (che direste se qualche domenica io vi accogliessi con queste parole: “razza di vipere”!? Pensereste che mi sono alzato male dal letto..o che ho avuto una cattiva digestione…). No, per Giovanni Battista non era questione di cattiva digestione perché era uno che digiunava sempre. “Razza di vipere! Fate frutti di conversione, e non crediate di poter dire: ah, noi siamo già apposto per quando viene il Messia…noi siamo già persone religiose…Noi abbiamo tanti interessi, sì…ma andiamo anche in chiesa…anzi: mai mancati alla messa di mezzanotte!”. (Sto aggiornando un po’ il linguaggio di Giovanni Battista, come capirete).
Fratelli, al di là dell’uomo rozzo e del suo linguaggio sferzante, non ci è lecito smorzare il messaggio, la provocazione che ci lancia: uso il presente – ci lancia – perché se Giovanni Battista è già morto da un pezzo, Dio no, non è morto… e le parole di quell’uomo, il Signore Dio le tiene vive per noi e per tutti. “Fate frutti di conversione”: che si veda dai vostri atteggiamenti, dalle vostre scelte di vita, da che parte state…Vi sta a cuore che il bel sogno di Dio diventi prima o poi realtà? Che cominci a realizzarsi nel concreto della vostra vita d’ogni giorno? Allora “preparategli la via”: “fate frutti di conversione”. A cominciare da questo Avvento, da questo cammino verso un altro Natale: “fate frutti di conversione, per esempio, sul terreno della sobrietà (quella sobrietà che non è fine a se stessa ma che diventa solidarietà); frutti di conversione, per esempio, sul piano delle relazioni e dei rapporti con gli altri…non ci sono buche da riempire, ostacoli da togliere, sentieri da raddrizzare? Frutti di conversione, per esempio, nel fare più spazio al Signore (è pur sempre sua la strada che siamo chiamati a preparare): più spazio al Signore vuol dire più attenzione ai
valori che sono i suoi, ascolto più assiduo della sua Parola, aprendogli la porta del cuore e non solo una fessura…
Fate frutti di conversione: quel “razza di vipere” di Giovanni Battista non ce lo meritiamo forse, ma deve farci pensare, deve farci rizzare gli orecchi! Attenti, a non lasciarvi prendere dall’incoerenza, dalla superficialità…dal come fan tutti!
Fratelli, è alle nostre mani – alle nostre fragili mani – che Dio affida il suo sogno: su di noi e su tutto questo mondo. Teniamolo vivo: non si offuschi dinanzi ai nostri occhi, perché altrimenti sarebbe il pessimismo a dominare, anzichè la speranza.
Mentre invece, quasi al termine di quest’Anno Santo che ci ha visti “pellegrini di Speranza”, è proprio alla Speranza che non delude che noi dobbiamo e possiamo fare pubblicità, non al pessimismo.
30 Novembre - Prima Domenica
Le Letture Bibliche: Isaia 2,1-5; Romani 13,11-14; Matteo 24,37-44
E così anche quest’anno abbiamo a disposizione le corone dell’Avvento, abbiamo acceso la prima candela, qua e là compaiono le solite luminarie che decorano le strade o i negozi, i mercatini di Natale attireranno comitive di turisti e di clienti come sempre… Nelle vostre case senz’altro metterete qualche segno: o un presepio, o un albero di Natale…
Questo durerà circa 40 giorni, cioè fino all’Epifania. Poi, tutto sparirà… tutto tornerà come prima. Ma… non vi pare che è come ripetere ogni anno la stessa commedia, o rivedere lo stesso film? Sarà anche bello, se volete… ma dai oggi, dai domani, dai sempre… chi ha un minimo di sale in zucca – e un po’ di coscienza - si stufa e commenta: Che monotonia! Ma è sempre quella!
I bambini no: da bambini non ci si stufa mai di preparare il Natale, perché i bambini sanno sognare che qualcosa di grande possa accadere… (non per nulla al centro di ogni Natale c’è un bambino, anzi, quel Bambino). Ma noi adulti, noi smaliziati perché ne abbiamo viste tante… noi che pensiamo che sognare sia roba da bambini e non da persone che ragionano… noi rischiamo di ridurre tutto a coreografia, anzi, anestetico, tranquillante… Sì,, anche la coreografia natalizia per certuni ha un effetto stupefacente: fa un po’ dimenticare le grane, i problemi, la fatica del vivere: questo vivere sempre di corsa con almeno un’apprensione o una preoccupazione ogni giorno… Per un po’ tutto questo verrà messo a tacere, ma poi – si sa – salterà fuori di nuovo. E tutto tornerà come prima.
Fratelli, sto cercando di spazzar via una certa immagine falsa dell’Avvento e del Natale, per consentirvi di sostituirla con una più giusta, più affidabile. Quale esattamente? Quella del vangelo. Dove cercarla se non nel Vangelo?
Oggi ci parla di gente che viveva ai tempi di Noè. Viveva in modo irresponsabile, ognuno pensava a se stesso, illudendosi che questo modo di vivere dovesse continuare sempre; e guardava con ironia a quell’individuo bizzarro che stava costruendo un’arca e andava ripetendo, tra l’ironia generale: Verrà un diluvio e travolgerà tutto quanto…
“Vegliate, aggiunge il vangelo a questo punto, non siate come quella gente del tempo di Noè. Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà”.
Fratelli, se scorriamo il vangelo dall’inizio alla fine, troveremo poche raccomandazioni così pressanti e accalorate come questa: “Vegliate… vegliate… perché il Signore verrà, ma quando …non lo sapete: perciò, vegliate!”.
L’Avvento non è stato inventato per preparare la festa di Natale. Oh intendiamoci! prepararla va bene, ma perché “vegliare”? che necessità c’è di vegliare?
L’Avvento torna ogni anno per ricordare a noi cristiani che credere vuol dire attendere, ma attendere da svegli, e sempre, tutti i giorni… perché lui, il Signore appunto, viene in tantissime occasioni: della nostra vita e della vita di questo mondo. E’ la sua specialità “venire”. Tanto che alla fine della Bibbia – nell’Apocalisse – si presenta con questa carta d’identità: “Io sono colui che viene”. E se noi facciamo ogni anno Natale, e con il Natale il presepe, è perché lì abbiamo la prova: a partire da quella notte di Betlemme di 20 secoli fa’ Dio è “Colui che viene”. Ecco perchè ha senso vegliare, stare all’erta, per poterlo accogliere. Come? Ma, prima ancora, dov’è che viene il Signore oggi? Su quali strade, o in quali situazioni? A cosa fare attenzione soprattutto?
Lui stesso nel vangelo ci dà delle indicazioni; ci raccomanda, ad esempio, di scrutare il tempo – cioè l’epoca in cui viviamo, perché è nei fatti, negli eventi che lui ci viene incontro. “Sapete prevedere che tempo farà domani o posdomani – ci dice nel Vangelo - perché non sapete capire i tempi in cui vivete, con i loro segnali?”. I segnali dei quali parla sono i fatti della nostra vita, sono gli avvenimenti di questo tempo in cui viviamo: il fenomeno mondiale delle migrazioni, ad esempio, che niente e nessuno riuscirà a bloccare… le crisi economiche che gettano sul lastrico non poca gente… i conflitti che ci si ostina a voler risolvere con le armi invece che con il confronto e con il dialogo… fenomeni che forse sembrano distanti da noi, ma che in realtà ci riguardano più di quanto possiamo immaginare. Per noi credenti non basta ciò che dicono i giornali per cercar di capirli: ci occorre anche uno sguardo di fede, perché dietro a tutto questo – voglia o non si voglia – c’è anche Dio che viene e bussa alla nostra porta. Occorre vegliare, per poterlo riconoscere e accogliere.
Ma anche nei fatti e nelle esperienze della nostra vita, personale o quella delle nostre famiglie, anche qui c’è il Signore che viene. Dietro la crisi di una coppia ad esempio, nella crescita di un figlio che comincia a contestare i genitori e a rivendicare spazi di autonomia, o in quel famigliare che per un motivo o per l’altro ha bisogno che tutta la famiglia si prenda cura di lui… Ecco alcune strade su cui viene il Signore, e viene per portare salvezza: cioè per offrire uno sbocco positivo in quella situazione, o quantomeno per dare carica, luce, equilibrio nell’affrontarla… Nella persona che attende da noi un gesto di attenzione, un aiuto di qualche genere, non è sempre lui, il Signore Gesù che ci viene incontro? Ce lo dice nel Vangelo lui stesso: “Tutto quello che avrete fatto per quella persona, è a me che l’avete fatto”. Ecco in che senso si deve risvegliare la nostra fede, fratelli.
Del resto san Paolo ce l’ha ribadito in questa Liturgia: “E’ tempo di svegliarvi dal sonno”.
Oh, non si tratta di fare cose eccezionali per attendere il Signore: è nella vita di ogni giorno vissuta da cristiani che lo si attende davvero. Nel vangelo poco fa’ ce l’ha confermarto che è così: “Due uomini saranno nel campo (cioè intenti a fare le cose di ogni giorno): uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno il grano alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata”. E perché mai? ci vien da domandare… Con quale criterio uno sarà portato via e l’altro lasciato? Semplice la risposta: quando si alza il vento, tutto ciò che è leggero, superficiale – come le foglie secche - il vento lo porta via… Però gli alberi no, non riesce a portarli via. Ecco, fratelli: chi crede e attende il Signore nella vita di ogni giorno è uno che ha consistenza, ha radici: il vento non riesce a portarlo via.
Auguriamoci, allora ma soprattutto preghiamo, di poter essere credenti che hanno consistenza e radici, anziché foglie secche in balia del vento.
